martedì, 17 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

Afroamericani, ancora proteste dopo
gli incidenti di Ferguson
Pubblicato il 24-08-2014


FergusonLos Angeles, agosto 2014 – A Los Angeles arriva l’eco di un’America in fiamme. Tutti mi parlano di Ferguson, sobborgo di St. Luis, in Missouri, dove non cessa la rivolta da parte della popolazione afro-americana contro la polizia locale. Due settimane fa è stato, infatti, ucciso a colpi di pistola il diciottenne di colore Michael Brown proprio da un agente di polizia, Darren Wilson.

Dalle indagini risulta che il ragazzo non fosse armato e che, dopo aver rubato alcuni sigari in un negozio, fosse stato colpito da sei proiettili: la polizia ha riferito che si era dimostrato “aggressivo nei confronti dell’agente”. La comunità nera parla di vera e propria esecuzione e continua, imperterrita, nella sua protesta. Alle volte pacifica, come quando innalza le centinaia di cartelli con su scritto “mani in alto: non sparare” , ma alle altre violenta, quando di notte vengono derubati negozi, attaccate auto delle forze dell’ordine. La risposta della polizia è risoluta: 78 arresti, tra questi anche due giornalisti del Washington Post e dell’Huffington Post. La città appare militarizzata. E sembra che l’interventi del Capo di Stato, Barack Obama, fermo nel criticare l’eccessivo uso di forza da parte della polizia, sia per nulla servito. Un altro ragazzo di colore, 23 anni, quattro giorni fa ha perso la vita, a circa 3 miglia da Ferguson, sempre colpito dalla pallottola di un agente.

Anche qui nuove proteste. Queste morti sono “la goccia che ha fatto traboccare il vaso”: a Ferguson la comunità afro-americana è stimata intorno al 70% ed i rapporti con le istituzioni locali, quasi interamente composte da bianchi, sono tutt’altro che positivi. Il problema dell’emancipazione razziale è qui una piaga sociale. La polizia, a dire della comunità, ricorre spesso a comportamenti poco leciti nei confronti dei neri. Proviamo a smettere, peró, di guardare alla goccia concentrandoci di più, invece, sul colmo vaso.

Sembra che le battaglie di Martin Luther King o di Malcolm X non abbiano risolto il problema. È in situazioni come queste che sorge lecito chiedersi quanto realmente gli Stati Uniti siano progrediti, non avendo, nei fatti, abolito ogni tipo di discriminazione. E ció lacera terribilmente la società, facendo passare in secondo piano le pur importanti innovazioni, scoperte e progressi. Il problema persiste  in un Paese in continua, apparente, evoluzione. Anche qui, in California, si ha una grande percezione di ció. Nella Los Angeles della Walk of Fame la discriminazione razziale è terribilmente presente.

Basta allontanarsi anche di poco dal Nokia Theatre per prenderne consapevolezza: gruppi di afro, di ispanici e di altri immigrati che vivono ai margini e che “guardano” alle ville di Beverly Hills non con ammirazione ma con risentimento. E le fiamme di Ferguson sono la goccia di un vaso pieno di odio e rabbia.

Francesca Fermanelli

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