lunedì, 21 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

PARLARE AGLI ITALIANI
Pubblicato il 11-08-2014


NENCINI-Festa-Riformisti

Il riformismo, più che da partiti monolitici, é stato rappresentato in Italia da tendenze culturali figliate nell’associazionismo e nel mondo accademico e da correnti minoritarie nate dentro le forze politiche. Isole comuniste, scogli liberaldemocratici, esperienze cattolico-sociali, interi arcipelaghi socialisti. Solo il PSI, tra i grandi partiti, ha saputo alimentare, con crescente tenacia nella storia repubblicana, la fonte del riformismo dedicandosi con tutte le sue energie ad una complicatissima missione.

Questa tensione, un mix di passione politica e di capacità realizzatrice (il triangolo voto alle donne/repubblica/costituzione, il primo centro-sinistra, il binomio Quirinale/Palazzo Chigi con relativa affermazione dell’autorevolezza italiana nel mondo e crescita del nostro benessere), è caduta nell’ultimo ventennio. Di quegli anni ricordo solo le speranze sollevate dal primissimo Berlusconi e la ‘campagna per l’Euro’ condotta con successo da Prodi. Troppo poco.

La domanda che in molti mi fanno riguarda Renzi e se il suo attivismo politico non sia una scorciatoia. Proverò a rispondere senza tacere. La lista PD-PSE, ma Renzi innanzitutto, ha raggiunto un risultato elettorale (europeo) sconosciuto a sinistra. La somma dei voti di PSI e PCI nel ’46, sette punti in più rispetto al consenso di Socialisti, PDS e PSDI nel ’92, molto più dei tanti ‘Ulivo’ degli anni recenti, sei punti oltre l’esperienza di Veltroni nel 2008. Un consenso ‘innaturale’ in Italia – due eccezioni in 68 anni – un’ottima base per costruire una storia nuova ma tutt’altro che una vittoria definitiva. Per due ragioni, soprattutto. La fluidità elettorale si é moltiplicata e ha rotto gli argini tra politiche ed europee (Monti scomparso, sinistra tutta attorno al 45%, in calo deciso Forza Italia e Grillo). Una parte decisamente alta di cittadini ha investito sul capo del Governo. I motivi essenziali della scelta: non esistono alternative, è l’uomo giusto per cambiare, rottama la politica, parla un linguaggio diverso.

Una considerazione. Il flusso emotivo leader-popolo necessita di fatti e richiede alimentazione continua. Stabilizzare il consenso in società parcellizzate e con i partiti in crisi non è operazione tra le più facili. Proprio per questo la madre delle priorità ruota attorno al tema in parola. Della seconda ragione ha discusso Galli della Loggia un mese fa: ‘un immediato consenso non sempre si traduce in qualcosa di più ampio’ in assenza di ‘un consenso ideologico – culturale quale è quello che serve per cambiare davvero verso all’Italia’.

Imprimere una ‘direzione culturale’ richiede l’esercizio di alcune virtù: strabismo – un occhio all’oggi e l’altro al domani – continuità di azione e solidità degli strumenti di attenzione sociale. E, aggiungo, capacità di anticipare gli avvenimenti e di leggere le emozioni che ci circondano attenuando i sensori della tradizione per illuminare con efficacia gli angoli bui. Gli strumenti per l’azione – le forze politiche – sono decadenti mentre il presentismo rischia di uccidere l’avvenire togliendo ossigeno a ogni strategia. Vanno meglio sia le energie messe in campo, oggi più vitali di ieri, che la capacità di intuire ciò che accade fuoriuscendo da canoni antichi che hanno tenuto a lungo prigioniera larga parte della sinistra. Prigioniera e supponente.

Noi per primi abbiamo fatto del viottolo in cui era stato infilato il riformismo italiano una strada. Addirittura quando il solo parlarne provocava prurito. Il riformismo non è una tecnica, é una disposizione della mente, implica un comportamento laico, è il coraggio di chi si sporca le mani frugando dove la consuetudine è cieca. Quando Gino Giugni scrisse che i partiti socialisti europei erano ‘veri e propri crocevia culturali’ aveva intuito la loro direzione di marcia. Uno stato di necessita’ a fronte delle faglie imponenti che si stavano aprendo nel mondo con l’avvento della globalizzazione, la crisi degli stati nazionali e le difficolta’ crescenti della spesa pubblica a risolvere tutti i problemi. Storie che mescolavano – e tuttora mescolano – dottrina liberale ma non liberista con la bandiera della creazione e della redistribuzione della ricchezza, l’uguaglianza – ma non l’egualitarismo – con un europeismo non di maniera ma critico dell’Unione così com’è.

Noi stessi, a Venezia, abbiamo offerto munizioni a una lettura realistica della nostra epoca. Quando abbiamo accusato la sinistra di avere risposte balbettanti all’emergenza delle nuove povertà, ceto medio impoverito in testa. Quando abbiamo posto la questione ‘migranti’ evitando la chiave di lettura cattocomunista e rilanciando il binomio ‘rispetto della legge e godimento dei diritti’. Quando abbiamo parlato di un’altra Europa ben prima che lo facesse la lista Tsipras. Quando abbiamo individuato le fragilità di una generazione di ventenni indagando tra le professioni a basso reddito e il terziario senza tutele, ragazze e ragazzi che hanno studiato vent’anni e annaspano in cerca di futuro. Intuizioni che si sono rivelate giuste. Giuste come le battaglie parlamentari sui temi cari a una lunga storia di civilta’: giustizia, diritti dei cittadini, libertà individuali, clausole sociali. Andate a leggere le proposte di legge avanzate, le iniziative assunte sul diritto di voto ai sedicenni nei Comuni, la lotta al gioco d’azzardo, la richiesta di un’Assemblea Costituente come luogo deputato a discutere le riforme della Carta, la responsabilità civile dei magistrati, la difesa e soprattutto la valorizzazione della scuola pubblica, i progetti su innovazione culturale e tutela del patrimonio artistico, le iniziative in politica estera, dalla vicenda Maro’ al conflitto israelo-palestinese.

Buone idee che camminano su gambe deboli. Deboli fino dall’inverno del lontano ’92 quando, alla prima prova elettorale nel fuoco di tangentopoli, alla Provincia di Mantova se non ricordo male, perdemmo oltre i due terzi dei voti. Andò ancora peggio a Roma l’anno successivo. E ancora peggio andarono le Politiche e le Europee del ’94. Sempre attorno al 2%, un piccolo patrimonio dimezzato infine nel 2008 quando, con il precipizio elettorale, vengono meno anche gruppi parlamentari e Costituente Socialista. Dei partiti che hanno costruito la Repubblica siamo rimasti gli unici. Tra i pochissimi se contiamo quelli che hanno attraversato la lunga recente transizione.

Sbarramenti elettorali e abolizione del finanziamento pubblico non favoriscono né i partiti medi né quelli piccoli, in un sentimento popolare che fa dei partiti i responsabili di ogni malefatta. Ma senza partiti e in assenza di corpi intermedi rappresentativi e autorevoli è complicato dare corpo alla stabilità di un processo. L’asse popolo-leader, nella società della comunicazione veloce e dell’immagine, è destinato a mutare di segno con una rapidità ignota alle comunità della seconda parte del Novecento. Ha ragione Gigi Covatta. Va ristabilito un nesso tra politica e razionalità e vanno riannodati i fili del riformismo italiano, fili spezzati più volte da errori e dalla violenza degli oppositori.

Può farlo Telemaco? E qual è la frontiera che i socialisti devono presidiare?

Telemaco non ‘rottama’ il padre ma affronta con lui i Proci che lottavano per raccogliere l’eredità del padre. Poi sceglie l’avventura. Se Renzi (Telemaco) non pretenderà – come consiglia ‘Civiltà Cattolica’ – di riscrivere il riformismo sociale depurandolo dalla matrice socialista e invece tenterà la strada indicata dal direttore di “MondOperaio”, non v’é dubbio che il cammino possa procedere spedito. L’adesione al Pse e la ‘naturale’ divisione del campo politico europeo in famiglie ‘identitarie’ favoriscono l’evoluzione che ci sta a cuore. Famiglie allargate, peraltro, perché sia il Pse che il Ppe sono raggruppamenti l’uno di centrosinistra e l’altro di centrodestra, soggetti ben diversi dai raggruppamenti conosciuti solo una ventina di anni fa.

Quanto a noi, non ci basta dire che ‘avevamo ragione’. Ritirarsi sotto la tenda del risentimento è inutile e dannoso, affidarsi in esclusiva, come taluni fanno, alla piazza telematica vomitando insulti senza mai confrontarsi in una piazza vera con un cittadino in carne e ossa é inutile e dannoso, tacere i profondi cambiamenti rappresentando un’Italia che non c’è più è inutile e dannoso.

Se c’è un Telemaco, allora c’è un Ulisse. Non solo la memoria antica ma il pungolo per tenere insieme etnie diverse con un abbecedario che non soffra il condizionamento di ideologie stantie. Nell’ultimo mese, gruppi consiliari socialisti sono sorti a Pescara, Taranto, Napoli, Catanzaro, alla Provincia di Lucca e in comuni minori. Tra il Molise e la Campania, sono una decina i sindaci che hanno aderito al partito. Tornano a casa perché la casa è ancora in piedi e perché intravedono un progetto.

Non dobbiamo diventare Telemaco. Dobbiamo restare Ulisse. Guardando a questa Italia e non all’Italia del secolo passato. La massa dei nuovi elettori sceglie schieramenti alternativi ed è stata educata al bipolarismo, reputa il pansindacalismo un eccesso, giudica la quantità’ elevata di enti territoriali un costo insopportabile, sa che gli ammortizzatori sociali tradizionali proteggono solo i già protetti, sostiene che questa Europa incompiuta, se resta tale, produce squilibri. Riflessioni che abbiamo fatto anche noi, talvolta per primi e spesso da soli, fino dagli anni Ottanta.

I socialisti devono tenere saldamente questa rotta se vogliono partecipare al processo fondativo di una nuova storia riformista. Legati da un disegno condiviso alla sinistra riformista ma liberi, alternativi ai movimenti radicali, con una identità marcata nelle aule parlamentari, nei comuni e nelle regioni maneggiando temi ‘nostri’. A cominciare dalle modifiche alla legge elettorale. Attenzione però. La politique d’abord di nenniana memoria non ha oggi il significato che aveva un tempo. Pensare di raccogliere consenso dibattendo solo di alte questioni politiche in una società depoliticizzata porta fuori strada. E’ il servizio al cittadino che conta. Un esercizio da praticare ovunque, affittando parte delle nostre sedi alle associazioni, facendo dei comuni – dove la presenza socialista è diffusa – i terminali delle iniziative nazionali, convocando meno direttivi e organizzando qualche gazebo in più oppure assumendo posizioni pubbliche sui nodi che logorano le comunità locali.

Perché non c’è salvezza nella evocazione apatica del passato. E perché il meglio è nemico del bene.

Riccardo Nencini

 

Riccardo Nencini

Riccardo Nencini

Segretario Psi - viceministro dei Trasporti

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Commenti all'articolo
  1. Caro compagno, ho sentito un’analisi fatta dall’ex-Ministro del Lavoro Giannini sul “costo della povertà” italiana, cioè quanto costerebbe “eliminare” in buona parte quei 6 milioni di italiani ufficialmente in povertà. La cifra dichiarata è di 7 miliardi di euro, annui ovviamente. Sappiamo che il 10% degli italiani detiene il 50% della ricchezza, cioè (loro) circa 5.000 miliardi. Non credo che una patrimoniale dell’1% (proposta “pure” dalla ecomonista Reichlin) “ammazzerebbe” queste persone. La stessa Reichlin dichiara che si potrebbero trovare “cash” 30 miliardi. Ce ne bastano 7 (quindi una patrimoniale dello 0,25% annuo finchè serve) per fare una grande opera di ridistribuzione che sarebbe questa si una una grande manovra politica per far ripartire i consumi, oltre che alla fiducia, e più degli agli 80 euro che peraltro ai “poveri” non sono toccati. Credo che i socialisti dovrebbero porre la questione.
    Un fraterno saluto, il compagno Riccardo Tellini.

    • La relazione del Segretario Nencini mette in luce i tanti valori del socialismo e le azioni che i socialisti dovrebbero mettere in atto sul territorio. Da tempo i socialisti sostengono quanto afferma il compagno Tellini, ma non riescono a cocretizzarlo o quantomeno veicolarlo tra i tanti che lo accetterebero molto volentieri, considerando pure che molti di quelli che detengono la ricchezza si sono dichiarati disposti ad uno sforzo che non è immane e non assomiglia neanche lontanamente allo sforzo dei troppi che sono caduti in povertà per mille motivi. Questo ed altri motivi pregnanti dovrebbero essere posti all’attenzione del Parlameno e dei Gvernanti in maniera ossessiva alla stregua dei sistemi dei Radicali da subito per non lasciarli cadere ancora una volta come le tante giuste questioni proposte dai socialisti ed elencate da Nencini, per poi dire, “ma noi l’avrevamo detto”.

  2. Analisi condivisibile punto…punto! Mi chiedo solo perchè si sia persa del tutto la capacità aggregatrice del mondo intellettuale del vecchio PSI ….. ” il riformismo … disposizione della mente e dell’anima” non tira più? Non ci sono più intellettuali giovani e brillanti di pensiero libero e socialista moderno che possano promuovere un dibattito ed una aggregazione nella società, nucleo attorno al quale si potrebbe costruire un nuovo movimento …. per il cambiamento strutturale della società italiana?
    Se non ricordo male il PSI dirompente degli anni d’oro di lì partì … ricordate cos’era Mondo Operaio e Civiltà Socialista (si chiamava così?) …

  3. Condivido la necessità di una azione che rilanci la forza del Riformismo Socialista, sollecitando qualche vecchio e nuovo intellettuale che voglia animare un dibattito sulla realtà presente e, soprattutto, la società del prossimo futuro. Noi già seguiamo le tue indicazioni. Ad Ostia abbiamo promosso S.O.S.-SOCCORSO CITTADINO con il quale solleviamo ogni giorno i vari problemi concreti della gente: Disfunzioni Sanitarie, dei Trasporti, degli Spazi Verdi, dell’immondizia, delle strisce pedonali, delle buche, ecc., ma senza un ruolo politico Nazionale non andiamo oltre l’intervento civico pur importante. Dobbiamo poter incidere di più nel dibattito politico e nelle scelte amministrative inadeguate, che sono frenate da un rapporto troppo reverente verso il PD. Vedi il Partito flebile quando parla dei contenuti della Riforma del Senato, che com’è definito, era meglio cancellarlo, così come per la Legge Elettorale che considera validi i voti nostri e dei piccoli Partiti (ricattatori) per il Premio di maggioranza e il ballottaggio, senza alcun riconoscimento di rappresentanza dei voti ricevuti. Dove sono le nostre forti e chiare prese di posizione verso Renzi e il PD?

  4. Finora tanti proclami e tanta sudditanza nei confronti di Renzi e del PD. Vediamo se saremo almeno in grado di difendere l’articolo 18. Sarebbe un bel segnale nei confronti dei lavoratori italiani.

  5. Gentile segretario, sui temi economici concordo con Tellini e aggiungerei una grande lotta all’evasione fiscale. Per il resto può aver ragione, ma su due punti i socialisti dovrebbero impuntarsi: che siamo o no al governo e dentro il governo, il senato non elettivo e la pessima legge elettorale che si prospetta (italicum) il Psi non li può accettare. E’ soprattutto una questione di democrazia. Saluti socialisti! Compagno Ale Bravi tesserato socialista Sant’Angelo in Vado. PS: a proposito di tessera, quella del 2013 non è arrivata.

  6. Analisi perfetta, tuttavia, e già da tempo, ho qualche dubbio sulla possibilità di tenere in vita Ulisse: se passa la riforma elettorale proposta dal gruppo di Renzi, per il PSI sarà dura. Secondo me, bisogna preparare una “corrente” socialista in grado di “obbligare! a certe scelte quel che resta del PCI e della DC: perché nemmeno il catto-comunismo di Renzi mi convince!

  7. “complicatissima missione” Come dici Tu, avrà pur sempre una causa,un’origine, credo che si sia smarrita la ricerca di queste. Ci si accontenta con soluzioni proclamate, i cosidettti annunci, ma poi?? Ecco la causa l’origine della complicazione.Non c’è nessuno attento a processi che dicano di risolvere un problema che vada al di là di subito, Tutto e subito anche è negli annunci di Renzi come nella soluzione di tutti gli annunci fatti dai passati governi, il riformismo è di fatto bruciato sul tempo, perchè prevede elaborazioni e riflessioni per incorniciare un progetto a che abbia una lunga validità, senza fare pasticci come la Fornero, in quel caso tutto e subito che riformisti!!! ma erano tagli, tali e quali agli attuali jaidisti dell’isis.

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