martedì, 21 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

È di Hong Kong il cielo sopra Pechino
Pubblicato il 30-09-2014


Umbrella-revolutionDopo giorni di proteste e ombrelli aperti oggi a Hong Kong è arrivato davvero l’acquazzone, così come per mesi gli abitanti di Hong Kong hanno chiesto più volte a Pechino libere elezioni per il 2017 fino a riversarsi nelle strade e a bloccarle da ben quattro giorni.
Una protesta immensa che ha visto notti di scontri tra manifestanti e Polizia in tenuta antisommossa che ha ricorso all’uso massiccio di lacrimogeni, al punto che le nuvole bianche dei lacrimogeni hanno circondato i centri commerciali e alcuni dei grattacieli.

Le richieste sono le stesse da mesi: mentre Pechino ha promesso il suffragio universale per l’elezione del Primo ministro, attualmente votato da un comitato di 1200 grandi elettori, le promesse sono state subito disattese, nel 2017 si potrà votare solo una rosa ristretta di nomi, scelti dal Direttivo cinese.

OccupyCentral non sembra intenzionata a fare un passo indietro finché la Cina non rivedrà le sue decisioni in merito o almeno non si dimetta l’attuale Capo del Governo, Leung Chun-Ying, che ha dichiarato illegali le manifestazioni nel distretto finanziario. “Se Leung Chun-Ying annunciasse le sue dimissioni questa occupazione al limite sarà sospesa temporaneamente per un breve periodo per poi decidere la prossima mossa” ha replicato il movimento Occupy Central: “Sarebbe un segnale molto importante che almeno il governo ha cambiato il suo atteggiamento e vuole risolvere la crisi”. Occupy Central “non è una questione di giorni, durerà per un periodo relativamente lungo anche se Pechino non cambierà idea”.

Ma il movimento ha dimenticato che ha a che fare proprio con il Dragone Rosso e non con un Governo democratico. A inizio giugno, poco prima delle proteste, Pechino ha pubblicato un libro bianco per ricordare ai cittadini dell’ex colonia che “l’alto livello di autonomia di Hong Kong non è un potere intrinseco, dipende solo dall’autorizzazione data dal governo centrale”. Questo è dovuto soprattutto al modo di procedere alle elezioni: su 1.200 membri che compongono la Commissione di Elezione per il Capo del Governo, 900 sono esponenti dell’élite economica, di organizzazioni religiose e membri ex officio del governo cinese. I restanti 300 provengono dal Legco, dai Consigli distrettuali e dal Congresso nazionale del popolo della Repubblica popolare cinese. Il sistema fa sì che il Chief Executive sia sempre quello gradito alla Cina comunista.

Ma soprattutto Pechino non può rischiare di mollare la presa su quel che rappresenta il traino della Finanza cinese e in particolare non può mostrarsi debole e rischiare il contagio di una protesta su un miliardo e mezzo di cinesi, o proteste anche in altre zone del paese, come Taiwan.

Il rischio è quello di una reazione che potrebbe rimettere in riga e con la forza l’ex colonia britannica, domani è una giornata importantissima per la Cina Comunista, si festeggia infatti il 65esimo anniversario della Repubblica Popolare Cinese.
Nello stesso tempo il Politburo sa bene che ha i riflettori occidentali ben focalizzati sulla protesta degli ombrelli e che per quanto la censuri nei propri media non può far altro che avvertire gli altri Paesi di volgere lo sguardo altrove: “Hong Kong è la Hong Kong cinese, una regione amministrativa speciale della Cina, e gli affari di Hong Kong sono in tutto e per tutto affari interni della Cina”.

Si sono levate anche le solite voci di sospetto sull’ennesima rivoluzione pandemocratica o pseudo tale. Secondo una delle ricostruzioni questa “sommossa popolare” pilotata si sta verificando stranamente a seguito di stretti accordi economico-energetico e militare siglati dalla Cina con la Russia, quest’ultima impegnata attualmente (con il pretesto ucraino creato ad hoc dall’Occidente) in un braccio di ferro nel non sottomettersi al potere americano esercitato nel resto dei suoi Stati vassalli. L’obiettivo sarebbe ora la Cina, perchè il governo di un quinto della popolazione del pianeta sta abbandonando il dollaro in accordo con la principale potenza euroasiatica, ovvero la Russia, siglando accordi commerciali e di fornitura di gas pagati in moneta cinese e non più in dollari.

Da parte occidentale, in realtà, per quanto si manifesti preoccupazione per la situazione, l’attenzione sembra rivolgersi come al solito per i propri connazionali. Pechino ha invitato i diplomatici che si trovano a Hong Kong di tenersi lontani dalle proteste con una lettera che invita ad attenersi alla Convenzione di Vienna. “Diversi miei colleghi sono rimasti sorpresi dal contenuto della lettera”, ha riferito un diplomatico, che ha voluto mantenere l’anonimato con il South China Morning Post. Se è vero, infatti, che l’art. 55 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche sottolinea il dovere del personale di ambasciate e consolati di “rispettare leggi e regolamenti dello Stato ospitante” e di “non interferire negli affari interni ” di quello stesso Stato, è altrettanto vero che all’art. 34 la Convenzione “assicura libertà di movimento e di viaggio” ai diplomatici su quel territorio. La Farnesina segue “con partecipazione quanto sta accadendo a Hong Kong” e “auspica che le autorità locali e quelle cinesi, di fronte alle richieste pacifiche di tanti giovani e cittadini, mostrino saggezza e capacità di ascolto”.

Concludendo: “Sarebbe bene che si avviasse un dialogo per arrivare a una soluzione condivisa che risponda anche alle legittime aspirazioni di chi chiede il rispetto della Costituzione approvata nel 1997”.
Nuvole su Hong Kong, ma l’acquazzone è previsto su Pechino.

Maria Teresa Olivieri

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