lunedì, 18 giugno 2018
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Opinioni e commenti
 

HIC SUNT LEONES
Pubblicato il 24-09-2014


Libia-ribelli

Mentre lo sguardo occidentale è ben concentrato sugli attacchi aerei contro l’Isis, il governo della Libia prova a riprendersi la capitale. Il premier Abdullah al Thani, costretto a traslocare a Tobruk, ha ordinato “la mobilitazione generale delle forze armate, su richiesta della popolazione di Tripoli, per liberare la capitale dalle milizie filo islamiche dell’operazione Alba (Farj)”.

Per il momento i militari filogovernativi hanno riconquistato dopo el Azizia, la città, che era in mano ai filo islamici, considerata strategica perché situata a Sud Ovest della capitale, ma soprattutto perché è un crocevia degli scambi commerciali della Libia occidentale.

Il Parlamento libico ha chiesto il cessate il fuoco all’Onu, proprio in quella zona, evocando il rischio catastrofe umanitaria nell’area di Warshefana, chiedendo proprio alle Nazioni Unite di andare lì per evacuare donne, bambini e disabili e assicurare un ponte aereo.
Il leader del movimento degli oppositori di Ansar, Abu Obaida al Libi, arrestato in Egitto era poi stato liberato.

A gennaio un funzionario della sicurezza egiziana ha detto che le autorità avevano arrestato Hadiya noto anche come Abu Obaida Al Libi perché era ospite del gruppo dei Fratelli Musulmani del paese, dichiarata organizzazione terroristica dopo il colpo di stato militare che ha rimosso il presidente Mohammad Mursi.
Il Ministero degli Interni egiziano ha solo detto che Hadiya era detenuto perché il suo permesso di soggiorno era scaduto. Ma il portavoce del ministero degli Esteri egiziano Badr Abdul Atty ha attribuito la liberazione del leader di Ansar grazie a una mediazione “non ufficiale”.
La situazione in Libia colpisce l’economia e la sicurezza di tutti Paesi del Mediterraneo. Gli Stati arabi hanno un interesse, dalla cacciata del presidente Mohamed Morsi e dei Fratelli Musulmani in Egitto lo scorso anno, il presidente, Abdul Fatah al-Sisi e i suoi sostenitori in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti hanno intrapreso una campagna per fermare quello che vedono come una minaccia per la loro autorità. Questi Paesi arabi sono convinti che la loro alleanza con gli Stati Uniti è sufficiente per proteggere i loro interessi e mantenere le fazioni islamiche sotto controllo.
Proprio i fedeli di Ansar al Sharia, secondo alcune testimonianze, sono gli esecutori degli omicidi perpetrati contro oppositori politici e civili per tentare di spezzare l’opposizione popolare al movimento.
Per Human Rights Watch “sono almeno 250 gli assassinii politici a Bengasi e Derna solo quest’anno”. Tra le vittime giornalisti, attivisti, civili. L’organizzazione, che ipotizza si tratti di crimini contro l’umanità chiede sia aperta una indagine internazionale.

Tutti quindi chiedono l’intervento della Comunità internazionale, ma l’Onu ha rinviato la riunione delle parti in conflitto per il 29 settembre: da un lato il governo del premier Abdullah al-Thani, sostenuto dal nuovo Parlamento costretto a traslocare a Tobruk, dall’altro le milizie filo-islamiche che controllano Tripoli e molte zone della Cirenaica.

Differente l’interesse dell’Opac, l’Organizzazione per la proibizione di armi chimiche, che ha dichiarato preoccupazione riguardo alla distruzione delle armi chimiche nel Paese, dato il peggioramento della situazione, la Libia rischia di non rispettare la data di completamento prevista per dicembre 2016.

È stupefacente però il silenzio, rotto da qualche rara dichiarazione del nostro ministero degli Esteri, nei confronti di questo Paese con cui abbiamo avuto e abbiamo legami strettissimi e da cui importiamo quantità strategiche di idrocarburi. La campagna francese dell’allora presidente Sarkozy, sostenuta dal governo britannico del conservatore Cameron, per abbattere il regime di Gheddafi, si è rivelata in tutta la sua drammatica insipienza per quello che era: uno spot per gli interessi elettorali del presidente francese, l’ennesimo episodio della storica concorrenza con l’Italia,  e uno dei più gravi errori compiuti dai Paesi occidentali, dopo quello dell’Iraq, rivelatisi ancora una volta velocissimi nel destabilizzare, ma totalmente incapaci di progettare una fase di ricostruzione civile, politica ed economica.

Un po’ di speranza è appuntata ora sulla convocazione da parte dell’Onu di una riunione il 29 settembre per dare l’avvio al dialogo di pace grazie anche agli sforzi della nostra diplomazia. “È un primo inizio”, ha dichiarato la ministra Mogherini, e “siamo molto soddisfatti”, anche perché “l’Italia ha svolto un grande lavoro” per arrivare a questo. La ministra non ha però nascosto che siamo solo all’avvio “di un percorso, che sarà molto difficile” e che “non ci aspettiamo eventi risolutivi immediati”.

Maria Teresa Olivieri

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