lunedì, 22 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Guido Carli e l’illusione
del “vincolo esterno”
Pubblicato il 12-09-2014


Trattato Maastricht Unione europeaIn un articolo apparso sul n. 2/2014 de “il Mulino” (La deriva europea verso la tecnocrazia oligarchica), Giuseppe Berta, professore di Storia contemporanea all’Università Bocconi, imputa al trattato di Maastricht e alla creazione dell’eurozona l’origine di un’”oligarchia di coordinamento sovranazionale, investita di poteri ben maggiori di quelli della politica e mossa da una logica che non corrisponde alle procedure democratiche”; in altre parole, di un’oligarchia tecnocratica che, cancellando le specificità nazionali, ha costituito la causa prima del discredito della politica presso l’opinione pubblica all’interno della generalità dei Paesi europei. E’ ormai sotto gli occhi di tutti il fatto che in Europa gran parte della popolazione si è distaccata, sfiduciata, dalle istituzioni comunitarie e dalla vita pubblica, rassegnata a subire gli esiti delle decisioni di un’oligarchia priva di legittimazione.

Tutto ciò è seguito all’adozione dell’euro, nato con un vizio d’origine, dovuto alle rigidità delle regole poste a garanzia della sua circolazione: rigidi sono stati i principi della politica monetaria adottati e il paradigma dell’ordine economico istituzionalizzato (l’ordoliberismo), in virtù del quale il mercato doveva essere messo nella condizione di auto-regolarsi, per sottrarlo al controllo della politica; ma rigidi sono stati anche i “meccanismi di vincolo”, che avrebbero dovuto costringere le classi politiche degli Stati aderenti alla moneta comune a “comportamenti virtuosi” e rispettosi della stabilità monetaria.

Berta non condivide in toto l’assunto secondo cui la “catena di mutamenti” intervenuti a livello europeo (avvento dell’oligarchia tecnocratica e affievolimento della politica) sia imputabile solo all’adozione dell’euro, nel senso che senza la sua introduzione sarebbe stato possibile evitare quei mutamenti. La firma del trattato di Maastricht ha coinciso con l’approfondimento, avvenuto alla fine del secolo scorso, del processo d’integrazione nel mercato mondiale delle economie nazionali; gli effetti della creazione dell’euro e dell’eurozona si sono così intrecciati con quelli del processo di globalizzazione senza regole, per cui le “rigidità infinite del sistema europeo hanno aumentato la sua esposizione alla forza d’urto dei movimenti economici globali”.

La situazione d’impasse che dopo l’adozione dell’euro ha determinato lo stato attuale del disegno europeo ha spinto molti movimenti di opinione pubblica a rinvenire nell’euro la causa esclusiva della catena di mutamenti di cui parla Berta e ad auspicare una riforma dell’eurozona, vagheggiando un ritorno ai particolarismi nazionali; tali movimenti, però, a parere di Berta, hanno dato e continuano a dare voce solo ad “una protesta impotente”, in quanto la moneta unica si è tradotta nell’esito di una “scelta irreversibile, senza uscite di sicurezza”. Per un cambiamento dello status quo non resterebbe che sperare nella possibilità di realizzare una revisione radicale della politica economica comunitaria.

Il cambiamento, però, aggiunge Berta, non sarebbe sufficiente ad ostacolare il prevalere dell’oligarchia tecnocratica, in quanto la sua conservazione è “in sintonia con una globalizzazione che se è policentrica, rispetto alle esperienze storiche dei singoli Paesi le cui economie sono integrate nel mercato mondiale, essa però “ruota tuttavia attorno a concentrazioni di potere ampiamente autonome dalla partecipazione politica”. Permanendo questa situazione e in assenza di un serio passo in avanti sulla via dell’integrazione politica dell’Europa, la “gabbia dell’eurozona” continuerà ad essere percepita dall’opinione pubblica europea come un’insopportabile camicia di forza, che la costringe a subire gli esiti di un mercato comune destinato ad appiattire le diverse specificità economiche e politiche delle singole società europee.

Lo stallo del processo d’integrazione politica dell’Europa e le procedure con cui viene perseguita la stabilità monetaria nell’attuale situazione di crisi economica e finanziaria delle economie ha accentuato il prevalere del peso dell’oligarchia tecnocratica; per cui, i complessi problemi da risolvere quotidianamente, sollevati dal persistere della crisi, da un lato hanno aggravato le difficoltà da superare nella formulazione delle soluzioni, mentre dall’altro, hanno concorso ad evidenziare la scarsa efficacia delle tradizionali procedure democratiche. Queste due conseguenze, conclude Berta, agevolano la costante sottomissione dei parlamenti nazionali all’oligarchia tecnocratica, “fino a fare apparire quest’ultima persino più potente che ai tempi in cui non erano ancora in vigore le procedure democratiche”.

Berta non dice nulla di nuovo sul piano degli effetti indesiderati causati dai vizi originari dell’euro e su quelli, ugualmente negativi, provocati dal fatto che l’introduzione della moneta unica non è stata seguita dall’integrazione politica degli Stati membri dell’Unione Europea; ciò che del discorso di Berta non è invece del tutto condivisibile è l’attribuzione delle responsabilità circa la sottoscrizione del trattato di Maastricht a specifiche personalità del mondo politico italiano; in particolare, all’ex governatore della Banca d’Italia Guido Carli, per il modo contraddittorio con cui egli avrebbe condotto il Paese a sottostare a regole comunitarie che, sul piano monetario, implicavano l’accettazione di un obbligo istituzionale nei confronti di un’autorità, la Banca Centrale Europea, posta al disopra di ogni controllo politico da parte dei singoli Stati, senza un’adeguata valutazione delle conseguenze. Ma quali sarebbero state le contraddizioni che avrebbero caratterizzato, secondo Berta, il pensiero e l’azione di Carli che, nel ruolo di rappresentante italiano, ha condotto nel 1991 il negoziato di Maastricht?

Secondo lo storico della Bocconi, Carli avrebbe condotto il negoziato “già pervaso da un pessimismo dilagante, che lo induceva a non riporre più alcuna speranza nella possibilità dell’Italia di riformarsi da se stessa, senza esservi costretta da condizionamenti istituzionali esterni”; era convinzione dell’ex governatore della Banca d’Italia che la classe politica italiana non disponesse della lungimiranza necessaria per una gestione virtuosa della politica economica e finanziaria, perché troppo condizionata dagli interessi “particulari” che ne limitavano la capacità di azione: per superare l’immobilismo, non rimaneva che il ricorso al “vincolo esterno” e alla cessione della sovranità monetaria ad un’autorità posta al di sopra dei singoli Stati, provocando la fine dell’”economia mista” e di quel particolare modello di gestione dell’economia nazionale, in cui, afferma Berta, Carli si era formato.

Carli, però, sempre a parere di Berta, sottoscrivendo il trattato di Maastricht, non poteva “non rendersi conto” che la visione dell’Europa sottostante il trattato aveva un “imprinting liberistico”, tale perciò da comportare che le istanze politiche fossero subordinate all’egemonia di un mercato totalmente liberato dai “lacci e lacciuoli” dell’economia mista, come auspicato dai poteri forti presenti nell’area comunitaria e nel mondo globalizzato. Così, il trattato di Maastricht, secondo Berta, ha delineato “inequivocabilmente un’Europa con minore partecipazione democratica rispetto al passato”, mentre l’adesione al trattato da parte di Carli sarebbe stata sorretta dall’idea che avrebbe garantito un aumento del potere dei cittadini europei; ciò in quanto le famiglie, specie quelle italiane, arricchitesi con la sottoscrizione dei titoli del debito pubblico nel corso degli anni Ottanta e custodendo la ricchezza finanziaria accumulata nei loro portafogli privati, avrebbero rappresentato, con la loro autonomia, una garanzia per la continuazione della democrazia. Berta ritiene che Carli, scettico sulla capacità d’azione delle forze politiche italiane, si sarebbe però illuso troppo sul futuro dell’Europa, fondando la sua fiducia nell’efficacia del “vincolo esterno” sull’”afflato federalista”, smentito dalla “volontà di potenza” alla quale si è conformata l’economia globalizzata.

Se così stanno le cose, si può realmente affermare che le conseguenze dell’adesione dell’Italia al trattato di Maastricht sono imputabili al pensiero ed all’azione contraddittori di Carli, solo perché questi avrebbe riposto la fiducia di vedere l’Italia modernizzata attraverso l’accettazione di un obbligo internazionale, risultato, col senno di poi, depotenziato dal mancato controllo politico delle istituzioni comunitarie? O non è, invece, contraddittoria l’analisi di Berta, che per un verso, imputa il fallimento dell’afflato federalista (l’unità politica dell’Europa sempre assunta da Carli) principalmente ai poteri forti dominanti l’economia mondiale ed europea e, per un altro verso, trova in Guido Carli il capro espiatorio di comodo cui imputare la responsabilità di non aver valutato le conseguenze dell’adesione ad un trattato depotenziato da forze che nessuno ha voluto o potuto contrastare? In conclusione, mettere Carli sul “banco degli imputati”, per via degli esiti indesiderati seguiti all’adozione dell’euro, è una comoda foglia di fico dietro la quale nascondere ciò che è di moda di questi tempi nel nostro Paese: schierarsi con quanti sostengono l’urgenza e la convenienza di fuoriuscire dall’euro; loro sì, senza riflettere sulla portata delle conseguenze.

Gianfranco Sabattini

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