giovedì, 13 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Brasile, in attesa
delle elezioni presidenziali
Pubblicato il 05-09-2014


bandiera-brasileIl 2014 è stato e sarà un anno elettoralmente dirimente per due potenze globali emergenti (se non ormai “emerse”): India e Brasile. Se l’ultima tornata elettorale ha sancito la fine di una decennale egemonia del Partito del Congresso a New Dehli, Dilma Roussef dovrà convincere 140 milioni di elettori brasiliani a tornare a dare fiducia al PT, dopo 12 anni ininterrotti di governo.

Il Brasile è una repubblica federale presidenziale, con un modello istituzionale per certi versi molto simile a quello statunitense. La República Federativa do Brasil è composta da 26 Stati più il Distretto Federale di Brasilia. La guida della Repubblica è affidata ad un Presidente, eletto a maggioranza assoluta (se necessario con un secondo turno di ballottaggio) e che detiene i poteri di Capo del Governo e Capo dello Stato, e non è legato da rapporti di fiducia con il Congresso bicamerale, composto da Camera dei Deputati e Senato Federale. Ogni Stato federato elegge tre senatori ed un numero di deputati proporzionale agli abitanti dello stesso (si va dai 70 deputati dello Stato di São Paulo, i cui 40 milioni di elettori rappresentano il 21% del corpo elettorale, agli 8 di Roraima, che con 420.000 elettori rappresenta solo lo 0,2% del totale nazionale).

Il mandato dei senatori dura 8 anni ed il Senado Federal viene rinnovato per un terzo in un’elezione e per due terzi in quella successiva, mentre i 513 deputati restano in carica per una legislatura di 4 anni. Il 5 ottobre gli elettori brasiliani saranno quindi chiamati a votare per il Presidente Federale, a rinnovare la totalità della Câmara dos Deputados e un terzo del Senato Federale (nel 2010 ne vennero rinnovati i due terzi, così come accadrà enl 2018).

Per quanto riguarda le formazioni politiche, invece, lo scenario è tradizionalmente piuttosto complesso e di difficile interpretazione per l’osservatore europeo: decine di partiti (spesso caratterizzati dalla totale assenza di un’ideologia omogenea al loro interno) si muovono in uno scenario dalle alleanze molto fluide, che sono solite mutare radicalmente tra il livello comunale, quello statale e quello federale. Inoltre un “false friend” per i commentatori del vecchio continente sono le denominazioni dei partiti, frequentemente non aderenti alle loro reali posizioni nello spettro politico: i tre principali candidati alle elezioni sono espressione del Partito dei Lavoratori, del Partito Socialista e del Partito Socialdemocratico, che (semplificando) fanno riferimento rispettivamente alla sinistra, al centro e al centrodestra. Un altro dato rilevante è l’importanza delle figure dei leaders nella politica brasiliana: basti pensare che il Partito Socialista Brasiliano è passato, con lo stesso programma e le stesse posizioni, dal 9% al 34% nel giro di due settimane, dopo essere stato costretto a cambiare candidato.

Punto focale della campagna elettorale sono quindi i candidati. I principali, e gli unici con reali possibilità di vittoria, sono tre: la Presidente uscente Dilma Rousseff (PT), Marina Silva (subentrata a Eduardo Campos per il PSB) e Aecio Neves (PSDB).

Brasile ElezioniDilma Rousseff (Belo Horizonte, 1947) era fino a poche settimane fa la vera ed unica favorita per la vittoria finale. Figlia di immigrati bulgari, un passato nella resistenza armata alla dittatura militare, ha mosso i primi passi nel PDT (Partido Democrático Trabalhista) di Leonel Brizola, unico partito brasiliano membro dell’Internazionale Socialista e nel gruppo di quelli che oggi la sostengono. Nel 2000 passa al PT di Lula, che la porterà nel suo primo governo dopo il trionfo elettorale del 2002, affidandole lo strategico dicastero che gestisce miniere ed energia. Dal 2005 al 2010 è il numero due di Lula e Ministro da Casa Civil, che nel sistema istituzionale brasiliano rappresenta qualcosa di simile ad un Primo Ministro. E’ quindi la candidata naturale alla successione di Lula, icona della sinistra mondiale, e nel 2010 vince le elezioni al secondo turno con il 56% dei voti contro il candidato del PSDB, José Serra.

Rousseff è appoggiata da diversi partiti che hanno sostenuto i governi del PT negli ultimi anni: PMDB (il partito che vanta più iscritti in Brasile, di cui è membro il Senatore del PSI Fausto Guilherme Longo), PSD, PP, PR ,PDT, PRB, PROS, PcdoB e, ovviamente, PT.

Dilma, come è chiamata informalmente dai brasiliani, è ancora il candidato più quotato ed il suo passaggio al secondo turno è dato per certo. Negli ultimi anni il PT ha costruito una stupefacente politica di redistribuzione della ricchezza: 30 milioni di persone sono uscite dalla povertà, mentre 40 milioni di brasiliani hanno infoltito le fila della classe media. I programmi sociali del governo, come “Bolsa Família” o “Minha Casa, Minha Vida”, sono ancora molto popolari tra gli strati più bassi della popolazione e nella classe media ma la corruzione, la frenata del PIL (-0,6% lo scorso trimestre) e le proteste del 2013 hanno offuscato l’immagine della Presidente.

Fino alla tragica morte del candidato del PSB, Eduardo Campos, la sua rielezione era ritenuta quasi certa, ma lo stravolgimento dei fattori in gioco con il ritorno in pista di Marina Silva sembra aver ridotto le possibilità di conferma della leader del PT.

Rousseff gode comunque di un sostegno maggioritario negli strati più poveri dell’elettorato, che temono di perdere le agevolazioni ed i sussidi garantiti dai governi del PT, e nel Nord-Est del paese. Ad un mese dalle elezioni presidenziali il vero asso nella manica di Dilma è sempre lo stesso: Luiz Inácio Lula da Silva, che nei prossimi giorni sarà impegnato in una fitta serie di appuntamenti elettorali e che gode ancora di tassi di approvazione “bulgari” in tutto il Brasile.

Marina Silva (Rio Branco, 8 febbraio 1958) è l’uragano che ha investito una campagna elettorale priva di importanti sussulti. Nata nello Stato di Acre, zona amazzonica economicamente depressa al confine con Perù e Bolivia, è stata analfabeta fino all’età di 15 anni. E’ cresciuta politicamente nel sindacato di Chico Mendes e nel PT, per il quale è stata Senatrice e Ministra dell’Ambiente (nello stesso governo in cui Rousseff è stata Ministro dell’Energia prima e della Casa Civil poi). Proprio a causa di divergenze con Dilma Rousseff e con Lula, accusato di scarso appoggio alle politiche ambientali, Marina Silva abbandonò il PT e si candidò alle presidenziali del 2010 per il Partido Verde, fino ad allora marginale, raccogliendo il 19% dei consensi.

Dopo l’ultima tornata elettorale ha lasciato il Partito Verde per fondare un suo movimento, la Rede Sustenibilidade (REDE), ma non è riuscita ad iscrivere il partito alle elezioni presidenziali per mancanza dei requisiti richiesti dal tribunale elettorale e, a corto di altre opzioni, ha deciso di iscriversi al Pàrtido Socialista Brasileiro e di correre come vice di Eduardo Campos. Marina era dunque la numero due nel ticket presentato dal PSB, ed aveva chiarito agli alleati che avrebbe lasciato il “taxi elettorale” dopo le elezioni, per ritornare al progetto REDE. La scomparsa di Eduardo Campos, morto in un incidente aereo a Santos il 13 agosto, ha sconvolto i suoi progetti, gettandola improvvisamente nella contesa per il Palácio do Planalto (residenza ufficiale del Presidente della Repubblica).

Marina ha ereditato da Campos il 9% delle intenzioni di voto e, in poche settimane, ha superato il 30%, raggiungendo il pareggio tecnico con la Presidente uscente (alcuni sondaggi danno Silva vincente al secondo turno contro Rousseff).

La candidatura di Marina ha raccolto non solo i consensi di chi è stanco di 12 anni di governo incontrastato del PT, ma anche dell’alta finanza e degli industriali: il progetto di indipendentizzare la Banca Centrale, oggi sotto stretto controllo del governo, le ha garantito l’ampio supporto del mondo finanziario ed imprenditoriale. La sua storia, personale e politica, e le battaglie per l’ambiente la rendono un personaggio molto popolare, ma le sue posizioni (è di confessione evangelica) su aborto, coppie gay e diritti della comunità LGBT le stanno causando diversi problemi sul fianco sinistro, concendendo alla Rousseff spazio di manovra sui temi etici.

Aecio Neves (Belo Horizonte, 10 marzo 1960) è il più giovane dei tre candidati principali. Ex governatore di Minas Gerais, è nipote di Tancredo Neves, figura di spicco della transizione tra dittatura militare e democrazia, eletto alla Presidenza della Repubblica (1985) ma deceduto poche settimane dopo senza essersi mai insediato.

Aecio è il candidato del PSDB (Partido da Social Democracia Brasileira) dell’ex Presidente Fernando Henrique Cardoso, padre del Plano Real e della stabilizzazione economica che ha gettato le basi della straordinaria crescita del Brasile nell’ultimo decennio. Neves era considerato, fino all’inaspettata avanzata di Marina Silva, il catalizzatore del voto anti-PT e l’unico candidato in grado di impensierire la Presidente uscente. Nelle ultime settimane, invece, è progressivamente scomparso dal centro del dibattito, polarizzato dallo scontro Silva-Rousseff. Oggi i sondaggi gli conferiscono tra il 15 e il 20% dei consensi.

Ad un mese dalle elezioni i sondaggi sembrano quindi indicare unanimemente che Dilma Rousseff e Marina Silva si incontreranno sulla strada per il Palacio de Planalto al ballottaggio. I sondaggisti brasiliani hanno però spesso dimostrato, al pari degli omologhi italiani, di avere diverse difficoltà nel leggere i reali sentimenti dell’elettorato.

L’impegno nella campagna di Lula, l’emozione per la scomparsa di Campos, la gestione dell’economia, il ruolo della Banca Centrale, i temi etici, le prese di posizione dei mass media (per la maggior parte tradizionalmente ostili al PT) e i dibattiti televisivi tra i candidati segnaranno il mese che separa la settimana economia mondiale dal suo futuro.

 Riccardo Galetti

 

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