giovedì, 18 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Cinema italiano:
Pietro Germi,
il cineasta eretico
Pubblicato il 29-09-2014


Fallaci e GermiUna delle icone femminili del cinema italiano, l’algida e bellissima Virna Lisi, oggi settantasettenne, ma ancora attiva ed apprezzata attrice di fiction, da sempre considerata l’opposto della celebratissima diva mediterranea Sofia Loren, ha rilasciato una lunga intervista in cui parla molto di sé, della sua carriera, dei suoi partner e dei registi che l’hanno diretta, non risparmiando giudizi anche salaci su alcuni di loro.
Una carriera, quella dell’attrice marchigiana, vissuta all’insegna dell’anticonformismo e dell’insofferenza alle regole dello star-system che l’ha portata nel bel mezzo del successo negli States a rescindere un contratto principesco con la Paramount e a rifiutare il ruolo di Bond girl che le avrebbero garantito una sempiterna notorietà planetaria.

Vi è nell’intervista, non poteva essere altrimenti, una dura critica, condivisibile, alla superficialità e al conformismo politico che ancora la fanno da padrone nel panorama della cultura cinematografica italiana.
La Lisi ha toccato un nervo scoperto.  Lo scorso 14 settembre, infatti nessuno o quasi si è ricordato che ricorreva il centenario dalla nascita di Pietro Germi, l’eclettico cineasta che seppe, forse come nessuno in Italia, trarre il meglio dalla lezione del cinema neorealista, inventando un genere cinematografico, la commedia all’italiana, che ancora resiste, nonostante l’imbarazzante mediocrità dei registi contemporanei nostrani, realizzando opere che ancora oggi conservano intatti il fascino e il valore artistico originari. Basti pensare che Germi è ancora uno dei pochi registi italiani ad essere stato premiato con una Palma d’oro a Cannes (1966 per “Signore & signori”) ed aver vinto un Oscar per la migliore sceneggiatura (1963 per “Divorzio all’italiana”) e che opere come “Sedotta e abbandonata” o “Il cammino della speranza” rimangono capisaldi della cinematografia italiana per non parlare dell’intuizione che, per ragioni di salute, dovette consegnare a Mario Monicelli di quello straordinario e malinconico affresco di italianità che fu “Amici miei”.

Pietro Germi, a differenza dei Visconti, dei Maselli, in parte dello stesso Pasolini aveva un grave difetto: non era comunista, anzi, come un altro grande come Alberto Lattuada era un socialdemocratico. In altre parole non apparteneva a quell’elite degli intellettuali organici al Pci che fu un obbiettivo perseguito tenacemente da Togliatti e dai suoi epigoni, i cui cascami purtroppo ancora oggi sono visibili nel mondo della letteratura e della critica cinematografica di casa nostra.

Guido Aristarco, uno dei guru della stagione della critica cinematografica militante, lo definì sprezzantemente “turatiano” e per Antonello Trombadori e Paolo Spriano, bontà loro, le opere di Germi erano pervase “da sincero spirito socialista” nonostante egli fosse “un socialdemocratico militante”. Germi, come Oriana Fallaci (insieme nella foto), Paolo Grassi e pochi altri, fu un eretico lungimirante, un esponente della cultura e del giornalismo italiani che non volle a piegarsi alle regole non scritte del gretto e provinciale conformismo di sinistra che ha costituito la cifra costante di quegli anni.

Un mood che, salvo poche e lodevoli eccezioni, ancora pervade la nostra industria cinematografica incapace di trarre il meglio dalla lezione di registi e sceneggiatori come Germi (e con lui Pinelli, De Bernardi e Benvenuti), che seguita a navigare nella mediocrità che è anche figlia di una memoria storica il cui capo cerimoniere è quel Walter Veltroni, sedicente esperto cinematografico, più impegnato in una continua opera di autopromozione, al punto di fare il chierico al matrimonio di George Clooney, che a occuparsi di sollecitare, ad esempio, la sonnolenta e distratta Rai a promuovere una retrospettiva del grande regista genovese, magari programmandola per il prossimo dicembre, mese in cui ricorrerà il quarantesimo anniversario dalla sua scomparsa.

Emanuele Pecheux

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