venerdì, 17 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Colpevoli distrazioni,
da Kiev a Tripoli
Pubblicato il 15-09-2014


Prendiamo in esame in questa nota quattro importanti aree di crisi: Ucraina, Iraq, Siria e, da ultimo, Libia. Aree in cui né l’intensità della crisi stessa né i comportamenti delle forze in campo sono mutati granché nel periodo più recente, con l’eccezione, negativa, della Libia. Mentre, nel contempo, è fortemente cresciuto il coinvolgimento degli Stati Uniti e, di riflesso, dell’Occidente ancora, con l’eccezione della Libia.

C’è dunque stato, questa la prima e immediata riflessione, un fattore scatenante non direttamente collegabile all’evoluzione negativa della situazione sul campo almeno nei primi tre casi; mentre questo fattore scatenante non si è verificato, guarda caso, proprio là dove l’aggravamento c’è stato.

Qualche mese fa, in Ucraina si era nella fase immediatamente successiva all’annessione della Crimea, una violazione della sacralità delle frontiere, oggettivamente assai grave. Anche se gli europei, dopo le vicende jugoslave e prima di quelle scozzesi e catalane, non erano nelle condizioni di farne uno scandalo. Nel contempo, infuriavano i combattimenti con numerose vittime civili. E i toni della polemica tra Kiev e Mosca erano altissimi. In tale situazione, peraltro, la spinta verso la politica delle sanzioni era ancora bassa e la linea generale (ammesso e non concesso che si potesse parlare di linea generale) era quella di una mediazione: rispetto per l’indipendenza dell’Ucraina e fine delle interferenze di Mosca in cambio dell’impegno a non trasformare Kiev in un avamposto dell’Occidente e della Nato.

Oggi, tra una tregua e l’altra, l’intensità dei combattimenti sembra sotto controllo. I toni della propaganda putiniana nei confronti del governo ucraino si sono smorzati e il filo del negoziato è sempre aperto. Pure, stando ai toni e ai propositi di alcune cancellerie (Londra su tutte) e soprattutto degli ambienti Nato, sembra di essere alla vigilia della seconda guerra mondiale. Generali e politici adottano pose marziali. L’organizzazione militare lancia provocatori quanto inutili piani di intervento rapido. Mentre si prospettano soldi e gloria per tutti i nuovi crociati: secondo il segretario uscente Rasmussen, abbiamo di nuovo quel ‘Nemico’ che tanto ci mancava; la Russia, infatti, dovrebbe svolgere questo ruolo “per almeno una generazione”.

Cos’è successo, allora, per determinare un così radicale, e pericoloso, cambiamento di indirizzo?

Ce lo spiega, da una posizione di superfalco, l’Economist. C’è stato l’abbattimento dell’aereo della Malaysian Airlines. Ci sono stati, insomma, i morti occidentali, di cui importa moltissimo a tutti mentre dei morti ucraini non importa nulla a nessuno. Naturalmente, l’Economist dà per scontato che colpevoli dell’abbattimento siano i ribelli, dunque i russi. Noi non ne saremmo così sicuri; perché i primi risultati dell’inchiesta olandese parlano di “contraerea”e si dichiarano non in grado di stabilire la zona da cui il colpo è stato sparato.

Quanto all’Isis, nessuno ne aveva mai sentito parlare né si è mai curato di capire come e da chi avesse ottenuto le risorse che lo hanno portato sulle attuali posizioni di forza. Appena qualche settimana fa la linea sulla Siria era di lasciare che la gente continuasse ad ammazzarsi a vicenda (dei cento-centocinquantamila morti non importava, ancora una volta, nulla a nessuno). Mentre la stessa avanzata del Califfato in Iraq non aveva emozionato oltremodo Washington. Di intervenire non se ne parlava se prima gli iracheni non avessero sistemato le loro questioni interne.

Oggi i toni sono tornati quelli dell’era di Bush: intervento di terra (ma per quanto tempo?) in meno e coalizione araba in più.

Cosa c’è stato nel frattempo? L’esecuzione pubblica dei due ostaggi americani, una provocazione calcolata dell’Isis che ha raggiunto l’effetto voluto.

In Libia, infine, si è passati dal semplice conflitto al caos incontrollato. Due governi; due parlamenti. Paralisi economica e disimpegno occidentale. Moltiplicarsi di conflitti di origini e segni diversi. Appelli all’Onu che, virtuosamente, vota a favore dell’embargo sulle forniture di armi. Interventi militari esterni (come il bombardamento di Misurata) di cui non si riesce a stabilire l’esatta provenienza. Gli immigrati in balia di bande criminali.

Un buco nero a poca distanza del nostro Paese, di cui non sembra interessare nulla a nessuno. Forse perché non ci sono stati morti occidentali (l’ambasciatore americano, da morto, è stato vittima delle faide interne Usa). O magari perché la vittima predestinata di tutto questo è stata, e rimane, l’Italia.

Per la verità tutta la vicenda, dalla crociata franco-inglese sino al successivo, totale, disimpegno occidentale è stato uno sgarbo nei nostri confronti. Speriamo che si sia trattato di uno sgarbo intenzionale. Così sapremmo con chi prendercela. Ma può essere stato anche uno sgarbo dovuto a distrazione. E allora dovremmo prendercela con noi stessi.

Alberto Benzoni

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