martedì, 21 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Il glorioso Avanti! fucilato, come ai tempi di B. Beccaris
Pubblicato il 01-08-2014


Avanti-n1del25-dicembre-1896Mauro del Bue ha fatto un parallelismo inevitabile tra le triste vicenda dell’Unità e la scomparsa dell’Avanti!, nel tragico 1993. Tragico per il partito socialista, per il suo quotidiano, ma anche per la democrazia. Credo che questo parallelismo sia balzato alla mente (e al cuore) immediatamente a tutti i militanti socialisti di quel periodo.

Condivido, come quasi sempre mi accade, al cento per cento le sue considerazioni. Posso aggiungere un unico contributo: la ricostruzione precisa di come sparì il più carico di storia tra i quotidiani italiani. Lo faccio perché l’Avanti! sparì nel più completo silenzio dei media, del mondo politico e culturale. Così che soltanto gli addetti ai lavori hanno allora saputo cosa sia in verità accaduto. Poi, lo hanno saputo quanti (fortunatamente non pochi) hanno letto il mio libro sulla storia del quotidiano socialista (“Avanti!, un giornale, un’epoca”). Per chi non lo ha letto, ripropongo le ultimissime pagine di questo libro. Dalle quali si possono trarre molte riflessioni sull’oggi. Innanzitutto quelle che ha avanzato il direttore dell’Avanti! on line Del Bue. Un Avanti! che ci ha riscattato dalla vergogna di quello fasullo, finito come sappiamo. Che ha un meritato, crescente successo. Che ha conservato, pur nella situazione politica completamente diversa, lo spirito dell’Avanti! cartaceo scomparso e dei suoi padri fondatori. Ecco, dunque, la cronaca di come quell’Avanti! morì.

“Tangentopoli colpisce infatti al cuore i partiti e i loro giornali, al punto che in Parlamento si ricorre a mezzi estremi, senza curarsi della loro impopolarità. Il Corriere della Sera, nel luglio 1993, titola infatti. “Al Senato calci e monetine. Bossi attacca Scalfaro: elezioni, poi si dimetta. Bagarre durante il voto sulla cassa integrazione ai partiti. I missini vanno fuori”. La politica ottiene dunque, dunque, come un settore industriale in crisi, la cassa integrazione, ma non per questo si salva. Sino a che può, Craxi rassicura. Morto Balzamo (l’amministratore del PSI e dell’Avanti! stroncato da un infarto dopo aver saputo di essere inquisito dai magistrati di Milano.ndr), riunisce i dipendenti in via del Corso, fa loro i conti e sdrammatizza. In fondo, mentre si parla di migliaia di miliardi per i costi della politica, la macchina organizzativa di via del Corso ha un bilancio simile al fatturato di un grande magazzino o di un importante negozio del centro. Che sarà mai? Non dice che i negozi periferici costituiti dalle federazioni provinciali sono più piccoli, ma tanti e fuori controllo. Non dice che la rivoluzione in corso ha deciso di far chiudere innanzitutto il negozio più ribelle alla rivoluzione stessa: quello socialista.

“Gli uffici del PSI lasciano la sede storica di via del Corso (all’angolo con via della Frezza), si restringono e si trasferiscono in via Tomacelli, accanto all’Avanti!, che soffre ancora di più e quindi cade prima nel precipizio. E’ infatti pur sempre una azienda, deve pagare non solo gli stipendi, ma anche la carta, la tipografia, i fornitori. Si avvia verso la chiusura paradossalmente proprio nel momento in cui il suo passivo si è ridotto grazie all’innovazione tecnologica che consente in pratica di cancellare le spese tipografiche di composizione e impaginazione. Il giornale si è caricato di debiti per gli investimenti necessari, ma i mutui con le banche sono a lungo termine e ormai la perdita annua di esercizio si è ridotta a tre, quattro miliardi (una frazione di quella dell’Unità). Purtroppo, il partito può versare sempre meno. Si sparge l’allarme tra i creditori che corrono a battere cassa minacciando azioni legali.

Le banche non solo bloccano nuovi crediti, ma chiedono rapidi rientri per quelli erogati sino al giorno prima. La mazzata finale la dà palazzo Chigi, che blocca l’erogazione di sette-otto miliardi di arretrati dovuti per la legge sull’editoria e già conteggiati a bilancio. Si tratta dei contributi per i giornali di partito e le cooperative. Negli anni 2000, sarebbero stati elargite decine di milioni di euro a giornali praticamente sconosciuti e mai visti nelle edicole, nati al solo scopo di incassare i fondi dello Stato. Adesso, i contributi dovuti vengono negati a una testata quasi secolare, che ha fatto la storia del paese e che lotta per sopravvivere. L’amministratore Longo, chiuso nel suo ufficio circondato dai creditori, si difende sino a che può, poi si dimette, sostituito dal direttore generale Zoppo che purtroppo dovrà accollarsi il compito di pilotare il fallimento ormai alle porte. I giornalisti non prendono più lo stipendio, ma continuano a far uscire regolarmente un quotidiano che si sente assediato come ai tempi del fascismo nascente.

D’altronde, i militanti missini non assaltano più con le armi le sedi e i giornali socialisti come negli anni ’20, ma li assediano con cori e lanci di monetine. Le assemblee di redazione si trasformano in un comitato permanente straordinario per salvare la testata. La Federazione della Stampa, la Federazione degli Editori e soprattutto la CGIL dove il segretario dei poligrafici Epifani fa l’impossibile, cercano di aiutare come possono. Il debito complessivo accumulato dal giornale è di circa 60 miliardi, ma 30 sono di mutui a lunga scadenza, i creditori si sono fatti sotto per incassare subito gli altri 30 solo perché spaventati dall’improvvisa crisi del partito. Il bilancio è in fondo quello di una squadra di serie B, che gli imprenditori locali salverebbero al volo con una piccola cordata. Basterebbero pochi miliardi, una piccola frazione dello stipendio di un calciatore del Milan, per salvare un pezzo della storia nazionale. I redattori non si arrendono anche perché sembra loro impossibile che qualcuno non intervenga di fronte all’enormità della sproporzione. Ma i potenti non muovono un dito.

E le sottoscrizioni tra i militanti non bastano. Con l’estate, le pubblicazioni vengono sospese. La vecchia testata socialista ormai morente si rialza e riprende il cammino a settembre, con volontà e orgoglio disperato, sino a che, domenica 21 novembre, crolla di schianto, questa volta senza risollevarsi. Non un giornale difende i colleghi socialisti, nessuno fa un appello o ricorda la storia gloriosa del quotidiano socialista. La morte dell’Avanti! avviene mentre tutti sono troppo impegnati a celebrare la rivoluzione trionfante.
“Il calvario di molti giornalisti e dipendenti (che hanno lavorato nove mesi senza prendere lo stipendio) proseguirà con la disoccupazione e le ristrettezze economiche. Quello dei suoi dirigenti con un processo penale per bancarotta fraudolenta, che coinvolgerà tutti i consiglieri di amministrazione, sindaci e revisori dei conti succedutisi negli anni. Anch’io sono stato uno di questi, come ricordato nelle pagine precedenti. Pur senza capire nulla di bilanci, ero tranquillo perché da anni la società Deloitte li certificava, la presidenza del Consiglio li approvava prima di versare i contributi e soprattutto l’amministratore del partito e dell’Avanti! erano la stessa persona: Vincenzo Balzamo.

A testimoniare la totale identificazione tra i due e quindi la totale credibilità dell’impegno del partito a colmare il passivo di esercizio. Nel 1996, riceverò un avviso di garanzia per “bancarotta fraudolenta”, appunto, supportato da un voluminoso fascicolo riguardante “Ugo Intini e altri”. La guardia di Finanza aveva setacciato per mesi montagne di carte nella sede dell’Avanti!, quasi fosse una organizzazione criminale, senza trovare la benché minima irregolarità, grazie alla correttezza e al rigore degli amministratori succedutisi nei decenni. Nessuno aveva sottratto una lira, né mai è stato accusato di averlo fatto. E dunque? Dunque, sostiene l’accusa, i bilanci sono falsi e di qui deriva, automaticamente, il reato di bancarotta fraudolenta. E perché mai sono falsi? Semplicemente perché vi si ascrivono a credito le somme dovute dal partito socialista per colmare il passivo di esercizio, pur sapendo che non pagherà mai il suo debito.

Ma il partito per quasi un secolo ha sempre coperto il deficit dell’Avanti! con questa procedura. Un deficit è normale in tutti i quotidiani politici , che vengono pubblicati non per realizzare profitti, ma per fare, appunto, politica. Il PSI non ha più finanziato il suo giornale perché in modo imprevedibile, e comunque imprevisto, è morto come il suo amministratore. Nessuno ci ascolta. Per oltre un decennio (secondo i tempi della giustizia italiana) rimane incombente la spada di Damocle di una condanna sino a dieci anni per un reato gravissimo come la bancarotta fraudolenta, abitualmente contestato a delinquenti che spolpano le proprie aziende mettendosi in tasca milioni di euro. Ironia e paradosso della sorte, dei socialisti rischiano di andare in galera per l’Avanti! come ai tempi di Bava Beccaris e del fascismo. Fortunatamente, ci sono dei giudici a Berlino, ma anche a Roma Nel 2007, in primo grado, verremo assolti e il Pubblico Ministero non presenterà neppure ricorso.

“Così finisce la storia dell’Avanti! iniziata nel Natale di 97 anni prima. I giornalisti e i dipendenti che, dal capo redattore al fattorino, hanno lottato nel 1993 con le unghie e con i denti sino all’ultimo per evitare la chiusura hanno difeso il loro posto di lavoro, certo. Ma non solo. In tutti c’era la consapevolezza di essere gli eredi di una grande tradizione. In molti, c’era anche di più. L’orgoglio di servire una testata che, dopo quasi cento anni, continuava ad essere, ormai morente, esattamente ciò che era stata nei suoi primi anni di vita. Forse avevano torto, forse era un wishfull thinking, ovvero la volontà disperata di credere ciò che non è, auto convincendosi di una illusione consolatoria. E’ certo tuttavia che nell’ultima sua battaglia, quella contro la rivoluzione giustizialista, l’Avanti! è ritornato, come quasi un secolo prima, a dire ciò che nessun altro quotidiano diceva, a essere l’unico fuori dal coro e controcorrente. Mentre tutti, da destra e da sinistra, applaudivano la rivoluzione che preparava la seconda repubblica, un solo giornale, l’Avanti!, ancorché assolutamente isolato, da solo, non applaudiva, ma criticava.

“Fin qui, è un dato di fatto. Il wishfull thinking aggiungeva però un’altra similitudine, questa discutibile, discussa e, ancora negli anni 2000, prevalentemente negata. Nella redazione si voleva credere, a torto o a ragione, che l’Avanti! morente continuasse a essere una voce (l’unica) per la libertà: per il garantismo di fronte a una giustizia autoritaria; per i diritti umani e degli individui di fronte al rullo compressore dell’intolleranza, sospinto da quel magma irrazionale e ribellista tante volte sprigionato dalla società italiana e spesso citato in questo libro, destinato a spingere verso estremismi di destra e di sinistra, ma mai verso qualcosa di buono. Questo pensavano molti giornalisti del quotidiano socialista mentre conducevano l’ultima battaglia, che sapevano già persa in partenza, perché le giungevano solidarietà sempre più esigue, sussurrate da colleghi e amici intimiditi, quasi clandestine. Psicologicamente, si sentivano anche impotenti, umiliati, persino obsoleti come i redattori loro predecessori che, asserragliati con Nenni nel 1926 nella sede del giornale, vedevano cadere pezzo dopo pezzo il loro futuro e le loro speranze sotto i colpi del fascismo. Il vecchio leader ripeteva spesso. “Ricordate che la libertà è un bene mai definitivamente acquisito. Che va conquistato e riconquistato giorno dopo giorno”.

E le sue parole sembravano adesso profetiche. La similitudine con il 1926 che cresceva nel cuore di molti giornalisti dell’Avanti! era suggerita dal dolore e dall’isolamento forse più che dalla realtà. Ma una similitudine, triste e assolutamente reale, stava per concretarsi. L’Avanti! di Nenni, allora, se ne andò e scomparve (non per sempre), senza dire una parola di saluto agli amici e ai lettori, come qualunque giornale che cessa le pubblicazioni. Se ne andò così, in silenzio, semplicemente perché non sapeva che le “leggi fascistissime”, il giorno dopo, ne avrebbero impedito l’uscita. L’Avanti! del 1993 se n’è andato allo stesso modo, senza preavviso e senza commiato. Perché non sapeva che la morte per inedia sarebbe arrivata, non prevista, il giorno dopo. Come un vecchio che non mangia da tempo e improvvisamente trapassa, così è finito l’Avanti! In quel momento, senza un necrologio e un commento. Ma dopo aver molto vissuto. Dopo una storia che, credo, valeva la pena di raccontare”.

Ugo Intini

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Commenti all'articolo
  1. Ti ringrazio Ugo Intini per questo appassionato commento. Vorrei aggiungere: ciò che accadde fu la conseguenza della morte del comunismo nel mondo e del tentativo, da parte di una banda di sciagurati, di far sopravvivere il partito comunista in Italia a dispetto della storia. A distanza di vent’anni finalmente Matteo Renzi sta rimettendo le cose a posto con iniezioni, nel Partito Democratico, di stile e e cultura socialista (quella di Bettino per intenderci). E’ così, anche se non lo può ammettere esplicitamente. L’Avanti!, non importa se solo online, è il cuore pulsante della cultura socialista, quella che ha vinto, secondo la storia.
    L’Avanti! si salverà e ritornerà ad essere il grande quotidiano dei lavoratori dell’alba del movimento operaio. Questo avverrà perché non ha bisogno né di Debenedetti né delle cooperative. Si salverà perché è costretto a sopravvivere online grazie a una procedura non professionale (WordPress) che è una piattaforma per blog e non per un quotidiano. Si salverà perché ha saputo darsi un direttore spirito libero, artista scrittore di lettere e di canzoni ma anche politico navigato. L’Avanti! online assomiglia al foglio clandestino stampato nello scantinato durante il fascismo e distribuito con mezzi di fortuna. Fra i visionari che lo scrivono e lo leggono, fra le tante idee balzane pubblicate, ogni tanto spunta un’eccezione che mi fa ritornare all’adolescenza e a quelle speranze. Io so che ci sono idee forza che possono sfondare e avere più presa del giullare Grillo e dell’industriale della comunicazione Berlusconi. Sono idee grandi ma scomode per il potere finanziario e per le caste che hanno nella mediocrità il loro terreno di coltura. Steve Jobs diceva: “Stay hungry, stay foolish”, affamati e visionari proprio come l’Avanti! online. L’Avanti! potrebbe quindi riconoscere quelle idee vincenti perché ne ha i requisiti.
    L’Unità non ne è mai stata mai capace. Per questo probabilmente morirà

  2. Grazie di cuore a Ugo Intini per averne scritto la storia e a Mauro Del Bue perché ne tiene viva la memoria, ricordandoci quasi ogni giorno che compito nostro è quello di rivolgere sempre il nostro sguardo…Avanti!

  3. Caro Ugo , ho letto il tuo libro ,ed é stata una bella illuminazione e sorpresa. Parlare di politica oggi é complicato .. Chi nel 93 favorì , o quanto meno non s’oppose alla degenerazione di quel che accadeva , raccoglie oggi i frutti. Ogni 20 anni (una generazione) accade qualcosa. Ma occorre guardare “Avanti” , e recuperare le forze per riportare il nostro Paese alla sua responsabilità e grandezza . Lo dobbiamo agli italiani che devono però conquistarselo , ragionando.

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