martedì, 16 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Categorie protette: bonus per assumere disabili
Pubblicato il 03-09-2014


Buone notizie in arrivo per i datori di lavoro che hanno stipulato convenzioni per l’assunzione di lavoratori disabili: recentemente il ministero del Lavoro ha pubblicato, infatti, il decreto direttoriale n. 155 del 12 maggio 2014 di ripartizione dei fondi tra le diverse regioni. I contributi, che dovranno essere riconosciuti dai servizi provinciali competenti sul territorio, sono rivolti a quei datori di lavoro i quali, al fine di favorire l’inserimento lavorativo dei soggetti diversamente abili, abbiano avviato convenzioni aventi ad oggetto la determinazione di un programma finalizzato all’occupazione.

Le risorse ammontano a quasi 22 milioni (suddivisi tra le regioni) e per i procedimenti di concessione degli stessi occorre far riferimento alle specifiche regole vigenti sui territori. In particolare, i bonus sono attribuiti alle assunzioni a tempo indeterminato stipulate nei 12 mesi precedenti all’emanazione della decretazione di riparto e variano a seconda della limitazione della capacità lavorativa del soggetto svantaggiato assunto o delle minorazioni ascritte allo stesso, nelle seguenti misure: non superiore al 60% del costo salariale per ogni lavoratore con handicap che abbia una riduzione della capacità lavorativa superiore al 79%; non superiore al 25% del costo salariale nell’ipotesi di riduzione della capacità lavorativa compresa tra il 67% e il 79 per cento. In ogni caso, l’ammontare lordo del contributo all’assunzione va calcolato sul totale del costo salariale annuo da corrispondere al lavoratore.

Spetta, invece, il rimborso forfetario parziale delle spese necessarie alla trasformazione del posto di lavoro, per renderlo adeguato alle possibilità operative dei disabili con riduzione della capacità lavorativa superiore al 50% o per l’apprestamento di tecnologie di telelavoro ovvero per la rimozione delle barriere architettoniche che limitano l’integrazione lavorativa del soggetto. E’ appena il caso di ricordare al riguardo che la convenzione stipulata con i servizi competenti – condizione indispensabile per la fruizione del contributo in questione – poteva essere avviata anche con datori di lavoro non obbligati alle assunzioni ai sensi della legge 68/99. Inoltre, la stessa doveva contenere una serie di previsioni, tra cui l’indicazione dettagliata delle mansioni conferite al lavoratore diversamente abile e le modalità del loro svolgimento; le forme di sostegno e di tutoraggio da parte degli appositi servizi pubblici competenti; le verifiche periodiche sull’andamento del percorso formativo inerente la convenzione di integrazione lavorativa, da parte degli enti pubblici incaricati delle attività di sorveglianza e controllo.

Cassazione: mobbing e licenziamento per superamento periodo di comporto

La Cassazione, con sentenza nr. 14643 dell’11 giugno 2013, torna a pronunciarsi in tema di mobbing e licenziamento, affermando che è illegittimo il licenziamento del dipendente per il superamento del periodo di comporto se, la malattia del lavoratore dipende dal mobbing subito. La lavoratrice ricorreva in giudizio avverso il licenziamento intimato per superamento del periodo di comporto, sostenendo che il lungo periodo di malattia ( stati depressivi, ansie e attacchi di panico) fosse dovuto da demansionamento illegittimo e altri comportamenti mobbizzanti da parte del datore di lavoro. Il tribunale di primo grado, accoglieva le richieste della lavoratrice dichiarando illegittimo il licenziamento, ordinando la reintegra oltre al risarcimento dei danni subiti.

La corte d’Appello, confermava in parte la sentenza di primo grado (affermando la responsabilità dell’azienda nella lesione della salute della dipendente), modificandola solo nella parte relativa all’importo del risarcimento. La società ricorreva dunque in cassazione. Gli Ermellini confermano quanto già acclarato nei precedenti gradi di giudizio ossia, che “le assenze per malattia della dipendente fossero dovute all’illegittimo e discriminatorio comportamento datoriale e che quindi, non fossero da computare al fine del periodo di comporto”. La Suprema Corte richiamando la sentenza nr. 3785/2009 ribadisce il concetto di mobbing quale “condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell’ambiente di lavoro, che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisio – psichico e del complesso della sua personalità….”.

Ai fini della configurabilità della condotta lesiva del datore di lavoro pertanto, sono rilevanti: a) la molteplicità di comportamenti di carattere persecutorio, illeciti o anche leciti se considerati singolarmente, che siano stati posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente con intento vessatorio; b) l’evento lesivo della salute o della personalità del dipendente; c) il nesso eziologico tra la condotta del datore o del superiore gerarchico e il pregiudizio all’integrità psico – fisica del lavoratore; d) la prova dell’elemento soggettivo, cioè dell’intento persecutorio. Sulla base di queste linee guida, gli Ermellini ritengono che il caso di specie configuri una pratica di mobbing, poiché, l’atteggiamento tenuto dal responsabile alle vendite nei confronti della lavoratrice “un vero e proprio svuotamento di mansioni al fine di rendere la vita impossibile alla dipendente e costringerla alle dimissioni”. Pertanto, la lunga assenza per malattia della dipendente dovuta all’illegittimo e discriminatorio comportamento datoriale non è da computare ai fini del periodo di comporto; di conseguenza, il licenziamento è da ritenersi illegittimo.

Cgil, 650 mln di ore di Cig da inizio anno

Da gennaio a luglio sono state poco meno di 650 milioni le ore di cassa integrazione richieste e autorizzate, di cui oltre la metà fatte di cassa straordinaria. Cassa a zero ore per circa 530 mila lavoratori da inizio anno, che hanno subito un taglio del reddito pari a 2,5 miliardi di euro, ovvero quasi 4 mila e 700 euro netti in meno in busta paga per ogni singolo lavoratore. Sono questi i dati delle elaborazioni delle rilevazioni Inps formulate da parte dell’Osservatorio Cig della Cgil nel rapporto di luglio.

“Ancora una volta – ha commentato Serena Sorrentino, segretario confederale Cgil – registriamo un trend medio di ore richieste, stabile da anni sulle 80 ore al mese, che punta anche per quest’anno a superare la soglia di un miliardo di ore. Un segnale inequivocabile di una crisi strutturale, come emerge chiaramente dall’andamento della cassa straordinaria”. Per la dirigente sindacale di corso d’Italia “difesa e rilancio del sistema produttivo, tutela e creazione di lavoro, devono essere il binomio strategico per portare il paese fuori dalla crisi”. Meccanica, commercio e edilizia i settori più colpiti. “Il governo – ha evidenziato Sorrentino – non perda altro tempo e rilanci subito una politica industriale”. Secondo la sindacalista, i dati della Cgil dimostrano infatti che “bisogna agire con urgenza: il lavoro, la sua centralità, sono la sola via per offrire al paese una prospettiva positiva.

Eppure – ha concluso – in questi giorni di tutto, e del suo contrario, si sta discutendo tranne che dell’emergenza occupazione, ovvero del bisogno non di intervenire ancora una volta sulle regole ma di determinare piani per creare occupazione”. Per quanto concerne la cassa integrazione straordinaria (cigs), lo scorso mese la richiesta di ore è stata di 50.383.751, +38,08% su giugno. Mentre da inizio anno si totalizzano 358.031.572 ore autorizzate per un +19,79% sullo stesso periodo dello scorso anno. Infine la cassa integrazione in deroga (cigd) ha registrato a luglio una flessione sul mese precedente pari a -42,93% per 8.911.806 di ore richieste.

Crescono inoltre le domande di ristrutturazione aziendale (132 per un +3,94%) e di riorganizzazione aziendale (149 per un +8,76%). “Gli interventi che prevedono percorsi di reinvestimento e rinnovamento strutturale delle aziende – viene rimarcato nello studio della Cgil – continuano ad essere irrilevanti e in diminuzione, pari al 5,74% del totale dei decreti (erano il 6,89% nel 2013). Un segnale evidente, e sottovalutato, del processo di deindustrializzazione in atto nel Paese”.

Carlo Pareto

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