mercoledì, 26 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Edilizia popolare,
il riformismo passa da qui
Pubblicato il 22-09-2014


Kaos calmo, sarebbe questa la definizione delle case popolari in Italia: grandi movimenti, occupazioni abusive, sfratti e poi tutto ritorna come prima senza alcuna proposta di riforma del sistema. Eppure se solo si volesse prendere seriamente in considerazione la crisi del sistema Italia afflitto da deflazione e da sottosviluppo non serve incrementare di 80 € mensili le buste paga, ma passare decisamente alla vecchia teoria keynesiana: investimenti pubblici in grado di smuovere investimenti privati.

Gli 80 € sono serviti a dare una grande potenza elettorale al PD, ebbene allora che il partito di maggioranza relativa usi questa forza per combattere le diseguaglianze e per sviluppare una grande politica di sviluppo nel settore dell’edilizia pubblica. L’economia, diceva Andreatta, è ” manutenzione”. Grandi interventi per il risanamento idrogeologico del paese e costruzioni di case popolari (l’Italia è uno dei paesi dell’Europa più povera di abitazioni sociali). Il problema casa per le famiglie italiane a basso e medio reddito sta ormai diventando un gravissimo problema sociale. Le domande per ottenere un alloggio sociale superano ormai le 800 mila e sono una emergenza nazionale per oltre 2 milioni di persone afflitte da disagio economico e sociale (lavoratori che perdono il lavoro, persone anziane con pensioni inferiori a mille euro mensili, lavoratori precari, studenti fuori sede, famiglie numerose con redditi insufficienti, padri separati senza possesso dell’abitazione, extracomunitari).

Le politiche dell’offerta di case popolari, anche con le modeste iniziative del governo, sono del tutto insufficienti in special modo nelle grandi città metropolitane dove gli Istituti gestori non riescono nemmeno a rendere agibili gli alloggi inabitati perché necessitano di pesanti interventi di manutenzione straordinaria creando così occasioni di occupazioni abusive. Eppure se si volesse intervenire con una grande azione riformatrice si svilupperebbe l’attività edilizia, motore di sviluppo per l’economia, creando nuovi posti di lavoro e creando, con gli alloggi sociali un politica di coesione nazionale.

Guardiamo ai paesi europei con efficaci interventi sul welfare abitativo o allo stato di Israele che nei momenti di crisi economica e soggetto a grandi eventi di immigrazione(dopo la shoha) è riuscito con le case popolari (shikun) a creare stabilità, sviluppo e coesione sociale.
In Italia per vedere situazioni di crescita e di sviluppo dobbiamo guardare al dopoguerra, al piano Fanfani, alla legge 457/78 piano decennale della casa fino a quando hanno funzionato i contributi Gescal (finanziamenti, ma carico della fiscalità generale). E poi … Con le Regioni e la riforma fiscale … è iniziato il declino.

Con la riforma del titolo V della Costituzione sarebbe importante rivedere tutta la politica dell’edilizia popolare sugli aspetti più importanti attribuendo la competenza esclusiva allo stato. Gli istituti autonomi case popolari o comunque denominati debbono essere gli unici interlocutori per la costruzione e gestione di case sul territorio provinciale o metropolitano, non può più succedere che il comune di Milano per fini di lotta politica (assecondata dalla regione a guida maroniana) affidi la gestione dei propri alloggi popolari alla Metropolitana milanese. Occorre definire in modo chiaro e semplice un canone minimo per un alloggio sociale – un canone di equilibrio non inferiore a 100€ mensili – per consentire la copertura dei costi amministrativi (spese per l’accertamento dei presupposti fiscali, spese per gli oneri fiscali), dei costi gestionali (manutenzione ordinaria e straordinaria) ed un minimo di copertura per gli oneri di ammortamento dei mutui stipulati per rifacimento e nuova costruzione di alloggi.

Il canone minimo deve essere accompagnato con un flusso di sostegno per l’utenza che molto spesso si trova nella incapacità di sostenere il canone sociale. I finanziamenti per il sostegno dell’utenza debbono essere garantiti ai comuni, i quali accertano la situazione finanziaria dell’utenza e garantiscono agli Istituti il pagamento del canone al posto dell’utenza, consentire ai comuni di superare il patto di stabilità. Garantire ogni anno un flusso di finanziamenti certi e costanti, provenienti dalla fiscalità generale, di almeno un milione di € all’anno.

Ci si pone a questo punto la domanda su dove recuperare i fondi richiesti: le proprietà della Chiesa in Italia ammontano ad un quarto del patrimoni immobiliare e non sono soggetti all’IMU almeno sulla parte destinata a fini di culto (di tutto e di più). Assoggettare tale immenso patrimonio ad una aliquota patrimoniale per destinarla alla edilizia sociale sarebbe una riforma che persino il santo Padre Francesco approverebbe.

Una ulteriore risorsa economica potrebbe essere una riforma fiscale che consenta agli istituti di godere degli stessi benefici di cui godono i privati nelle ristrutturazione edilizie ed ambientali. Gli istituti posseggono un enorme patrimonio che potrebbe essere destinato alla creazione di fonti alternative di energia (pannelli solari ) che consentirebbe di abbattere i costi per l’energia a carico degli inquilini troppo spesso incapaci a sostenere carichi per luce e gas a volte persino superiori ai canoni. Nelle deduzioni fiscali per giungere dal risultato di esercizio al reddito imponibile è necessario consentire lo scorporo degli oneri caratteristici degli istituti per fini sociali (p.e. gli oneri per gli ammortamenti ed quelli caratteristici delle perdite su crediti). Eliminare l’IMU dagli alloggi sociali.

Occorre infine vietare le vendite degli alloggi, non solo perché per rifarne uno nuovo bisognerebbe venderne almeno tre o quattro vecchi, ma soprattutto perché gli alloggi sociali sono insufficienti rispetto alla grande domanda. Unica eccezione sono gli alloggi di risulta situati in stabili dove la maggioranza è costituita da condomini privati, consentendo agli istituti di determinare liberamente il prezzo di vendita. Alle Regioni deve restare il compito di individuare le caratteristiche degli alloggi da costruire (più semplici, più ecosostenibili, più facili da manutenere e da modificare in più o in meno a seconda delle modifiche del nucleo familiare). Fare in modo che gli stabili siano un mix di utenza (persone anziane, giovani, extracomunitari) onde evitare situazioni di degrado sociale.

Le Regioni devono inoltre garantire il saldo dei mutui precedentemente stipulati o per carenza dei pagamenti o per mutui sostenuti sui finanziamenti parziali. Spetta infine alle Regioni di provvedere alla costituzione degli organi amministrativi individuando un unico amministratore delegato (senza altri membri) scelto tra professionisti di comprovate capacità.

So che questa sarebbe una rivoluzione, ma con la spinta dei socialisti anche questa sarebbe possibile, dopo la salute, il lavoro bisognerebbe battersi per una casa dignitosa.

Beniamino Ciampi

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