mercoledì, 23 maggio 2018
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Opinioni e commenti
 

Art.18 , diritto del lavoro
e globalizzazione giuridica
Pubblicato il 11-09-2014


La discussione sull’art. 18 dello Statuto dei lavoratori appare davvero stucchevole, viziata da provincialismo politico e culturale, che non tiene conto dei mutamenti che la globalizzazione ha prodotto anche a livello di sistemi giuridici.

La globalizzazione si presenta come un potentissimo agente mutageno (o teratogeno) dei sistemi giuridici tradizionali o, almeno, della loro immagine tradizionale, che costringe a ridefinire il significato tradizionalmente attribuito, dal positivismo giuridico, ai confini giuridici delle organizzazioni giuridiche e politiche.

Il problema, infatti, è sì un problema “globale” (come suggerisce il nome) ma non è, o non è più soltanto, per i nuovi teorici della “globalizzazione giuridica”, un problema di diritto internazionale (come si può pensare che siano le questioni giuridiche “globali”). Non è cioè soltanto un problema di limitazione della sovranità esterna degli Stati, ma è invece un problema che investe la stessa sovranità interna, disgregandola e trasformando lo Stato in un attore tra i tanti sulla scena, senza alcun ruolo privilegiato e costretto a subire le scelte degli altri autori non statali, in primis le imprese economiche transnazionali, che lo condizionano e gli sottraggono sempre più poteri di direttiva nell’ambito economico, assieme alle grandi agenzie di raiting e alle organizzazioni tecnocratiche come il Fondo Monetario. La globalizzazione economica sfugge così al controllo dello Stato, anzitutto perché costituisce un processo che procede per tappe casuali, non interamente pianificate e frutto dell’interazione di molti agenti più o meno consapevoli.

Lo scenario geoeconomico prodotto dalla globalizzazione, con il suo substrato di veloci innovazioni tecnologiche, non è stato ininfluente rispetto all’evoluzione/involuzione deldiritto del lavoro.

Per affrontarlo è necessario richiamare un tema che si impone nel dibattito dei giuslavoristi, quello del rapporto tra diritto ed economia.

Il tema è nella sua essenza un tema metodologico, perché mette in contatto posizioni teoriche del diritto del lavoro e della labour economics, operando un confronto sinergico proficuo per i rispettivi ambiti di ricerca.

L’antagonismo tra giuslavoristi ed economisti trova la sua prima motivazione nel contrasto ad ogni rapporto con una scienza, che ha come obiettivo fondamentale la massimizzazione dell’efficienza nell’allocazione di risorse, anche se c’è da osservare che il diritto del lavoro è sempre stato “diritto vivente”, che non ha mai rivendicato un’autosufficienza positivistica, al contrario protagonista del superamento del diritto formale ottocentesco proprio attraverso una intensa dialettica con le scienze sociali, prima tra tutte quelle economiche.

Da diversi lustri, in verità, si sostiene che rispetto al “capitalismo globale” lo Stato nazionale, ed i sindacati che al suo interno si muovono, avrebbero perso progressivamente incidenza.

Il cosiddetto “capitalismo riformato”, nelle sue diverse versioni europee e americana, liberal o socialdemocratica, basato sul compromesso tra sviluppo sociale e mercato con le libertà economiche regolamentate dall’intervento pubblico in funzione di garanzia dei diritti sociali, grazie all’affermazione di uno strumento straordinario di redistribuzione della ricchezza nei paesi occidentali come il Welfare State, è apertamente messo in questione da quello che viene definito il “turbocapitalismo”.

E’ necessario quindi, ricavare le coordinate per rinnovare il diritto del lavoro nell’era della globalizzazione, poiché la sfida centrale al potere della globalizzazione è tutta nella lotta per i diritti sociali, così come per le condizioni di lavoro, alla ricerca della libertà.

Un “diritto del lavoro globale” che ponga come obiettivo fondamentale la prescrizione per tutti i paesi che aderiscono all’Oil, della cosiddetta “clausola sociale”, come convenzione, per la prima volta obbligatoria dal 1948 (anno di istituzione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro), riassuntiva di quelle relative alla libertà sindacale, alla contrattazione collettiva, allo sciopero, ai divieti di discriminazione, al lavoro forzato e all’età minima per la prestazione lavorativa, contro il “vantaggio comparativo” che deriva dalla pratica di bassi salari, assenza di garanzie sui diritti fondamentali dei lavoratori, diritto di associazione sindacale e tutele giudiziarie in materia di lavoro, che stanno alla base della pratica del dumping sociale. Una obbligatorietà il cui mancato rispetto dovrebbe comportare la sospensione dalla partecipazione al Wto, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, istituzione internazionale che regola il “grande commercio globale”.

Ciò vale anche per l’Europa, che prescrive regole uguali per tutti in materia di deficit statali, debiti sovrani e inflazione, ma consente gravi violazioni ai principi in materia di concorrenza tra gli Stati, grazie ai diversi regimi del lavoro (e fiscali!) dei paesi membri. Come dire che le norme in materia di concorrenza non devono riguardare solo le imprese ma anche gli Stati dell’Unione.

Maurizio Ballistreri

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Commenti all'articolo
  1. Non è facile orientarsi su questo accidentato terreno, volendosi tener giustamente conto sia del MERCATO, specie nella sua nuova veste “globalizzata”, sia delle TUTELE del LAVORATOE come le ha tradizionalmente intese la nostra mentalità “europea”, cioè del “vecchio mondo”, sia anche della SALVAGUARDIA del LAVORO perché uno dei problemi che oggi si propone è quello di trovare il modo da poter quantomeno mantenere il livello occupazionale esistente, pena il rischio di aggravare ulteriormente lo stato di crisi economica in cui versa il nostro Paese.
    Proprio stamattina ho letto che la Spagna starebbe invece attraversando un periodo di decisa ripresa economica, grazie alla sua stabilità politica ma anche, e soprattutto, alle riforme introdotte nel mondo del lavoro, dopo anni molto difficili che avevano innalzato la disoccupazione a percentuali del 25% (stando sempre alle notizie di stampa).

    Visto che da noi continua la discussione sull’art.18, mi domando se non sarebbe il caso che chi è in grado di fare divulgazione in questo campo, ci dicesse e spiegasse, anche tramite un confronto con la situazione italiana, come ha agito in materia di lavoro quella Nazione, o qualche altra dell’eurozona in analoghe condizioni, tanto da essere riuscita a rilanciare la propria economia e le opportunità occupazionali. Se disponessimo di tali dati e informazioni sarebbe probabilmente più facile anche per noi, semplici e comuni cittadini, farci una opinione più “strutturata” in proposto.

    Paolo B. 13.09.20914

  2. Verso il nuovo statuto dei lavori “Liberare il lavoro per liberare i lavori”.
    Viviamo in un momento storico caratterizzato dall’incertezza e della discontinuità. Oggi i lavori sono “tanti” ed è doveroso proteggere, oltre che i lavoratori dipendenti, anche quelli indipendenti caratterizzati da debolezza socio-economica. Confronto di discussione, che servirà a formulare ipotesi condivise di riforma del settore, mirando alla ripresa e a “produrre lavori di qualità”, non dimenticando mai l’obbiettivo primario quella che io chiamo “antropologia positiva” che vuol dire innanzitutto avere fiducia nella persona e nelle sue proiezioni relazionali, dalla famiglia alle imprese ai corpi intermedi, e nella sua attitudine a potenziare l’autonomia capacità dell’altro. L’esatto opposto di quell’antropologia non evoluta delle Organizzazioni Sindacali e, quindi, sulla malafidenza verso le persone che non la pensano come loro. Ereditiamo da loro uno stato pesante e invasivo che conosciamo e che vogliamo cambiare. La prima è quella relativa alla promozione del valore, anche economico, della vita dal concepimento alla morte naturale. Il riconoscimento, anche enpirico, della ricchezza e dell’unicità della persona consente di individuarne l’attitudine alla socialità. E ciò conduce ad assegnare alla famiglia e a tutti i corpi intermedi il giusto rilievo per la coesione della società. Ciò comporta la realizzazione diffusa della pratica del principio di sussidiarietà secondo il quale lo Stato, le amministrazioni pubbliche centrali e locali, operano per sollecitare il libero gioco delle aggregazioni sociali. E ancor più nelle nuove condizioni prodotte dalla crisi, la crescita deve essere sostenuta non tanto dalla leva della spesa pubblica quanto dalla vitalità delle persone, delle famiglie, delle imprese, e delle forme associative. Si tratta insomma, di stimolare una sorta di rivoluzione nella tradizione quale risultato di comportamenti istituzionali, politici e sociali coerenti con la visione di “meno Stato, più società”. E’ comunque la collaborazione tra governo e popolo, tra istituzioni e corpi intermedi, la fonte fondamentale dello sviluppo economico e civile del Paese. Liberare il lavoro significa esattamente liberare i lavori. Vale a dire, incoraggiare nelle imprese l’attidudine ad assumere e a produrre lavori di qualità. A cogliere ogni opportunità di crescita, ancorchè incerta. A realizzare attraverso il metodo della sussidiarietà orizzontale e verticale, e quindi il flessibile incontro tra le parti sociali nei luoghi più prossimi ai rapporti di lavoro, le condizioni per more jobs, better jobs. Il mio sogno che si arrivi presto ai fini del passaggio dallo Statuto dei lavoratori allo Statuto dei lavori, è capire l’idea ispiratrice. Vorrei che rivivesse lo Statuto dei lavoratori nella realtà che cambia. Una parte del nuovo Statuto, attinente ai diritti fondamentali della persona e del lavoro, deve restare ferma come norma inderogabile di Legge. UN’altra parte, attraverso la contrattazione collettiva, si adeguerà meglio alle diverse condizioni e situazioni, così da rendere più efficaci quelle tutele. Il vecchio Statuto, che pure quarant’anni fa il nostro Paese la visse come una grande conquista, è stato costruito per un’Italia che oggi non c’è più e per un’ economia fordista, della grande fabbrica e delle produzioni seriali. Oggi i lavori sono “tanti” ed è doveroso proteggere, oltre che i lavoratori dipendenti, anche quelli indipendenti caratterizzati da debolezza socio-economica.Quell’accordo rappresenta senza dubbio unam svolta, come a suo tempo avvenne per la scala mobile. Il referendum di giugno 2010, e quello di gennaio 2011, così come quello per l’accordo di S.Valentino del 1985, ha chiesto ai lavoratori di dare il proprio consenso a scelte difficili. E anche questa volta i lavoratori hanno scelto con lungimiranza. E segna una svolta nel metodo più che nei contenuti, che dipendono in larga misura dalle singole realtà aziendali locali. Ma il caso dei due referendum sono innovativi nel metodo e resterà come pietra miliare nelle relazioni industriali. Meno Stato più società. Come diceva il Prof. Marco Biagi, “ non c’è incentivo finanziario che possa compensare un disincentivo regolatorio da norme o da contratti”. Solo i lavoratori e le loro Organizzazioni possono determinare quella produttività che garantisce il ritorno dell’investimento. Insomma, se il Governo restiste, dovrebbe arrivare il tanto atteso Statuto dei lavori (dopo tanti rinvii il condizionale è d’obbligo). Avanti, avanti con le Riforme.
    Celso Vassalini.

  3. “Doveroso proteggere, oltre che i lavoratori dipendenti, anche quelli indipendenti caratterizzati da debolezza socio-economica”.

    “Il riconoscimento, anche empirico, della ricchezza e dell’unicità della persona consente di individuarne l’attitudine alla socialità. E ciò conduce ad assegnare alla famiglia e a tutti i corpi intermedi il giusto rilievo per la coesione della società”

    Ho estrapolato questi due concetti dal testo di Vassalini, e ho provato ad intenderli così: l’individualismo, che anima e muove il lavoro autonomo degli indipendenti, e può anche dare loro condizioni di guadagnato benessere, è un motore importante e vitale della società, a condizione che si integri innanzitutto con la famiglia, e si rapporti con le altre forme aggregative di cui si compone una collettività, posto che da questo relazionarsi nasce anche la solidarietà, la quale a sua volta impedisce che l’individualismo si traduca soltanto in egoistica egocentricità (che può tuttalpiù giovare al singolo ma non di certo ad una comunità).

    Se questa interpretazione non fosse lontana dal vero, mi ci riconoscerei, e anche il richiamo ai corpi intermedi mi sembra azzeccato, visto il ruolo che hanno svolto nel corso degli anni, potremmo dire nei secoli, pur se chiamati con nomi via via diversi.

    Paolo B. 15.9.2014

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