lunedì, 22 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Dietro Hollande e Valls
una sinistra a pezzi
Pubblicato il 01-09-2014


A quanto pare, cose mai viste prima. Mai visto prima che un ministro, e con lui due suoi colleghi, solidali con lui, vengano licenziati in tronco per avere polemizzato con la politica di austerità e con la Merkel. Una roba che è pane quotidiano per i politici italiani, figuriamoci per i francesi, così attaccati, a differenza di noi, al loro sistema politico-sociale. Mai visto prima che un primo ministro socialista si precipiti al congresso del grande padronato francese a dichiarare , ricambiato da applausi a scena aperta, il suo amore per l’impresa. Su di una linea – meno tutele contrattuali, meno tasse, meno spesa pubblica, minor costo del lavoro – tutta mutuata dall’ortodossia liberista. Mai visto prima inneggiare, in un partito che posava, sino ad oggi, a guardiano del socialismo verace, alla “morte della sinistra”così come è in vista della sua rifondazione in qualcosa che non si capisce bene che cosa sia.

Saremmo dunque di fronte ad una scolta epocale? Nel male, come cedimento dell’ultimo baluardo contro la globalizzazione e i suoi padroni? Nel bene, come cinguettano i nostri grandi organi d’informazione, come passaggio ineludibile dal regno dall’ideologia a quello della razionalità politica ed economica?

Meglio evitare i paroloni. Perché il governo “socialista” non aveva potuto (o voluto?) fare nulla né per contrastare gli effetti dirompenti della globalizzazione né per rinegoziare i trattati europei né, semplicemente, per migliorare le condizioni di vita e l’accesso al lavoro del popolo francese. E, soprattutto, perché il verbo enunciato da Valls non ha la minima possibilità di diventare realtà. Manca, certamente, il consenso sociale; anche da parte di quei soggetti istituzionali che, nella costituzione materiale francese, sono parti essenziali nella sua costruzione. Manca, almeno per ora, il consenso nel partito (mentre il centro-destra ha già annunciato la sua indisponibilità ad accordi bipartisan). E mancano, soprattutto, le basi reali del progetto. Per dirla in sintesi, pensare che i grandi industriali siano disposti ad investire massicciamente con una domanda stagnante e con l’opportunità di raggiungere utili assai maggiori nel campo dell’economia finanziaria, significa, questo sì, essere schiavi dell’ideologia (in questo caso liberista…).

In realtà lo scontro è tutto politico. Anzi, personale. E tutto interno al partito socialista. Poco più di dieci anni fa Jospin varò, facendo coincidere, nel tempo, elezioni presidenziali ed elezioni politiche, così come la durata dei rispettivi mandati, la più calamitosa delle riforme istituzionali, rendendo la Presidenza, che De Gaulle aveva concepita come indipendente dalle assemblee, totalmente padrona delle medesime. Con il risultato di trovarsi, oggi, con un presidente-padrone incapace di esercitare il suo ruolo. Ed è qui che entra in campo Montebourg la cui colpa inespiabile non è quella di parlare male dell’austerità o della Germania, ma quella di attaccare pubblicamente Hollande e, così facendo, di rimettere in discussione la sua ricandidatura nel 2017.

L’ex ministro legge tutti i giorni i sondaggi come Valls, Hollande e tutti gli altri, e sa che in questi sondaggi la Le Pen è data costantemente al di sopra del 25% con tendenza alla crescita e, quindi, con altissime probabilità di accedere al secondo turno delle presidenziali. Per i socialisti (così come per la destra classica) l’alternativa è dunque tra la vittoria certa al ballottaggio e l’eliminazione al primo.

Oggi, i socialisti sono dietro al centro-destra. Come rimontare?

Qui Valls e Montebourg incarnano due strategie alternative. Il primo ha il vantaggio di non “lavorare per sé”. Sostiene lealmente Hollande. E punta a garantire la sua rielezione, sostituendo il centro-destra come forza naturale di governo e garantendo “legge e ordine” ai ceti popolari bisognosi di sicurezza. L’unica strategia possibile: il voto di protesta o l’astensionismo sono irrecuperabili; la sinistra radicale è, insieme, più debole e più ostile. Il secondo punta ad un obbiettivo che nessuno prima di lui è riuscito a conseguire: diventare, in vista del prossimo appuntamento presidenziale, punto di riferimento, insieme, della sinistra interna (oggi in forte crescita) e (se vincitore alle primarie) della sinistra radicale, ostile all’Europa e alle politiche neoliberiste.

Il primo rappresenta (almeno nel partito) una piccola minoranza; il secondo, una sinistra forte, ma divisa. In mezzo una maggioranza (di cui fa parte l’attuale segretario Cambadèlis) che appoggia Hollande, ma non la politica di Valls che, viceversa, è aperta alle posizioni di Montebourg, ma non alla sua persona.

A decidere, come (quasi ) sempre, sarà la piazza o, per meglio dire, la capacità – ad oggi non scontata – dell’opposizione di sinistra di manifestarsi concretamente a livello, insieme di agitazioni sociali e di proposte politiche diverse e alternative.

Per inciso, sia Valls che Montebourg si richiamano a Renzi. Forse è un titolo di merito. Chissà …

Alberto Benzoni

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