martedì, 22 agosto 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

La perdita di credibilità
del Prodotto Interno Lordo
Pubblicato il 01-08-2014


PilFinalmente, i massmedia e gli establishment dei più importanti Paesi del mondo stanno prendendo coscienza del fatto che il PIL non è più un indicatore credibile, sia dello “stato di salute” dei sistemi economici, che dell’effettivo livello di benessere delle loro popolazioni, oltre che del modo in cui questo è distribuito tra i singoli individui. Gli economisti, che da sempre hanno affermato la significatività del PIL, hanno usato nell’esposizione delle loro argomentazioni i termini crescita e benessere/sviluppo come sinonimi: con il termine crescita inteso come espressione di un fatto quantitativo (la percentuale dell’aumento del reddito o del prodotto pro-capite), e il termine benessere/sviluppo inteso come cumulo dei benefici originati dalla crescita, consistente in un generale innalzamento delle condizioni di vita delle popolazioni.

In questa prospettiva, la crescita era il fenomeno che permetteva di “allargare” le dimensioni del “paniere di beni e servizi” rappresentante la ricchezza prodotta in un dato tempo da un Paese; se il paniere si “allargava”, ciò che veniva dedotto acriticamente era che i soggetti che ne disponevano non potevano che stare meglio, in quanto avrebbero visto aumentare il loro livello di benessere. Sulla base di queste premesse, l’obiettivo prevalente dell’azione dell’establishment di ogni Paese era individuato nel perseguimento di un tasso di crescita/benessere/sviluppo pro-capite quanto più elevato fosse stato possibile. Così è stato facile sostenere che il PIL era il più importante, se non l’unico, punto di riferimento su cui gli economisti ed i governi dovevano sempre concentrare la loro attenzione.

Nel tempo, l’inadeguatezza del PIL, come indicatore della crescita, del benessere, dello sviluppo e dell’equità nella loro distribuzione, è divenuta sempre più evidente, soprattutto dopo che molti economisti si sono convinti che le attività che accrescevano il PIL, potevano diminuire sia il benessere che lo sviluppo. Ciò ha determinato che, in ambito scientifico, fossero proposti numerosi indici che, per una valutazione complessiva, realistica e comprensiva del livello di benessere si facesse riferimento, contemporaneamente, alla sfera economica e a quella sociale e ambientale degli Stati nei quali risultavano organizzate stabilmente le singole popolazioni.

In passato, quindi, l’idea di fondo, condivisa dalla maggioranza degli economisti, era quella secondo cui l’aumento della quantità pro-capite dei beni a disposizione facesse ricadere, prima o poi, i suoi effetti positivi sulle popolazioni sotto forma di nuovi posti di lavoro, maggiori opportunità economiche e standard di vita più elevati, riduzione della povertà e delle disuguaglianze. L’evidenza statistica ha dimostrato però che non sempre ciò accadeva, in quanto larghe fasce di popolazione, in tutti i Paesi, non riuscivano a cogliere i vantaggi della crescita; ciò, forse, come ha avuto modo di osservare Amartya Sen (citato da Federico Rampini su “la Repubblica” del sei luglio scorso), perché il PIL misurava un tipo di crescita quantitativa che coincideva con l’arricchimento di minoranze privilegiate, mentre se fosse stato utilizzato un indicatore meno screditato e più realistico sarebbe stata spostata l’attenzione verso le componenti del PIL che fossero andate a beneficio di coloro che stavano peggio.

La crisi recente che ha colpito le economie di mercato ha determinato presso una fascia sempre più larga della corporazione degli economisti, dei sociologi e dei politici il ricupero della visione che da tempo riconosce l’autonomia e la differenza sostanziale dei concetti di crescita e di benessere; certamente legati tra loro, ma non necessariamente in modo così diretto e conseguente come si è stati propensi a credere sino ai nostri giorni.

Ora, la percentuale di crescita del PIL, pur mantenendo ancora un ruolo centrale come indicatore di crescita/benessere/sviluppo, tende a cessare di poterlo conservare; lo screditamento del PIL, però, comporta, da un lato, lo spostamento dell’accento dalla sua dimensione quantitativa (crescita) a quella qualitativa (benessere/sviluppo); dall’altro, l’urgenza che si stabilisca cosa deve intendersi in termini precisi per benessere/sviluppo e quali devono essere gli obiettivi verso i quali i governi dei singoli Stati devono indirizzare la loro azione politica.

Per alcuni, l’idea di benessere/sviluppo dovrebbe collegarsi ad una strategia dei bisogni fondamentali legati all’esistenzialità dei componenti le popolazioni. A tal fine, la strategia suggerita dovrebbe essere quella di garantire a tutti i gruppi sociali di ogni Paese uno “standard minimo di benessere/sviluppo” esprimibile attraverso un reddito disponibile pro-capite, sufficiente ad acquisire un “paniere di beni e servizi” utile a consentire, secondo la teoria dei “basic needs” (bisogni fondamentali), il superamento dello stato di povertà assoluta.
Questa teoria è stata anche riveduta, con il richiamo alla necessità che il benessere/sviluppo debba essere perseguito attraverso politiche pubbliche finalizzate a rimuovere la povertà assoluta e le diseguaglianze, oltre che con una ridistribuzione del reddito disponibile, con il trasferimento pubblico di beni e servizi, soprattutto nel campo della sanità e della scuola. L’obiettivo più generale diviene così quello di garantire il raggiungimento di uno “stato di vita piena” per tutti, non esprimibile attraverso la sola considerazione di una data soglia di reddito. Questa visione del benessere/sviluppo segna un punto di svolta piuttosto radicale rispetto allo scenario che è possibile delineare con la considerazione della sola crescita economica espressa in termini di standard quantitativi.

Il punto di svolta risulta ancora più radicale se si considera che la teoria dei “basic need” è stata ulteriormente arricchita qualitativamente da Amartya Sen, con la riformulazione del concetto di benessere/sviluppo in termini di sviluppo della capacità di autorealizzazione dell’uomo; sviluppo, quest’ultimo, garantito dalla garanzia assicurata a tutti i componenti del sistema sociale di una serie di “capabilities” di acquisire fondamentali qualità della vita, non ristrette entro parametri di natura esclusivamente economica. A proposito, vale la pena ricordare che il concetto di sviluppo inteso come aumento della capacità di autorealizzazione dell’uomo è stato già accolto da tempo dalle Nazioni Unite; esse, nell’ambito dei loro programma di sviluppo, hanno adottato specifici indici, tutti alternativi al “vecchio” PIL, quali l’Human Development Index (HDI) o Indice di sviluppo umano, il Gross National Happiness (GNH) o Indicatore della Felicità Interna Lorda, il Genuine Progress Indicator (GPI) o Indicatore del Progresso Autentico e l’Index of Sustainable Economic Welfare (ISEW) o Indice di benessere economico sostenibile.

Se è vero che ora l’”attacco al PIL”, come afferma Rampini, è condotto da giornali come l’americano “Wall Street Journal” e l’inglese “Financial Time”, ai quali si sarebbero aggiunti gli establishment e gli organi rappresentativi del neoliberismo internazionale, come si giustifica che Paesi come gli USA e il Regno Unito, “ombelico” del capitalismo internazionale, non avvertano il pericolo di un possibile “ritorno della crisi”, dopo il manifestarsi dei segni instabili di una debole ripresa? Come mai le Autorità di questi Paesi, soprattutto quelle degli USA, non decidono definitivamente di rinunciare a “stimolare” la ripresa della crescita attraverso il “lancio di lotterie nazionali”, quali sono appunto le misure pubbliche da loro adottate, foriere solo di nuove bolle speculative, come se la crisi che ha colpito gran parte dell’economia mondiale nel 2007/2008 non abbia avvertito dell’urgenza di riforme istituzionali ab imis delle quali il capitalismo ha bisogno? Le litanie lamentevoli che si susseguono ogni qualvolta il capitalismo mostra i segni della sua vetustà sembrano avere la natura di riti con cui i potentati del mondo sembrano esorcizzare l’urgenza di allontanare da sé le necessarie misure riformatrici, delle quali essi hanno contezza, ma che in ogni caso non amano egoisticamente accollarsene il “costo”.

Gianfranco Sabattini

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Spagna UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. Il PIL o GCD è un indicatore che va preso con il beneficio di inventario. D’accordo, ma ci voleva l’indicazione del PIL per sapere che il nostro era negativo: non era sufficiente leggere le dichiarazioni di Della Valle sulle attività di questo governo, e che dire di quella società americana che voleva installare una fabbrica in Veneto che viste le pratiche burocratiche da riempire è fuggita di gran carriera o che sulla tassa sulla casa ci stiamo trastullando da vent’anni senza concludere niente serve solo per far fare “politica” (sic) al signor B. detto l’Olonese.

Lascia un commento