giovedì, 21 giugno 2018
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Opinioni e commenti
 

Ci scrive Giovanni Alvaro:
Renzi lavori assieme
a Berlusconi per il Paese
Pubblicato il 24-09-2014


Renzi ormai non è più quel Salvatore della Patria che aveva incantato non solo gli elettori della sinistra ma anche pezzi importanti di altri schieramenti, che non se la sono sentita di votarlo direttamente (essendo comunque il rappresentante di una sinistra che considerava la destra un vero e proprio nemico e come tale da abbattere). Avevano, pertanto, scelto di favorirlo astenendosi dal votare il proprio partito di riferimento.

La valanga di annunci e di promesse sono stati, però, e sono tuttora tali e tanti che anche i poveri di spirito comprendono che anche lui non potrà essere in grado di far uscire il Paese dalla crisi che lo sta divorando. Questa incapacità o, se si vuole, questa impossibilità ad operare velocemente lo porta ad allungare i tempi del suo impegno spostando le lancette prima ad altri mille giorni e poi addirittura alla scadenza naturale nel 2018 quando per l’Italia sono fissate le nuove elezioni. Tra l’altro ha anche sostenuto che se si realizzassero le riforme non si uscirebbe dalla crisi. Ha evitato però, di trarne le conseguenze ponendo la necessità di ridefinire i trattati che stanno alla base dell’Unione Europea, ma che sembrano macigni insormontabili.

Ed invece è da là che bisogna partire non, certamente, per distruggere l’unione, ma per adeguarla a quanto non era stato previsto quando fu sottoscritto il trattato di Maastrict. Infatti si tratta di adeguare l’art. 101 del trattato che blocca non solo l’iniziativa degli Stati aderenti, ma fa addirittura espresso divieto al ricorso alla svalutazione monetaria da parte della BCE e, quindi, all’indiretto finanziamento dei singoli Stati dell’Unione, bloccando quello che è stato uno dei percorsi che il mercato imponeva alle singole realtà statuali quando si entrava in difficoltà. Una specie di intervento antipiretico prima delle riforme necessarie.

La svalutazione monetaria a cui ricorreva il nostro Paese determinava tre conseguenze, due delle quali positive: 1) riduzione dei pressi in valuta estera (normalmente il dollaro) favorendo così le esportazioni dei prodotti italiani; 2) aumento dei prezzi in moneta nazionale dei beni importati (riducendo le importazioni); mentre il terzo (aumento dell’indice di inflazione) se non accompagnato da altre iniziative poteva diventare negativo. Parliamo, però, di una inflazione fuori controllo. Se c’è questo pericolo bisogna bloccarla come fece Craxi col famoso decreto di San Valentino col quale ‘tagliò’ ben 4 punti di scala mobile avviando la fine del ‘cane che si mordeva la coda’ (aumento dell’inflazione ed automatico aumento dei salari).

Alla base dell’art. 101 vi è stata, comunque, la paura dei tedeschi dell’inflazione patita negli anni 1922 e 1923 che contribuì, e non poco, ad aprire le porte al nazismo che si sarebbe affermato 10 anni dopo. Quell’inflazione portò, nel giro di pochi mesi, a registrare prezzi incredibili: per il pane c’era bisogno di quadrilioni di marchi e per spedire una lettera che costava prima della crisi soli tre marchi si passò, in poco più di un anno, a 80 miliardi di marchi. Un dollaro che valeva inizialmente 4,2 marchi passò a 1 milione di marchi e arrivò a 4.200 miliardi di marchi a fine 1923.

Legittima preoccupazione, quindi, ma anche sfiducia nelle capacità dell’Unione di tenere sotto controllo ipotesi inflattive di quel tipo. Paesi che non subivano le imposizioni dell’art. 101 come Stati Uniti e Giappone sono usciti dalla crisi stampando, tra l’altro, carta moneta, il primo, del valore consistente di 4.000 miliardi in pochi anni con un incremento inflattivo del 4%, e il secondo con la stampa da parte del governo di Abe di yen a go-go e un’inflazione al 2% per nulla pericolose. Lo stesso ha fatto l’Inghilterra e la Svizzera uscendo dalla morsa della crisi. Solo l’UE resta al palo a girarsi i pollici mentre molti paesi dell’Unione rischiano una gravissima stagnazione.

Nessuno comunque può illudersi che solo con manovre monetarie si risolvono i problemi perché esse, specie di antipiretici, hanno la funzione di dare ossigeno ad un corpo debilitato e febbricitante permettendo gli interventi riformatori che possono garantire ripresa e crescita. Per cui è vero che le riforme da sole stentano a farci uscire dalla situazione in cui ci si trova ma esse risulteranno essenziali non solo per curare la malattia ma anche per neutralizzare il nemico dietro l’angolo qual è l’inflazione che, con una accresciuta massa monetaria in circolazione, può essere svegliata.

Politica monetaria, quindi, e politica fiscale e promozione degli investimenti a partire dalle grandi opere, infrastrutturazione, difesa del territorio e rilancio dell’edilizia che è la vera e grande fabbrica italiana che è stata troppo massacrata in questi ultimi tempi. E poi assieme ad essi riforma dello Stato, della giustizia e del lavoro. Su questo piano il Cav e Forza Italia sono disponibilissimi. Renzi abbia il coraggio di approfittarne e si scrollerà di dosso il nomignolo di Vanni Marchi della politica e contribuirà a salvare il Paese.

Giovanni Alvaro

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Commenti all'articolo
  1. A me pare che l’articolo non manchi di logica e consequenzialità.

    Riguardo all’Europa – con una considerazione abbastanza speculare al discorso che troppa rigidità sui conti può deprimere l’economia, ossia che una cura troppo forte può nuocere al malato – si potrebbe aggiungere che vi sono disposizioni CE le quali, se vanno bene in condizioni di normalità, possono essere meno adatte in periodi emergenziali come l’attuale, e andrebbero forse un po’ “allentate” perché la loro applicazione risulterebbe eccessivamente onerosa per le imprese.

    Ragiono al condizionale dal momento che riprendo voci sentite in giro, ma che non mi paiono comunque senza fondamento, riferite pure alla normativa nazionale, compresa quella di recepimento dei disposti comunitari, i cui costi di applicazione potrebbero mettere a rischio la prosecuzione stessa delle attività, in epoca di crisi come l’attuale, che ha sensibilmente ridotto i loro margini di guadagno (mentre noi non abbiamo bisogno che le nostre attività vadano a dismettere, ma semmai dell’esatto opposto).

    Quanto all’edilizia, giustamente richiamata nell’articolo, se da un lato è fermo il settore delle nuove costruzioni, anche perché da quanto si legge sembra in effetti abbastanza elevato il numero delle case nuove e non ancora inaugurate, c’è un vasto “parco” di immobili vecchi ormai di qualche decennio, sui quali poter eseguire opere di riqualificazione ovvero lavori di manutenzione, il che sarebbe fonte di parecchie opportunità occupazionali.

    Sono sicuramente in buon numero i proprietari che pur non avendo grandissime disponibilità finanziarie vogliono “mantenere in ordine” la propria casa, ragion per cui il settore andrebbe incentivato, anche attraverso le agevolazioni fiscali per chi intende avvalersene, agevolazioni che vorrebbero rese stabili per almeno un certo arco di tempo, così che gli eventuali interessati possano programmare e pianificare le relative spese (mentre oggi si apprende di anno in anno se e in che misura verrà mantenuta l’agevolazione), e nelle agevolazioni fiscali andrebbe inclusa anche la manutenzione ordinaria che oggi, se non erro, vale solo per le parti comuni degli stabili condominiali e non per le singole abitazioni private.

    Quanto alla collaborazione che può dare il Cavaliere, di cui il Primo Ministro in carica dovrebbe approfittare come dice l’Autore, non credo di sbagliarmi dicendo che il Governo Berlusconi approvò il cosiddetto “Piano Casa”, penso fosse il 2009, il quale consentiva un certo ampliamento della propria abitazione a determinate condizioni, proprio per rilanciare il comparto già entrato in sofferenza, ma da quanto ricordo quel provvedimento non trovò grande accoglienza in alcune parti del Paese, immagino per pregiudizio politico, il che non mi parve allora un esempio di buona collaborazione (appunto per il bene del Paese cui in tanti oggi si richiamano).

    Paolo B. 25.09.2014

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