giovedì, 21 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

SENATO, UN VOTO CON RISERVA
Pubblicato il 08-08-2014


SenatoApprovato in prima lettura al Senato il ddl Boschi sulle riforme con 183 voti a favore e 4 astenuti. Nessun contrario, perché le opposizioni Gal, Lega, Sel e M5s hanno scelto di non partecipare al voto. Diversi senatori della maggioranza si sono espressi in dissenso. Ora il provvedimento, che reca passa alla Camera per la seconda lettura. Ne occorreranno almeno quattro, tra Camera e Senato, come avviene per i ddl di rango costituzionale. Il ministro delle Riforme, titolare del ddl, Maria Elena Boschi: “E’ stato un passaggio importante e impegnativo, non è mai venuta meno la determinazione. Siamo tutti soddisfatti. E’ un primo segnale della voglia di cambiamento e della capacità di rispettare gli impegni presi con i cittadini”.

“Abbiamo affrontato, senza pregiudizi e contribuendo nel merito, il dibattito e il processo di revisione costituzionale, imposto dal Governo, su una base di partenza non condivisibile e fortemente contraddittoria rispetto agli obiettivi dichiarati di riforma”. Ha dichiarato il senatore Enrico Buemi. “Il Senato, in un confronto serrato, ha inserito qualche miglioramento. Molte delle questioni poste dai socialisti, maggiore proporzionalità del peso tra Camera e Senato, superamento del conflitto di interessi tra consiglieri regionali, sindaci e senatori, cambiamento del sistema di designazione dei componenti del Consiglio superiore della magistratura in grado di garantire il superamento delle correnti, l’eliminazione dell’autodichia nella gestione del personale e degli appalti degli organi costituzionali – ha spiegato Buemi – non hanno trovato risposte. I socialisti antesignani, sin dagli anni ’80, nel proporre il superamento del sistema bicamerale paritario, ritengono le riforme licenziate dal Senato inadeguate e da modificare nei passaggi successivi tra Camera e Senato – ha continuato il senatore del Psi – ma non vogliono lasciare alibi a nessuno per giustificare le difficoltà del Paese, attribuendole ad una mancata riforma costituzionale, seppur con molti limiti. Queste sono le ragioni di un voto favorevole con tutte le riserve che derivano nel merito e nel metodo, che ha subito compressioni nella tempistica e nella dialettica parlamentare del processo approvativo. Ma questa è la necessità, oggi si è votato con riserva aspettando le fasi successive. Oggi non è stato il giorno dell’appuntamento con la Storia – ha concluso Buemi – ma quello dell’appuntamento con la mediocrità di tutti, nessuno escluso. Domani è un altro giorno”.

Redazione Avanti!

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Commenti all'articolo
  1. Ho ascoltato l’intervista a Cuperlo soddisfatto del risultato della riforma del senato e alla domanda sul da farsi per la crisi economica ha candidamente dichiarato che ora tocca alla riforma elettorale e dopo al piano economico. Bene tanto! Possiamo benissimo attendere che l’Italia sprofondi nella crisi economica e permettere a Renzi di portare a termine la propria visione di stato e lui ha a cuore.
    E noi diamo il voto con riserva. Mah!!!!!

  2. L’autodichia designa un’area di attività delle Camere sottratte alla giurisdizione della magistratura (e, per questo motivo, rimesse – in caso di contestazione – allo scrutinio di organi interni alle Camere stesse). Dopo la sentenza n. 120 del 2014 della Corte costituzionale la concezione “geografica” di tale sottrazione – fino ad allora comunemente riferita a tutto ciò che le fonti interne (regolamento parlamentare maggiore e atti da esso previsti) ritenessero di deferire agli organi interni – è in via di abbandono, avendo la sentenza ricordato (sia pure entro i limiti della modalità prescelta dalla Cassazione per investirla) che “negli ordinamenti costituzionali a noi più vicini, come Francia, Germania, Regno Unito e Spagna, l’autodichia sui rapporti di lavoro con i dipendenti e sui rapporti con i terzi non è più prevista”.
    Nella vita amministrativa degli organi costituzionali si fa discendere – dalla suddetta concezione geografica della guarentigia – il principio di sottrazione alla legge “esterna” delle Camere stesse (v. posizione espressa dal Governo italiano nella seduta della Corte europea dei diritti dell’uomo del 2 dicembre 2008 nella causa Savino ed altri contro Italia). In altri termini l’autodichia rifletterebbe una forma di autocrinia, della quale sarebbe l’espressione processuale: laddove la legge non sia espressamente richiamata da decisioni degli organi interni, competenti a disciplinare un qualsiasi aspetto della vita delle Camere, ad essa sarebbe inibito di disciplinare automaticamente aspetti importanti come il rapporto di lavoro dei dipendenti, la regolamentazione delle forniture e dei lavori degli appaltatori, ecc.; la clausola che conclude la promulgazione delle leggi dello Stato (“A chiunque è fatto obbligo di osservare e fare osservare…”) non si applicherebbe alle amministrazioni delle Camere, se non quando separatamente e gerarchicamente a ciò richieste dall’organo politico di gestione di questo tipo di rapporti (di solito il Presidente o l’Ufficio di Presidenza). La legge stessa riconoscerebbe questo ambito di autonomia normativa interna quando – nel rivolgere alcune sue previsioni anche agli organi costituzionali – invece di assumere una veste prescrittiva, utilizza la formula “nell’ambito della loro autonomia, adeguano i rispettivi ordinamenti interni ai principi della presente legge” (o formule similari: per la nascita di questa dizione, in riferimento agli organi costituzionali, v. Testa-Gerardi, Parlamento zona franca, Rubbettino, 2013).
    Un’ulteriore inferenza sarebbe quella secondo cui la disciplina retributiva dei dipendenti sfuggirebbe – laddove non espressamente richiamata dalla regolamentazione interna, soggetta peraltro ad apposite procedure di negoziazione sindacale – alla normativa di diritto comune dei “tetti retributivi” imposti, a partire dal secondo governo Prodi (2006-2008) e dal governo Monti (2012), fino al decreto n. 66/2014 – per la generalità del pubblico impiego e per i contratti individuali con società partecipate pubbliche (Marro, Corsera 28 giugno 2014; Rizzo, Corsera 26 luglio 2014; Economist, 8 agosto 2014).
    Sull’affermazione di un diverso modo di concepire l’autodichia degli organi costituzionali, secondo una nozione funzionalista, vedi il seguente atto parlamentare.
    ^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^ì

    Legislatura 17ª – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 302 del
    07/08/2014

    SENATO DELLA REPUBBLICA
    —— XVII LEGISLATURA ——

    302a SEDUTA PUBBLICA
    RESOCONTO STENOGRAFICO
    GIOVEDÌ 7 AGOSTO 2014
    _________________
    Presidenza del presidente GRASSO,
    indi della vice presidente FEDELI,
    della vice presidente LANZILLOTTA
    e del vice presidente GASPARRI
    ….
    Testo integrale della dichiarazione di voto del senatore Buemi in sede di
    esame dell’emendamento 39.21 ai disegni di legge costituzionale nn. 1429, 7,
    12, 35, 67, 68, 125, 127, 143, 196, 238, 253, 261, 279, 305, 332, 339, 414,
    436, 543, 574, 702, 732, 736, 737, 877, 878, 879, 907, 1038, 1057, 1193,
    1195, 1264, 1265, 1273, 1274, 1280, 1281, 1355, 1368, 1392, 1395, 1397, 1406,
    1408, 1414, 1415, 1416, 1420, 1426, 1427 e 1454
    Onorevoli colleghi, anzitutto una correzione sul testo stampato (a pagina 728
    del fascicolo); l’ultima parola del testo dell’emendamento 39,21 non è
    “comma”, ma “comma 3”.
    L’argomento dell’autodichia è costellato, nella sua pluriennale riemersione,
    di una costante, nella reazione alle proposte di abrogazione: NON È QUESTA
    LA SEDE.
    Ci è stato detto quando abbiamo proposto il disegno di legge ordinaria:
    nonostante il fatto che la dottrina abbia confermato, soprattutto dopo la
    sentenza Amato, che la materia delle amministrazioni parlamentari è
    liberamente disciplinabile per legge, ci è stato detto che non era quella la
    sede. Il disegno di legge Maritati e quello Bernardini giacquero per anni
    nelle Commissioni affari costituzionali di Camera e Senato, e lì ancora
    giace quello socialista in questa legislatura.
    Ci è stato poi detto che neppure la controversia Lorenzoni – arrivata
    addirittura davanti alla Corte costituzionale – era la sede giusta: chiedemmo
    al Presidente del Senato di non costituirsi a difesa dell’odioso privilegio,
    ma ci fu risposto che non era quella la sede. Fu chiesto al Presidente del
    Consiglio di lasciare che la Corte decidesse senza alcun intervento
    dell’avvocatura dello Stato, ma neppure quella era la sede.
    Quando il Governo fissò un tetto alle retribuzioni pubbliche, si pose il
    problema dei dipendenti degli Organi costituzionali: la soluzione – nel senso
    dell’estensione graduale del tetto, a tutti costoro – fu proposta da me e dal
    collega Di Gioia, in sede di conversione del decreto legge n. 66, ma anche
    qui ci si disse che non era la sede, col risultato, per inciso, del
    degradante spettacolo di decisioni assunte a livello interno sotto i fischi e
    le contestazioni dei dipendenti; sono convinto che – invece – costoro
    avrebbero rispettosamente adempiuto ad una norma di legge, pubblicata in
    Gazzetta Ufficiale.
    Come raccontava Truman, esiste un posto in cui c’è scritto: “Qui finisce lo
    scaricabarile” Quel posto a Washington è l’ufficio del Presidente degli
    Stati Uniti. Nel nostro ordinamento costituzionale quel posto è il
    Parlamento in sede di revisione costituzionale. In questa sede si può tutto:
    far sparire un livello di legittimazione democratica, sopprimere una sede di
    bilanciamento legislativo, alterare il sistema delle garanzie repubblicane.
    Allora non si capisce perché non si possa fare un’operazione più semplice e
    più sensata: affermare l’automaticità dell’ingresso della legge nella vita
    amministrativa degli organi costituzionali. L’alibi che essi rispondono solo
    a giudici interni deve essere rimosso. Su faccende esterne alle loro
    funzioni, deve potersi instaurare un normale contenzioso dinanzi ai giudici
    esterni: rapporti di lavoro ed appalti devono poter ricadere nella grande
    regola dello Stato di diritto, come ha scritto Giuliano Amato nella sentenza
    n. 120.
    Abolire l’autodichia si può, in questa sede, perché è finalmente la sede
    giusta: chiunque, che non sia in malafede, deve riconoscere che questo è
    l’albero giusto per Bertoldo.
    Abolire l’autodichia si deve, perché è fonte di perenne delegittimazione
    del Parlamento, alimentando leggende che danneggiano le professionalità che
    vi lavorano: non spetta a loro proporlo; spetta a noi disporlo, perché la
    politica assuma finalmente il suo ruolo decisionale e, riformando le sue
    istituzioni, le renda resistenti alla becera polemica populista. Qui finisce
    lo scaricabarile.

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