sabato, 23 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Paolo Bolognesi:
Dico la mia sulla legge elettorale
Pubblicato il 09-08-2014


La legge elettorale è materia che deve innanzitutto impegnare gli addetti ai lavori, e coloro che vantano preparazione ed esperienza in proposito, ma pure a chi non è del settore va nondimeno concesso di poter dire la sua, anche a costo di incorrere in vistosi strafalcioni, se non altro perché le regole elettorali riguardano ciascuno di noi, specie chi si reca puntualmente alle urne ogni qualvolta vi sia chiamato e vorrebbe pertanto far contare al meglio il proprio voto.

Oggigiorno l’attenzione è rivolta soprattutto alla soglia di sbarramento e alle preferenze, e circa la prima c’è chi la vorrebbe alzare quanto più possibile (soprattutto per le forze politiche che intendono correre in solitaria, fuori cioè da ogni coalizione) e chi invece spinge per vederla ridotta al livello minimo.

I sostenitori della soglia elevata accampano in primo luogo ragioni di tipo istituzionale: evitare o contenere la frammentazione del quadro politico, quale presupposto per una migliore governabilità del Paese (a parte il discorso del premio di maggioranza).

Ma a monte vi sono anche motivi di natura politica: rendere più difficile l’accesso al Parlamento dei partiti “minori”, in modo da ingrossare le fila di quelli “più grandi”, i quali ultimi divengono così i soli arbitri della situazione.

E’ vero che le formazioni minori possono divenire condizionanti, una volta che abbiano ottenuto una rappresentanza parlamentare, ma lo possono essere anche a priori qualora, nell’incertezza di poter raggiungere la soglia minima alla prova elettorale, decidano di non presentarsi e di “contrattare” numero e posizione dei propri candidati nella lista in cui pensano di confluire, quando si tratti appunto di liste bloccate.

In un sistema che tende sostanzialmente al maggioritario, anche i numeri di una forza “gregaria” possono infatti diventare molto appetibili per raggiungere il “quorum” che porta al premio di maggioranza, e anche una forza “gregaria” può quindi avere un buon potere negoziale. E può anche succedere che un partito entrato con difficoltà in Parlamento cerchi poi di far pesare questa sua fatica, soprattutto se alta è la soglia di accesso, e quindi grosso lo sforzo per superarla, così da dar voce e visibilità all’elettorato che gli ha dato credito.

Del resto i casi di differenziazione, se non di vero dissenso, fino al passaggio ad altro gruppo, capitano pure all’interno dei grossi partiti, nel corso della legislatura, e anche quando i medesimi hanno responsabilità di governo, per significare che il fenomeno non è automaticamente eliminabile per via elettorale e “serrando i ranghi”, datosi che non esiste il vincolo di mandato (ai sensi art. 67 della Costituzione).

A conti fatti, dunque, l’asticella dello sbarramento potrebbe essere tenuta bassa, in particolare per chi entra in coalizione, giacché non sembra essere questo il nodo della ingovernabilità, almeno a parere di chi scrive, ed è altresì probabile che così facendo si potrebbe recuperare in qualche misura il crescente astensionismo, visto che si allargherebbe la platea di scelta.

Il nodo dell’ingovernabilità, che c’è e non può andar eluso, si potrebbe invece dirimere per altra via, attribuendo cioè al Presidente del Consiglio la facoltà di poter sciogliere le Camere, una contromisura che nelle sue mani agirebbe senz’altro da deterrente verso gli eventuali eccessi di dissidenza in seno alla propria maggioranza, che possano dar pregiudizio all’azione di governo. Questo ragionamento ha ovviamente valore in una logica maggioritaria, ma d’altronde ci si è ormai avviati già su tale strada, pur se non siamo ancora al bipolarismo (e forse anche non vi arriveremo, quantomeno nell’immediato).

La questione preferenze rappresenta l’altra faccia della medaglia, posto che nell’epoca del leaderismo le fortune di un partito dipendono essenzialmente dalla capacità di presa sugli elettori del proprio capofila, il quale mira comprensibilmente a circondarsi di suoi “fiduciari”, mentre il dispositivo delle preferenze produce figure più autonome e indipendenti, e anche più forti, possibili fonte di una qualche “interdizione” nei confronti del leader.

Ma anche quest’ultima evenienza sarebbe sufficientemente bilanciata, per chi si trovasse a governare, una volta che fosse concessa al Premier in carica la prerogativa di sciogliere le Camere, strumento di “dissuasione” che funzionerebbe altrettanto bene per i modelli misti (liste bloccate e preferenze, laddove si volessero soddisfare entrambe le esigenze).

Si avrebbe così un “Insieme” di equilibri e contrappesi abbastanza efficace, pur se non perfetto, e che salvaguarderebbe in ogni caso la governabilità; diversamente lo si dovrebbe ricercare in altra maniera, perché fa bene alla “democrazia”, puntando ad esempio sul livello locale, Sindaci dei capoluoghi e Governatori regionali in testa, senza accavallamenti di competenze e fatta comunque salva la sovranità e unicità dello Stato, la cui importanza va sempre aumentando con l’intensificarsi dei rapporti e coinvolgimenti internazionali.

Ma a questo punto andrebbe allora ripensata e ridisegnata l’intera architettura istituzionale, come verosimilmente si proponeva di fare la Grande Riforma di vecchia memoria (ai tempi della Prima Repubblica).

Paolo Bolognesi

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