domenica, 20 maggio 2018
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Opinioni e commenti
 

Crisi, artigianato sempre più in affanno
Pubblicato il 23-09-2014


Artigianato-crisiArtigianato sempre più in crisi. E’ diminuito di oltre 500 mila unità il numero di occupati artigiani tra il 2008 e il 2012. E’ quanto emerge da uno studio sulle professioni condotto da Istat e Isfol. I più colpiti sono stati appunto artigiani e operai specializzati che perdono 555mila occupati nel periodo.

“Tra le cause che hanno messo in affanno l’artigianato italiano “tasse, burocrazia, credit crunch e crollo dei consumi interni” ha detto il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi, commentando i dati sulla forte moria occupazionale avvenuta in questi ultimi anni. “Un settore che oggi conta poco meno di 1.380.000 imprese attive che danno lavoro a circa 1.500.000 lavoratori dipendenti”.

Secondo i dati dell’Ufficio studi della Cgia, tra il 2008 e il 2013 il costo dell’energia elettrica è aumentato del 21,3 per cento, quello del gasolio del 23,3 per cento, mentre la Pubblica amministrazione ha allungato i tempi di pagamento di ben 35 giorni. Gli artigiani, come del resto la quasi totalità delle piccole e micro imprese presenti in Italia, vivono dei consumi delle famiglie: dal 2008 al 2013 la contrazione di questi ultimi è stata fortissima: -6,6 per cento. Sul fronte del credito la situazione è altrettanto preoccupante: in questi sei anni di crisi economica gli impieghi bancari alle imprese con meno di 20 addetti sono diminuiti del 10 per cento. In termini assoluti ciò corrisponde ad una contrazione dei prestiti erogati alle micro imprese pari a 17 miliardi di euro.
Infine, le tasse e la burocrazia. Dopo la rivalutazione del Pil avvenuta ieri, nel 2013 la pressione fiscale in Italia si è stabilizzata al 43,3 per cento, ma per le micro imprese il carico fiscale supera abbondantemente il 50 per cento. Anche il peso degli adempimenti burocratici ha assunto un livello non più sopportabile. Secondo i dati della Presidenza del Consiglio dei Ministri, la burocrazia costa al mondo delle imprese italiane 31 miliardi di euro all’anno.

Ciò implica che su ogni impresa grava mediamente un costo annuo pari a 7 mila euro. A differenza di quelle più grandi, le piccolissime imprese non possiedono una struttura amministrativa al proprio interno. Pertanto, sono costrette a rivolgersi a dei professionisti esterni, subendo dei costi annui ben superiori al dato medio nazionale sopra citato.
Tra il 2008 e il 2013, i più colpiti dalla crisi economica sono stati i muratori: – 177.220 unità (- 24,7%). Seguono gli addetti del tessile, dell’abbigliamento e del legno che sono scesi di 109.250 addetti (-23,9%). Altrettanto pesante è stata la moria di posti di lavoro registrata tra i posatori, i serramentisti, gli idraulici e gli elettricisti: la variazione è stata pari a -100.240 (-18,2%). Sotto la soglia dei 100.000 troviamo i frigoristi: questa categoria ha perso 95.300 posti di lavoro (-19,2%); infine, troviamo i camionisti che hanno visto il loro numero scendere di 50.100 unità (-8,3%).

“Lo studio presentato oggi da Istat e Isfol – ha commentato Daniele Vaccarino, presidente nazionale della Cna – conferma che la situazione dell’artigianato in Italia ha raggiunto livelli insostenibili. La perdita di oltre 550mila occupati tra il 2008 e il 2012 segnala una inequivocabile emergenza per il settore e per tutto il Paese. Il venir meno di competenze e saperi che rappresentano l’immagine positiva dell’Italia nel mondo è il simbolo di un arretramento complessivo del Paese e reclama interventi di sostegno
immediati. Le piccole imprese rischiano di soccombere per la riduzione della domanda interna, per la soffocante pressione fiscale, per i mancati o ritardati pagamenti pubblici e privati, per l’estrema difficoltà a ottenere credito. Non è più rinviabile – ha concluso – un cambio radicale delle politiche economiche europee e italiane per ridare fiducia e favorire una inversione di tendenza nell’economia”.

Una eccezione ai dati negativi sulla crescita in Italia sono quelli provenienti dall’agricoltura che è il solo settore che fa segnare una crescita del Pil ad un tasso del 0,6%. Dati che fanno dire alla Cia che è il momento di avviare un confronto con le istituzioni, la politica e la società sulla necessità di affermare in Italia un modello di agricoltura strategica in cui siano centrali i temi del reddito, della multifunzionalità, della valorizzazione del territorio.  L’agricoltura  made in Italy genera ogni anno il 15% del Pil e con l’intera filiera fattura 267 miliardi di euro.  Per la Confederazione produttori agricoli-Copagri “è tempo di guardare in modo più sostanziale all’agricoltura come settore in grado di svolgere un ruolo di primo piano dal punto di vista economico e sociale e per riagganciare la crescita. Occorre poi assecondare quella che pare una vera e propria rivoluzione culturale con un ritrovato interesse dei giovani per il settore agricolo per dare seguito a nuova occupazione ed al ricambio generazionale”.

Redazione Avanti!

 

 

 

 

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