giovedì, 13 dicembre 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Art.18, non totem,
ma scalpo del centrodestra
Pubblicato il 24-09-2014


Come come responsabile nazionale welfare ho dato il mio contributo ai compagni parlamentari che oggi hanno espresso sul Jobs Act la posizione politica del partito attraverso un lavoro di analisi della proposta presentata dal governo e approvata in commissione lavoro senato presieduta da Sacconi.

Mi permetto comunque di ritenere  utile e importante,  continuare a discutere fra di noi, perché come voi avete. rilevato,  non solo nel Pd si deve  discutere  tanto più nel nostro. partito che è il creatore politico  dello statuto dei lavoratori.
Sarebbe. assai singolare che simile riforma che trasforma completamente il mercato del lavoro passasse. senza alcun dibattito e senza alcun confronto come l’acqua fresca nel corpo del Psi.

È assoluto merito vostro come redazione, e del direttore aver tenuto acceso i riflettori sulla riforma del lavoro, ma mi permetto proprio a questo proposito di smarcarmi dalle accuse benevole,  ma serie che Mauro rivolge al nostro interno,  considerando dogmatici,  nostalgici e conservatori chi non si entusiasma a questa riforma.

Premesso che il sottoscritto al tempo dell’accordo di San Valentino, che Mauro ricorderà, era asserragliato a Sarzana negli uffici della Uil, mentre sotto le finestre sfilava una manifestazione della Cgil che ci accusava di ogni malefatta, e che quindi non si riconosce né fra i nostalgici,  né fra i dogmatici,   anzi fra quei sindacalisti che hanno avuto il coraggio di fare scelte importanti,  firmando accordi di ristrutturazione in tutte le più grandi aziende del Paese,  a partire da Olivetti, Ansaldo! Italtel e tantissime altre, contrastati ferocemente allora dai delegati Fiom, proprio per questa storia personale trovo assolutamente sbagliato e anche puerile ridurre  la nostra discussione fra modernisti e conservatori.

La proposta del sottosegretario Bellanova non a caso ha trovato totale accoglimento da parte di Sacconi,  sono le proposte che lui voleva fare già nella legge 30, (legge Biagi), l’art 18 è stato modificato due anni fa dalla Fornero, non ha alcun senso intervenire oggi, Sacconi vorrebbe cancellare anche i licenziamenti discriminatori,  va salvaguardato invece, come in Germania il diritto del lavoratore alla reintegra e ascoltato bene i pareri di seri costituzionalisti come Ainis,  che si soffermano sul rischio derivante dall’avere diritti diversi. all’interno delle aziende.

Trovo,  improponibile le proposte che vanno a modificare l’art 4 e 13 della legge 300, demansionare i lavoratori e ripristinare i controlli a distanza, non è modernismo, ma è un ritorno. a epoche del passato e nessun sindacalista fosse anche della Uil consentirà un simile obbrobrio, e queste proposte in alcun caso possono bypassare la contrattazione fra le part sociali.

In merito alle estensioni delle tutele e diritti ai non garantiti, tema importante e centrale da sempre portato avanti dal Psi, mi permetto solo di far rilevare che tale operazione allo stato attuale non ha alcuna copertura economica, non vorrei rimanesse solo un auspicio, come rimase tale la auspicata banca dati del mercato del lavoro, sempre ipotizzata dal Ministero del lavoro, mai attuata, così come la fantomatica Agenzia ispettiva unica fra i vari enti che potrebbe avere come risultato immediato solo il blocco totale delle ispezioni nelle aziende.

Come potete ben vedere l’art 18 è davvero un falso problema, (splendida la chiosa finale di Carlo Correr su Totó), sarebbe bastato allungare il periodo di prova dei contratti a tutele crescenti come richiesto da Boeri, ma la guerra ideologica non è stata scatenata da chi vi si attacca come l’ultimo dei totem, ma da chi come Sacconi deve portarlo come scalpo, non all’Europa, ma al padronato, e a quello più reazionario e ottuso che ha portato, complice anche un sindacato molto spesso cieco alla situazione drammatica in cui versa il Paese.

Marco Andreini
Resp Naz Welfare

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Sergio Mattarella Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. Solo un appunto: si può parlare di “legge 30” ma non la chiamerei “legge Biagi”, perché la 30 fatta da Maroni e la destra recepì solo la flessibilità di Biagi ma non le tutele, se non sbaglio. Per il resto pienamente d’accordo su tutto. Saluti socialisti!

  2. Se la “situazione è drammatica” come conclude l’Autore, occorre agire in fretta prima che sia troppo tardi, e così da evitare che, oltre a non avere un rilancio delle nostre imprese, e dunque della nostra economia, si moltiplichi ancora di più il numero di quelle che dismettono l’attività, con ulteriore perdita di occupazione (anche gli indici economici odierni, diffusi a mezza giornata, sembrano essere tutti negativi).

    E se si deve far presto, la questione dell’art. 18 va dipanata senza indugi, possibilmente nella maniera migliore, ma occorre comunque uscire dallo stallo, o binario morto, nel quale ha portato la discussione su questa controversa norma, bloccando di fatto il percorso delle riforme in tema di lavoro.

    Ciò detto, essendo il “padronato” quello che può mantenere e semmai alzare i livelli occupazionali – posto che non si vedono altri soggetti in grado di farlo, a meno di reintrodurre le Aziende di Stato – la sua opinione in materia non mi sembra irrilevante, nel senso di capire se a detta degli imprenditori l’art. 18 non c’entra niente con le fortune delle loro imprese, ed è quindi ininfluente quanto a determinare i posti di lavoro, o se invece lo è tanto da doverlo riformare, perché nella sua attuale versione non favorisce la ripresa economica.

    E in questo secondo caso sarebbe interessante, ed utile, conoscere in quale modo lo vorrebbero riformulato, giusto per avere un elemento in più, di non scarso peso, a disposizione del legislatore e di quanti vogliono farsi un’opinione in merito, stante la rilevanza dell’argomento.

    Non so se il “padronato” ha espresso in merito la propria opinione – e nel caso non ne conosco il contenuto – ma il tenerne conto da parte di chi ne ha titolo non mi sembrerebbe da intendere come la volontà di portare a qualcuno lo “scalpo” dell’art.18 (ossia l’ultimo dei totem).

    Paolo B. 26.09.2014

  3. Mi unisco ad Alessandro Bravi: non chiamate la legge 30 legge Biagi, vi supplico. Marco Biagi è autore del Libro Bianco e la sua idea di flexsecurity è totalmente assente nella legge che, tristemente e demagogicamente, porta il suo nome. Entrando nel merito, mi riconosco di più nelle parole di Walter Galbusera – che non ha bisogno di presentazioni – laddove ammette che l’art.18 di fatto ha scoraggiato l’uso del contratto a tempo indeterminato e, soprattutto, in quelle di Federico Parea, che sottolinea come ogni norma debba essere pensata e contestualizzata rispetto alla società e ai tempi in cui si deve calare e misurare.

Lascia un commento