sabato, 16 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Il riformismo socialista:
da Karl Marx a Bernstein
fino a Matteo Renzi?
Pubblicato il 01-08-2014


Karl MarxLa scuola di pensiero socialista ha avuto vari padri. Tra questi sicuramente Carlo Marx, di lingua tedesca, ideatore del Manifesto del Partito Comunista, hegeliano, fissato con la lotta di classe, il materialismo storico e la rivoluzione. E poi Edoardo Bernstein, anche di lingua tedesca, per cui il fine (la rivoluzione) non contava, contava invece il tragitto e cioè la democrazia (Das, was man gemeinhin Endziel des Sozialismus nennt, ist mir nichts, die Bewegung alles). La famosa svolta della socialdemocrazia tedesca (SPD) – che ebbe luogo a Bad Godesberg vicino Bonn capitale della Germania federale, quando la SPD mise in soffitta la lotta di classe, l’anticapitalismo e l’aspirazione rivoluzionaria – è la realizzazione dell’intuizione di Bernstein.

Le idee contano e producono risultati pratici, infatti la SPD usciva rigenerata dal congresso del 1959. Oggi la crisi finanziaria consente ai partiti di sinistra europei di ripristinare argomentazioni da lotta di classe (contro i ricchi) e anticapitaliste (contro il privato, contro la finanza) o perfino rivoluzionarie (contro i politici), ma tutto ciò sembra una tentazione alla quale il socialismo non dovrebbe cedere. Una sinistra moderna non può utilizzare stancamente strumenti ideologici trapassati solo perché convenienti al momento. La sinistra deve indicare la via per il progresso e non cadere nella trappola dell’odio di classe che può aver presa su un elettorato ignorante come erano i contadini russi della rivoluzione bolscevica, ma che mal si adatta alla società italiana ed europea di oggi dove, seppur poveri o precari, i cittadini sono perlopiù educati e scolarizzati e si aspettano qualcosa di più sofisticato che una presa della Bastiglia.

L’obiettivo è la crescita e il capitalismo (anche finanziario) garantisce la crescita. La proprietà privata, che è la base del capitalismo, garantisce la crescita. La frase « Kapitalismus ist nicht krank, ist die Krankheit » (Il capitalismo non è malato, è la malattia) non appartiene al DNA socialista democratico, almeno non piu da decenni. Il capitalismo non va abbattuto, ma riformato, con gradualismo, con riforme di struttura e costituzionali anche e con l’introduzione di istituti di democrazia industriale. Il capitalismo necessita misure anticicliche, costruzioni fiscali a livello federale che bilancino misure di austerità locale, ma è ancora lo strumento di rilancio dell’economia. Condividere il potere decisionale e diritti di voice è una delle strade da seguire, anche nella finanza, spesso separata inspiegabilmente dalla economia reale. I lavoratori, o chiunque abbia un interesse a come vengono gestite le cose o i soldi, vogliono essere parte delle scelte strategiche che li riguardano, e ne hanno diritto, e per questo chiedono diritto di voto negli organi decisionali delle società che gestiscono le imprese, comprese le banche e le società di gestione. È un cambio di prospettiva totale.

È un approccio orientato agli stakeholders. È il superamento della visione di Friedman per cui il solo scopo dell’impresa è far guadagnare gli azionisti, ma è anche il rifiuto di Marx, per cui il capitalismo andava (necessariamente) superato. È l’idea democratica e costruttiva di Bernstein. È uno sforzo intellettuale sociale e pratico che i socialisti possono e debbono fare per essere al passo col tempo e sconfiggere le crisi del capitalismo. Una sinistra moderna e razionale é necessariamente riformista.

Leonardo Scimmi

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Commenti all'articolo
  1. tutto quello che sopra è affermato rappresenta gli ultimi percorsi del concetto di riformismo come noi lo intendiamo. Ma non sono più in grado di dare una definizione chiara e nuova, non stantia, dei concetti di progresso e sviluppo. la globalizzazione ha sicuramente cambiato qualcosa e queste definizioni sono forse ormai strumenti che non spiegano più tutto. L’ambiente non viene mai preso in considerazione come anche la crescita demografica e le sue conseguenze sociali ed alimentari. noi, in quanto laici e socialisti, abbiamo il dovere di ragionare sempre anche fuori dagli schemi specie dei nostri. Forse il modello newtoniano che ha dominato il pensiero umano influenzando tutte le scienze, economia compresa sta entrando in crisi. Affrontare le sfide attuali richiede un cambiamento profondo, a partire dall’identificazione della complessità sistemica del mondo in cui viviamo. anzi tutto la preso da coscienza dei limiti fisici del pianeta che passa dalla comprensione delle complesse interazioni che legano elementi materiali ed esseri viventi all’interno del sistema Terra.
    L’individualismo metodologico, frutto del paradigma riduzionista e meccanicista, è stato la base della scienza economica, portando a tre credenze erronee: l’uomo è signore e padrone del suo ambiente; viviamo su un pianeta dalle risorse infinite; il mercato e la tecnologia creeranno sempre delle valide alternative.
    Dal punto di vista pratico poi, questo si è tradotto in una ricerca continua di crescita: della produzione, dei consumi e della ricchezza.
    La visione termodinamica e sistemica, al contrario, ha sottolineato come la Terra sia essenzialmente un sistema chiuso dalle risorse limitate, il che implica l’impossibilità fisica della crescita illimitata. Inoltre, la complessità degli ecosistemi e l’articolato sistema di retroazioni che determinano il funzionamento dell’ambiente naturale, rendono inutili quegli interventi che non tengono conto delle connessioni tra i sistemi e che si presentano come soluzioni per un solo aspetto della questione.
    La persistenza dell’approccio riduzionista non riesce a cogliere i problemi della complessità. Emerge la necessità di un cambiamento del paradigma che consenta di affrontare non solo i problemi ambientali, ma anche i problemi sociali causati dall’economia della crescita. Anche nelle economie occidentali cresce il malessere riguardo a una società che indebolisce sempre di più i legami sociali, rende frenetici i ritmi di vita e attira in un vortice le identità di consumatori e cittadini.
    La sensazione di “aver oltrepassato il limite” permea di incertezza la visione del proprio futuro, aumentata dalle notizie contraddittorie che ogni giorno commentano la situazione ambientale. Fioriscono testi che elogiano la lentezza, che osano parlare contro il dogma del progresso e riscoprono i benefici di uno stile di vita più sobrio e frugale. L’attenzione verso l’ambiente assume un carattere sempre più pervasivo all’interno della società e del mercato, e alcuni consumatori iniziano a prendere coscienza del proprio agire di consumo come strumento per manifestare i propri valori e i propri orientamenti economici.
    mi scuso se l’ho fatta lunga, ma onestamente sono un po’ in crisi ed alla ricerca di confronti e riscontri oggettivi.

  2. La mano pubblica in economia e l’impresa privata, non possono che interagire, se sin vuole guardare allo sviluppo.
    Possiamo pensare, per raggiungere questo obbiettivo, se si articolerà su 8300 comuni e le Regioni, con l’ente intermedio composto dalla conferenza dei sindaci? Sarà la conferenza dei Sindaci a proporre la politica delle infrastrutture necessaria a ridurre i costi del nostro sistema produttivo?
    E’ mai possibile che tutto si concentri sul costo del lavoro, inteso esclusivamente sul salario, come se il sistema Italia sia già razionale? E tutto ciò sia condito dal consenso via internet e da forze politiche che portano il nome del capo?

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