lunedì, 18 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Paolo Bolognesi:
Il colpevole ad ogni costo
Pubblicato il 13-08-2014


Probabilmente sarà soltanto una mia erronea impressione, ma a me sembra che col trascorrere del tempo si vada accentuando un fenomeno “sociale” abbastanza preoccupante.

Allorché capita una calamità naturale, per fare un esempio tra i tanti, cresce sempre di più nella pubblica opinione, almeno secondo quanto percepisco, l’aspettativa che si trovi subito un “colpevole”, cui veder comminata una pena, come se non potesse succedere che qualcosa di “storto” avvenga per mera ed imprevedibile fatalità, ovvero per una “responsabilità” collettiva, vedi il modo con cui l’uomo moderno ha concepito l’uso del territorio.

Talora viene quasi da pensare che si voglia ad ogni costo un capro espiatorio, quale alibi per esorcizzare scelte collegiali sbagliate sui modelli del nostro vivere, dei quali siamo oggi un po’ tutti insoddisfatti, senza tuttavia riuscire a staccarcene, per assuefazione o per altre diverse ragioni, che semmai non vogliamo neppure ammettere.

Forse nei decenni passati ci si era illusi di poter vivere in una sorta di mondo artificiale, molto protettivo e regolabile a piacimento, salvo poi accorgersi all’improvviso o quasi, come in brusco risveglio, di dover fare i conti con tutt’altra realtà, verso le cui “insufficienze” stentiamo a trovare i giusti rimedi, o valide alternative.

In questi giorni ho poi letto di una proposta di legge che contemplerebbe il carcere per chi incita all’anoressia ovvero alla bulimia, e poiché in quest’epoca si parla molto di alimentazione, fabbisogni energetici e nutrizionali ecc…, mi sono chiesto dove stia il confine tra il poter esprimere in materia la propria idea, qualunque essa sia, e lo spingere qualcuno, tra chi ci ascolta, verso i due suddetti comportamenti, e mi sono altresì domandato, per fare una comparazione in altro campo, quali toni e vocaboli debba usare chi voglia decantare la cultura e l’identità del proprio Paese per non venir tacciato di intolleranza e di “razzismo”.

E più in generale ci si potrebbe pure interrogare sul come vada a conciliarsi la libera espressione del proprio pensiero (garantita dall’art. 21 della Costituzione e dalla Convenzione europea per i diritti dell’uomo) col rischio di commettere, pur se involontariamente, un passo falso, cioè una qualche forma di “istigazione” contraria alla legge.

Sto ragionando per paradossi, ma non vorrei che alla lunga arrivassimo a “tapparci la bocca” per non incorrere in un qualche reato di opinione, e lasciassimo parlare soltanto chi gode dell’insindacabilità delle opinioni espresse, vale a dire, se non erro, i parlamentari e i consiglieri regionali (ai sensi artt. 68 e 122 della Costituzione).

Se questa fosse la prospettiva, anche non proprio immediata ma sappiamo che da cosa nasce cosa,, ci sarebbe da concludere, piuttosto amaramente, che dell’illuminismo settecentesco è rimasta in piedi soltanto la “ghigliottina”, pur se fortunatamente metaforica, ed è andata invece nel dimenticatoio la celebre massima volteriana “disapprovo quello che dici ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo”.

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