domenica, 27 maggio 2018
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Opinioni e commenti
 

Alcuni punti fermi per noi
Pubblicato il 23-09-2014


Ho scritto due editoriali che hanno provocato un confronto serrato anche tra di noi. Con qualche eccesso a cui ho voluto ribattere con fermezza. Andiamo dentro al problema della politica sociale che una moderna forza socialdemocratica europea dovrebbe sostenere in Italia. Partiamo dalla realtà. L’Italia, contrariamente agli altri paesi europei, ancora non cresce. Anzi, contrariamente alle previsioni del governo chiuderà l’anno ancora col segno meno. Nel contempo il debito, con un Pil sottozero, continua ad aumentare e così la disoccupazione che, secondo i calcoli del Fondo monetario, è addirittura la più alta dal primo dopoguerra. Siamo d’accordo fin qui o contestiamo i dati?

Siamo in una sorta di emergenza. Secondo la Bce, il Fondo monetario, il presidente della Commissione, la cosiddetta troika, uno dei motivi è la mancanza di riforme, quella della giustizia, della macchina burocratica, della spesa pubblica, del fisco e anche del cosiddetto mercato del lavoro. L’analisi pare condivisa anche da pressoché tutti gli economisti di casa nostra. Possiamo anche fregarcene dell’Europa, ma ci siamo legati e se non ci sleghiamo, visto che a suo tempo abbiamo firmato accordi che prevedevano parametri, che poi non abbiamo messo in discussione, anche l’Europa conta, eccome, in Italia. Siamo d’accordo anche su questo? Mi pare difficile contestarlo.

Il problema sono le terapie. È giusto sostenere che il rigore non può essere efficace, che anzi porta il malato a morte sicura, perché deprime un’economia che avrebbe bisogno di incentivi. Di più eccitanti, non di più tranquillanti. Allora si proceda alle riforme e a quel che ho definito Nuovo patto con l’Europa che alla fine, grazie a un forte abbassamento delle pressione fiscale, potrebbe portare l’Italia anche a sforare, ma solo transitoriamente, il tetto del tre per cento. Sia ben chiaro. Io non sono mai stato tenero con Renzi, non mi è piaciuto il modo col quale ha parlato di rottamazione, col quale ha accoltellato Letta, i contenuti del patto del Nazareno che l’Avanti ha definito patto BR, soprattutto sulla legge elettorale. Però le decisioni, sarebbe meglio per ora definirle volontà, di riformare la giustizia anche sfidando il potere forte della magistratura e il lavoro, anche sfidando quello non meno condizionante del sindacato, io lo trovo in linea con le nostre passate e presenti tendenze. Forse ricordando Craxi, che trattò fino all’ultimo con la Cgil, prima di emanare il decreto di San Valentino, Renzi poteva spararle meno grosse. E assumere atteggiamenti più dialoganti. Ma non cambia di molto il quadro.

Quando si parla di mercato del lavoro dobbiamo intenderci. Il sol fatto di evocare l’articolo 18 senza sapere se verrà cambiata anche la revisione della Fornero, se gli attuali lavoratori che ne sono soggetti verrano preservati nelle identiche condizioni e qualcosa cambierà solo per i neo assunti, se verrà mantenuto il reintegro e in quali casi o meno, senza saperne granché, ha già scatenato il finimondo. È giusto? Per ora siamo a una legge delega passata in Commissione al Senato. Eppure siamo già alle barricate. Su cosa, non si sa. Pare che tutto il resto, che invece sarebbe molto più importante dell’articolo 18, e cioè il contratto unico a tutele crescenti, l’eliminazione della dualità del lavoro, la compressione del precariato, l’introduzione di nuovi amortizzatori sociali, che tutto questo conti nulla. Tutto è concentrato sulla battaglia attorno alle ipotizzate modifiche dell’articolo 18 che ancora non si conoscono. Questo chiedo ai socialisti, a tutti i socialisti. Si giudichi quel che c’è davanti, non quel che qualcuno intravvede dietro. Non siamo stati noi il partito delle cose concrete? O siamo diventati socialdietrologi?

Quando verranno presentate proposte dettagliate le valuteremo. Penso che alla fine sarebbe giusto introdurre il contratto unico a tutele crescenti che duri due o tre anni e mantenere l’obbligo del reintegro per i licenziamenti discriminatori. Da valutare l’idea di non toccare per i vecchi assunti nelle aziende con più di 15 dipendenti le norme in vigore, che continuano però ad affidare nelle mani dei giudici il futuro dei lavoratori licenziati e la possibilità di scegliere tra reintegro e rimborso. Importante invece introdurre amortizzatori sociali anche per i dipendenti delle aziende sotto i 15 addetti e assicurare coperture anche per coloro che hanno contratti a tempo determinato e precario. Questa, a mio avviso, è una posizione socialista, moderna, avanzata, riformista. Fare del “Giù le mani dall’articolo 18” una politica come qualche compagno suggerisce, lo trovo perfino più arretrato e, uso un termine per farmi capire, meno di sinistra. Controproducente per le nostre stesse idee di giustizia sociale.

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Commenti all'articolo
  1. Ho l’impressione che per taluni, o per molti, la maggiore preoccupazione sia quella di “stare lontano” da tutto ciò che può “odorare” di destra, senza entrare più di tanto nel merito delle questioni.

    Se fosse così, mi sembrerebbe una pregiudiziale che non si addice molto ad una mentalità liberal riformista, che dovrebbe esaminare i problemi con spirito “laico”, guardando soprattutto alla bontà delle soluzioni proposte anziché misurarle con un metro di sinistra ovvero di destra.

    Salvo sbagliarmi, ma direi di no, credo che la linea socialdemocratica, cui la storia sembra aver dato ragione, fosse appunto quella di esprimersi in maniera quanto più possibile laica e “ragionata”, e senza lasciarsi fermare dal muro dei preconcetti.

    Paolo B. 23.09.2014

  2. E allora affrontiamo il problema: quali sono i temi che il PSI dovrebbe affrontare per contribuire al risanamento del paese. La prima cosa, a mio avviso, è affrontare la riduzione del debito senza chiedere favori all’Europa, dobbiamo essere in grado di affrontarlo da soli perché il debito è colpa nostra e non dei tedeschi o finlandesi o di qualche altra regione. Sono del parere che la prima cosa è introdurre una patrimoniale: sono favorevole alla TASI perché chi possiede una casa è un capitalista quindi la tassa sulla casa la può pagare e la devono pagare tutti, anche i preti. Sono del parere che attraverso la TASI possono entrare nelle casse dello stato anche quaranta miliardi. Le tasse sui titoli finanziari devono essere in linea con l’intera Europa non sono in grado di dare cifre. Ridurre le rimesse statali alle regioni e ai comuni fino ad arrivare che i comuni si sovvenzionino attraverso la riduzione e produzione di energia con il solare e l’eolico e l’uso efficiente dei termovalorizzatori così finalmente la “monnezza” diventerà una risorsa anziché come adesso che serve solo a dare cattiva immagine dell’Italia in Europa e serve per dare lavoro alle industrie tedesche. Sono del parere che l’eliminazione delle Regioni e delle Province farebbe rinascere l’Italia e quello che sostiene Rifkin che attraverso le energie rinnovabili l’Italia troverebbe un altro Rinascimento. Questo governo e tutti quelli che ci rappresentano, invece, essendo dei liberisti, si preoccupano di ingabbiare i lavoratori anziché coinvolgerli in un piano di sviluppo possibile. Faccio presente che un commento è limitativo, ho soltanto indicato due temi che giudico opportuni, spero che la discussione sia aperta a compagni più preparati del sottoscritto.

  3. Caro direttore, Lei è stato, come sempre, molto chiaro ed efficace. Ha affrontato il cuore del problema e fornito interessanti spunti di discussione. Effettivamente, tolto dalla discussione il licenziamento a carattere discriminatorio, come in tutti i contenziosi, potremmo anche introdurre la possibilità di rimettere alle volontà delle parti la possibilità di trovare accordi extra giudiziali. Infine, credo che bisognerà introdurre notevoli miglioramenti agli ammortizzatori sociali e una estensione del welfare.
    Cordiali saluti

  4. “Mantenere l’obbligo del reintegro per i licenziamenti discriminatori” significa lasciare in vigore l’articolo 18. Così mi sta benissimo, anche se, ripeto, esso andrebbe esteso anche alle aziende con meno di 15 dipendenti perché si tratta di una norma a tutela della libertà di pensiero e delle prerogative sindacali, in primis del diritto di sciopero. Questa è una proposta socialista.

  5. Caro Direttore,
    il tuo artico è chiaro e riporta posizioni moderne per un Partito socialista al passo con i tempi ed è ,soprattutto, realistico ASPETTARE e CONOSCERE i termini delle questioni sollevate.Tenendo però presente che sino d oggi il Governo Renzi ha parlato solo di fare “azione violenta” contro chi gli chiede di conoscere le scelte che mancano, di non ricevere i corpi intermedi della nostra società e le forze parlamentari per trovare le soluzioni che ,compatibilmente con le risorse si trovi la soluzione ai problemi sul tappeto. Craxi ragionò con tutti sino alla fine e poi si andò al Referendum, compreso il Parlamento.

  6. Ma alla fine Mauro non sei lontano da quelli che dicono “giù le mani”. Intanto perché, specie per quanto riguarda la CGIL, il “giù le mani” è più una (pessima) sintesi giornalistica che una posizione reale. Le posizioni sono molto più articolate. Come merita una materia complessa. Scrivo che non sei lontano perché anche tu tieni per ferma l’essenza fondamentale dell’art. 18 e cioè la reintegrazione in caso di licenziamento discriminatorio (in genere per motivi politici o sindacali). Se aggiungi una particolare attenzione alle norme che trattano il “demansionamento”, perché bisogna evitare che diventino il cavallo di troia per allestire “reparti confino”, tu salvi in pieno lo spirito dello Statuto dei Lavoratori. E del resto non si è socialisti da una vita, invano. Per tutti gli altri aspetti la discussione non può che essere aperta e finalizzata a due obiettivi: semplificare la giungla contrattuale e approntare gli strumenti più utili per eliminare il precariato senza diritti. Il contratto unico a tutele crescenti a mio avviso è uno strumento utile, ma va accompagnato da garanzie e incentivi che portino effettivamente alla trasformazione in tempo indeterminato al termine dei tre (o due) anni. Ad esempio a me intrigava una vecchia proposta di Ichino (che per altri versi apprezzo poco) di prevedere un indennizzo per il lavoratore in caso di risoluzione anticipata del contratto o di mancata assunzione a tempo indeterminato. Indennizzo che prevedeva la copertura di una polizza assicurativa il cui premio fosse calcolato con il sistema bonus-malus legato alla propensione al licenziamento dei vari imprenditori. Insomma con il buon senso si può arrivare a risultati buoni anche se non perfetti.
    Buon senso significa anche evitare cannoneggiamenti preventivi o posizioni del tipo “non si accettano modifiche”. Ma su questo non sono ottimista. Il linguaggio in voga nel mondo politico e sindacale non mi pare acconcio, a cominciare dal premier che parla di “cambiamenti violenti” (mi piacerebbe sapere cosa significa) fino agli altri attori che sono in scena.

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