lunedì, 10 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Hollande, il Banchiere
e la Sinistra di Mercato
Pubblicato il 08-09-2014


“Rivoluzionario in gioventù, reazionario in vecchiaia”, l’antico adagio che i socialisti riformisti riservavano ai massimalisti (un caso per tutti quello di uno dei fondatori del Partito comunista d’Italia Nicola Bombacci, morto per mano dei partigiani dopo avere aderito al fascismo della Repubblica di Salò), potrebbe adattarsi al presidente francese Francois Hollande.

Asceso all’Eliseo su posizioni di contestazione al liberismo globalizzato ed al rigorismo monetarista tedesco, Hollande ha “svoltato a destra” e dopo l’eliminazione dall’Esecutivo di tre esponenti dell’ala sinistra del Partito socialista (Arnaud Montebourg, l’ex ministro “ribelle” dell’Economia, e poi Benoit Hamon e Aurélie Filippetti), colpevoli di aver criticato le scelte del presidente, ha nominato ministro dell’Economia Emmanuel Macron, un ex banchiere di Rothshild, su posizioni apertamente liberiste e filo-austerity.

Dopo le tesi sulla “Terza via” di Tony Blair e di Gerard Schroder e sull’Ulivo mondiale di Prodi e Clinton, tutte accomunate dall’idea di una sinistra di mercato, adesso anche il socialismo francese, presumibilmente, si convertirà all’idola tribus liberista e a quel capitalismo globalizzato, che vuole sostituire i partiti in democrazia con tecnici espressione di lobby e circoli internazionali all’insegna della “privatizzazione della politica”, e del paradigma del diritto subalterno all’economia: Law and Economics.

Ma il mercato autoregolato, presentato come il portato della modernità, è in realtà espressione della vecchia economia politica, quella che trova in Adam Smith il capostipite e in Von Mises e Hayek, con le tesi sull’anarchia mercatistica, gli epigoni fondamentalisti nel ‘900. Vale ancora la folgorante affermazione di uno dei maggiori economisti americani del dopoguerra, nicola bombacci

secondo cui “il mercato con il maturare della società industriale e delle connesse istituzioni politiche, perde sempre più e in modo radicale la sua autorità come forza regolatrice”, mentre, dal canto suo, Lord Nicholas Kaldor, grande economista neokeynesiano, non un sostenitore della collettivizzazione sovietica, ammoniva “se si vuole che sopravviva l’economia di mercato basata sull’impresa privata (come deve essere se si vogliono evitare alternative ancor meno attraenti) il mondo ha bisogno di maggiore e non già di minore pianificazione e controllo in materia di distribuzione del reddito e nel campo del commercio internazionale e interregionale”. Parole profetiche illuminanti, soprattutto per la crisi socio-economica europea, con l’Italia che sta vivendo il dramma dell’accoppiata deflazione/recessione.

E proprio nel nostro Paese, la cosiddetta seconda Repubblica ha illustrato la metamorfosi di una sinistra di ceppo ex-comunista, unitasi a coloro i quali si autodefinivano “cattolici democratici”, trasformandosi in una sorta di hardware il cui software è quello della destra tecnocratica, lontana ormai dai ceti popolari, condita, ai giorni nostri da un mix grottesco di scautismo cattolico e guasconeria alla Capitan Fracassa.

È davvero grottesca una sinistra che accoglie il feticcio del mercato, visto che essa, rivoluzionaria o riformista, antagonista o socialdemocratica, si è sempre proposta di superarlo o di temperarlo in nome di valori di libertà e di uguaglianza. In particolare in Europa i partiti socialdemocratici e laburisti, accantonata definitivamente la prospettiva palingenetica della società dei “liberi e degli uguali” teorizzata dal marxismo, hanno sposato il modello socio-economico di compromesso tra stato e mercato, per regolare il capitalismo privato e redistribuire, con il fisco ed il welfare, la ricchezza verso i più deboli.

La sinistra nel nostro Paese, se non vuole smarrire ogni capacità riformatrice dopo avere accettato privatizzazioni che sono apparse “svendite” al grande capitale italiano e non, compressioni delle politiche sociali ed il dogma monetarista, deve essere memore di quanto affermò Carlo Rosselli nel suo “Socialismo liberale”: “i socialisti …. in nome della libertà chiedono una più equa distribuzione delle ricchezze”. Come dire che i socialisti e la sinistra riformista, accettano il metodo liberaldemocratico e si ispirano a valori libertari, ma il liberismo è contro la loro storia di battaglie per la giustizia sociale.

Maurizio Ballistreri

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