mercoledì, 23 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Niccolò Musmeci:
L’unica soluzione è la pace in Palestina
Pubblicato il 29-08-2014


Da millenni quella terra è piagata dalla guerra. Contesa fra Egiziani e Hittiti già tremila anni fa oggi la Palestina è ancora coperta di sangue. Dalle spade ai fucili, non c’è duna, oasi, campo, pianura, roccia dove non sia morto qualcuno. Incrocio fra tre religioni. Nodo fra tre continenti. Incastro di molte culture. Dopo duemila anni lo stato di Israele ha ripreso a respirare e duramente si è intromesso nella scena internazionale. Appare incredibile che una terra così piccola sia riuscita a fronteggiare tutto lo scenario mediorientale. In effetti si è detto molto riguardo ai successi israeliani. Solo il fatto di possedere l’Iron Dome, che risulta praticamente impenetrabile, un esercito competente al pari delle attuali potenze dello scacchiere internazionale, un costante finanziamento del territorio insieme ad un duro lavoro, che in poco più di mezzo secolo hanno trasformato una terra rurale in una forte economia liberale. Colonia americana, finanziata dai banchieri ebrei del mondo, noncuranti di massacri, finte vittime…

Tutti questi giudizi e queste invettive si scagliano addosso a questa piccola, ma potente nazione e stavolta dobbiamo riconoscere che possiedono un briciolo di credibilità. Eppure per paura dell’accusa di antisemitismo dobbiamo tacere. Allora pensiamo, che ci è ancora dato, come sia possibile che Israele sia diventata una potenza di così grande portata. Vorrei aggiungere una critica che sento poco da parte della stampa, dei politici e della gente in generale. Se Israele si considera una nazione occidentale, moderna e superiore a degli stati retti da terroristi, che costringono il popolo a fargli da scudo umano, perché si comporta come tale? Perché lancia migliaia di razzi contro la zona più densamente abitata del suo vicino? Perché mantiene nel suo governo ministri, donne addirittura, che affermano che è un bene massacrare le madri di Gaza, presunte creatrici di mostri antisemiti?

Perché manda volantini avvertendo di possibili incursioni aeree e poi bombarda spiagge, scuole delle Nazioni Unite e obiettivi privi di importanza strategica? Perché mobilita blindati, carri armati, missili, elicotteri, la marina addirittura contro un esercito privo di ogni mezzo moderno, a parte quei tanto famosi razzi, tanto famosi quanto inutili a causa dell’Iron Dome? E se Israele è questo paese civile, perché non si comporta da tale? Se fosse una democrazia moderna e occidentale, perché usa metodi medievali? Perché bombardare una zona militarizzata ma piena di civili, costretti da terroristi insensibili, gli uomini di Hamas, a stare dove sono, immobili, come scudi umani sotto una furente costante pioggia di ferro e fuoco? E infine restare indifferenti, indifferenti a ciò che i loro ed i nostri padri soffrirono.

Se questa è una democrazia…. Invece, ingaggiare colpi su colpi cercando di intavolare una discussione, rischiare la propria incolumità, solo per una minima speranza di pace, questa è democrazia. Creare la pace, creare due stati indipendenti e sovrani: questo è possibile, ma solo se l’Europa si schierasse in modo fattivo e economico con quella parte di palestinesi che non stanno con Hamas e con gli israeliani che non credono nella guerra. Questo è ciò che non sento dire. Ciò che noi tutti sappiamo è invece che Hamas, rappresenta circa la metà dei voti dei palestinesi, opposizione alla più moderata Olp, anch’essa ormai favorevole alla pace.

I palestinesi che per difendere la propria terra accettano un’alleanza con terroristi, criminali, uomini che, indottrinati da predicatori fanatici per la gloria di un dio tramutato in un demonio assetato di sangue, vorrebbero compiere un genocidio, non possono avere giustificazione alcuna. Come mai parte degli arabi e degli stati del medio oriente condividono tali posizioni? Forse perché qualcuno li ha costretti o addirittura invitati, anche se indirettamente, a diventare malvagi in risposta ad una malvagità che hanno e sentono sulla propria pelle? Mi auguro che finalmente i giusti di entrambe le parti creino la democrazia e la pace, una pace non imposta con le armi, ma ottenuta attraverso la comprensione e il rispetto per le diversità.

Ed è proprio in questi giorni che si gettano le fondamenta di una nuova pace, se Dio vuole, quello di ambo le parti, che soffre ugualmente delle morti degli israeliani e dei palestinesi. Ma attenzione, poiché da un’ingiusta pace può nascere una guerra ben peggiore…

Niccolò Musmeci

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Commenti all'articolo
  1. In poco più di due mesi siamo passati dalla preghiera per la pace tra Papa Francesco, Simon Peres e Abu Mazen, alla ripresa dei razzi su Israele ed alla decapitazione di James Foley.
    In altre parole, siamo alla terza guerra mondiale disseminata sul pianeta.
    Alla richiesta di pace venuta da Roma c’è stata la risposta di Hamas con la cattura e l’uccisione dei tre giovani israeliani. Per chi è solo un pochino accorto questo vuol dire dichiarare guerra ad Israele.
    A prima vista la strategia di Hamas potrebbe sembrare si volersi posizionare in alternativa alla disponibilità di Fatah con la partecipazione di Abu Mazen alla preghiera di Roma. Voi pregate per la pace e noi, invece, lavoriamo per la guerra ad Israele. Altra politica.
    Tutto ciò può anche apparire incomprensibile, anche perché Israele è superiore dal punto di vista militare, specialmente se si pensa alle vittime della guerra (Israele aveva avvertito che sarebbero partiti i bombardamenti, prima dell’intervento di terra). Ma nella strategia di Hamas non c’era la protezione dei palestinesi, giovani, vecchi, donne e bambini, c’era piuttosto la necessità di poter far nuovamente scatenare i media sugli effetti disastrosi dei bombardamenti israeliani sulle cose e sui civili, per rimettersi al centro dell’attenzione e rinegoziare la sua presenza in terra palestinese.

    Israele ha sbaragliato forse la totalità dei tunnel sotterranei che Hamas voleva usare per sorprenderla; ha dimostrato di saper centrare al 90% i propri obiettivi; si è fermata quando ha creduto di aver assestato un colpo sufficientemente forte per indurre Hamas alla ragione.
    Ma forse anche Israele non ha considerato che non era la contrapposizione con Al Fatah che guidava Hamas, ma un disegno più sottile: usare le vittime civili per far condannare Israele riportarla al tavolo del negoziato per riaprire i dossier sul suo isolamento nella striscia di Gaza.
    Cioè: è stata Hamas a volere la guerra, poiché soltanto così avrebbe potuto mettere sul tavolo internazionale le vittime civili. Ha usato ed usa anche l’arma del blocco dell’aeroporto Ben Gurion, col fine di isolare Israele dal resto del mondo.
    Israele, entrando in azione, ha favorito i piani di Hamas! Paradossalmente, se Israele non si fosse mossa, Hamas avrebbe avuto meno chances di mettersi al tavolo delle trattative, dal quale spera di ottenere migliori condizioni di quelle attuali.

    Ma Hamas ha forse qualche altro asso nella manica. Dalle ceneri della rivoluzione contro Assad, in Siria, è uscito un movimento jihadista che ha costituito il califfato in Siria ed in Iraq e che si è macchiato di crimini di genocidio verso cristiani ed altre minoranze religiose.

    Forse dovremmo riconsiderare quello che è successo in Israele tenendo conto di quello che stava accadendo tra la Siria e l’Iraq. Nei giorni in cui si pregava a Roma, veniva presa Mosul ed iniziava l’avanzata delle milizie sunnite integraliste che, nel frattempo, costituivano il Califfato nelle terre conquistate in Siria e Iraq.

    Hamas è collegata con l’ISIS e non è da escludere che le mosse sui due fronti siano state concepite in concomitanza, forzando al massimo le contraddizioni dei loro avversari. Il disegno di estendere il Califfato fino al Magreb dà alle vicende di Gaza un significato diverso, che non è soltanto quello di ottenere più agibilità nella striscia di Gaza, ma di destabilizzare la situazione politico-militare in un’area sensibile rispetto alle volontà espansive dell’ISIS.

    Non mancano nel mondo arabo simpatie verso l’integralismo combattente, anche se sono presenti stati che lo vedono come il principale pericolo per loro, a cominciare dall’Egitto di Al Sisi che ha messo al bando i Fratelli musulmani spintisi, dopo le elezioni, a disegnare uno stato fondato sull’integralismo islamico.

    La situazione è del tutto nuova e le potenze regionali si trovano impreparate. Prima di tutte gli USA. Obama aveva puntato ad una nuova stagione verso il mondo musulmano, cercando di chiudere le stagioni degli interventi in Iraq ed in Afghanistan. L’uccisione di Osama Bin Laden andava in questa direzione, di progressivo distacco americano da quello scacchiere.
    Ora si trova a dover fronteggiare l’avanzata dell’ISIS, senza potersi tirare indietro, avendo come alleato sostanzialmente soltanto l’Unione europea, o almeno alcuni stati dell’Unione, più sensibili al passato imperialista, tra i quali Francia e Regno Unito, attori fondamentali nella destabilizzazione della Libia, con l’intento di sostituirsi al ruolo svolto fino ad allora dall’Italia.

    Il campo è tutto aperto: anche se l’ISIS sarà sbaragliato, in Iraq e in Siria, non si potrà certo pensare di tornare ai vecchi confini post-coloniali e diverrà necessario ridisegnare nuovi confini di nuovi stati; a cominciare dai curdi, che sono anche al di là della frontiera turca. Il ruolo dei soldati del PKK non lascia margini di distrazione

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