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Opinioni e commenti
 

Clima, siamo nei guai e non c’è un piano B
Pubblicato il 24-09-2014


InondazioneNew York, 23 settembre – “Oggi potete fare la Storia, oppure essere cancellati dalla storia” così stamattina Leonardo di Caprio, nuovo ambasciatore di pace delle Nazioni Unite si è rivolto alla platea di Capi di Stato e di Governo che ha aperto la prima giornata dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con il partecipato Summit sul cambiamento climatico. Tre gli spazi di discussione, ai quali ha partecipato anche il Presidente del Consiglio Renzi all’interno del forum sulle città.

Fino ad oggi, ha aggiunto Di Caprio, abbiamo guardato al cambiamento climatico come ad un problema fittizio, ma adesso il tempo è scaduto. Per lavoro io risolvo per finta problemi che non esistono. Voi invece dovete lavorare sul serio su problemi reali.

“Oggi siete qui per fare la storia” è stata anche la posizione espressa dal Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon che ha dato inizio ai lavori facendo proprio uno degli slogan principali della Climat March di domenica scorsa “non c’è un piano B, perché non c’è un pianeta B” e assicurando che l’ONU, che si propone in questa fase come “catalizzatore” di tutti gli interventi mondiali sulle energie rinnovabili, farà la sua parte diventando a impatto climatico 0 entro il 2020.

Il cambiamento climatico, ha dichiarato il Segretario Generale, non è soltanto “un problema”, ma “il problema” che definisce la nostra generazione e dalla cui risoluzione dipende la sopravvivenza stessa della nostra specie. Come ha sottolineato il Presidente Obama, infatti, la nostra è la prima generazione ad essersi resa davvero conto del problema del riscaldamento globale e l’ultima a poter fare qualcosa per risolverlo. Una posizione condivisa anche da Renzi, che nel suo discorso di oggi ha dichiarato “Quella dei cambiamenti climatici è la sfida del nostro tempo, lo dice la scienza, non c’è tempo da perdere: la politica deve fare la sua parte”. Per fare questo, ha continuato, bisogna che gli accordi di Parigi, ai quali si arriverà fra 18 mesi, siano vincolanti, ma soprattutto che i nuovi posti di lavoro creati dalla cosiddetta green economy siano reali. E a questo scopo l’Italia si è detta pronta a contribuire con una significativa donazione al fondo delle Nazioni Unite.

Tutti i relatori si sono trovati d’accordo nell’insistere a ridefinire l’idea della green economy, che non va più vista, come è stato fino ad ora, come un’alternativa alla crescita economica, ma viceversa come un possibile fattore di sviluppo e forse anche come proposta di risoluzione per il superamento della crisi economica.

Le energie rinnovabili richiedono e costruiscono un nuovo tipo di economia; come ha dichiarato Renzi, infatti, che ha voluto sottolineare nel proprio discorso l’importanza anche dell’etica e dell’estetica nell’organizzazione delle città, accanto allo sviluppo puramente economico “combattere il cambiamento climatico vuol dire anche creare una nuova economia dal volto più umano che superi il modello economico che ha portato alla crisi”.

L’Italia, insieme all’Unione Europea, si ripromette di arrivare entro il 2020-2030 ad un -40% di emissioni di gas serra in meno rispetto ai livelli del 1990, e ad  una riduzione dell’ 80-90% entro il 2050. Da questo punto di vista i numeri sono abbastanza incoraggianti; nel 2014, infatti, il 45% dell’energia prodotta in Italia è derivata da fonti rinnovabili e le imprese che investono di più sono proprio quelle nell’area verde e innovazione.

Per quanto riguarda il settore privato, le Nazioni Unite stanno lavorando su un accordo con le banche commerciali, che forniranno 30 miliardi di dollari di finanziamenti per il clima entro il 2015 tramite nuove forme di finanziamento innovativo, come le obbligazioni verdi. L’International Development Finance Club, di cui fanno parte banche di sviluppo nazionali ed internazionali, ha invece annunciato un finanziamento di 100 miliardi di dollari entro la fine del 2015.

Le energie rinnovabili come motore di ricerca e sviluppo quindi, come ha ribadito anche Obama, che si è affrettato però ad aggiungere che l’impegno contro il riscaldamento globale deve essere collettivo, con obiettivi ambiziosi e diversi da regione a regione, oppure non può essere affatto. L’incognita, su questo aspetto, rimane la Cina,  primo paese produttore di inquinamento al mondo, i cui prossimi passi non sono ancora chiari, ma che sembra andare anch’essa verso un’idea di sviluppo più sostenibile.

Costanza Sciubba Caniglia

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