domenica, 19 agosto 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Il buon samaritano
e il buon socialista
Pubblicato il 27-09-2014


Un samaritano che assiste amorevolmente un giudeo ferito, cioè un nemico e uno straniero. Il levita e il sacerdote che si voltano dall’altra parte e tirano dritto, benché il giudeo, abbandonato per strada, per loro sia un correligionario e un ‘compatriota’. Il senso della parabola è chiaro: i giudei odiavano (contraccambiati) i samaritani; li consideravano pagani, infedeli. La misericordia cristiana è assoluta, senza vincoli e distinzioni. La caritas è un amore cieco, incondizionato, illimitato, per il prossimo. È un donarsi totale, che richiede il superamento di ogni scrupolo egoistico o egocentrico. Il Vangelo lo dice chiaramente chi è il nostro prossimo: il bisognoso in cui ci imbattiamo per caso. Dobbiamo aiutarlo senza pensare all’estrazione sociale, alla nazionalità, alla religione, all’etnia, al colore della pelle.

Noi socialisti abbiamo un debito nei confronti della tradizione giudaico-cristiana: è da lì che proviene l’ideale della solidarietà che è nel nostro patrimonio genetico. L’etica del buon samaritano ci scalda il cuore: è fonte di ispirazione nella lotta per la giustizia sociale. Ma può farsi legge dello Stato, può suggerire un programma politico? La risposta, ovvia, è no. Il passaggio dalla sfera morale/religiosa a quella politica non è mai lineare.  Non confondiamo il buon socialista con il buon Samaritano. La Caritas è un invito energico alla nostra coscienza. Certo, se un gran numero di cristiani seguisse quell’invito, e aiutasse i bisognosi, si creerebbe una massa critica significativa. Ma neppure questo costituirebbe una leva per il cambiamento politico e sociale. Il cristianesimo prospera da duemila anni, e il problema della povertà non è mai stato risolto alla radice. Né poteva essere altrimenti: per risolverlo, ci vogliono soluzioni politiche. È per questo motivo che sono sorte le varie teorie socialiste. Anche chi vota a destra e, magari, campa di rendita può agire di tanto in tanto come il buon Samaritano, tornando poi a godersi le sue proprietà. Non c’è conflitto tra le due cose. Il buon socialista si pone il problema, che è politico da cima a fondo, di far sì che la ricchezza venga distribuita equamente. E che vi siano pari opportunità per tutti. Vogliamo giustizia sociale, non elemosina. E la giustizia sociale non può consistere in tanti atti di generosità individuale: necessita di robusti interventi nella sfera pubblica. Vanno modificati i rapporti di forza a favore dei “bisognosi”, intesi come categoria politico-sociale. Noi, per fortuna, possiamo lottare in un clima di libertà, adoperando mezzi pacifici, non violenti, democratici. Ma lottare dobbiamo comunque. Diceva Martin Luther King, che era profondamente cristiano: “se c’è una lezione che la storia ci ha insegnato è questa: i gruppi privilegiati ben di rado rinunciano spontaneamente ai loro privilegi.” Scavando a fondo nella storia umana, notiamo che, sotto la superfice, c’è un magma che ribolle. La storia è mossa più dalla dinamica tra interessi contrapposti, che non dalla legge dell’amore disinteressato. Il messaggio cristiano, lo ripeto, non è irrilevante: la caritas, secolarizzandosi, è diventata solidarietà politica. Si assomigliano – caritas e solidarietà politica – ma non sono la stessa cosa.

E infatti l’etica del buon Samaritano, se presa alla lettera, confligge con l’etica del buon socialista. Tutto bene finché il mantello si può tagliare in due o in tre, o se i denari bastano a curare più di un bisognoso. Ma che farà il buon Samaritano se si imbatte in dieci bisognosi, e non può soccorrerli tutti? E se quei bisognosi fossero, per giunta, in parte stranieri e in parte compatrioti? Il Vangelo non ci dice che fare in questi casi, perché, altrimenti, insinuerebbe il tarlo del dubbio su una legge morale assoluta.  Il buon Samaritano non sceglie, perché non si pone il problema delle risorse disponibili: dà tutto quel che ha, se necessario. Quando si deve scegliere, fa capolino la politica, che, con la morale, ha un rapporto tortuoso, difficile. La politica, se intesa correttamente, non è mai assoluta: è prassi umana, e la sua cifra è il compromesso ragionevole; la mediazione tra interessi diversi. Si capisce, allora, perché la logica del buon Samaritano non funziona in politica:  scegliere tra i bisognosi significa porre limiti alla caritas. Eppure è ciò che siamo costretti a fare in tempi di vacche magre. Se le mie risorse sono limitate, chi aiuterò per primo? Se posso salvare due o tre persone su dieci, che faccio? Estraggo a sorte, e lascio che decida il caso, oppure scelgo un criterio politico, che sia equo? Il Vangelo non ci è di gran aiuto: ci dice solo che bisogna dare a chi ha bisogno, punto e basta. Ma la moralità della politica progressista, riformista, consiste proprio nel saper individuare il criterio più giusto possibile, nei limiti imposti dal contesto in cui mi trovo. Il contesto – la salute dell’economia, per esempio – mi obbliga a mediare tra chi ha il diritto di ricevere un aiuto e chi ha l’obbligo morale di darlo.

Bisogna prenderne atto, senza sensi di colpa: la storia umana è un intreccio complesso di idealità e di interessi legittimi. In ogni caso, il concetto di prossimo, in politica, è molto più ristretto che nel Vangelo. Siccome viviamo ancora in Stati nazionali, il mio prossimo è anzitutto il mio concittadino. Su questo punto è ora di dissociarsi dal politically correct dominante a sinistra: io credo che la comunità cui appartengo abbia un dovere prioritario di assistenza verso chi da più più tempo ne fa parte e, quindi, da più a lungo vi contribuisce. Quando fa freddo, il mantello, se è corto, devo dividerlo prima di tutto fra i miei connazionali. Questo per una ragione semplicissima: perché i miei connazionali bisognosi, in passato, hanno contribuito a tessere quel mantello. E se io ignoro  la loro fatica, il loro sudore, in futuro potrebbe non esserci più un mantello da dividere, perché non si troverà più chi lo vorrà tessere. Il cittadino onesto, pagate le tasse e assolti i suoi doveri civici, rivendica giustamente un diritto di precedenza rispetto all’immigrato. Ciò è ragionevole e giusto; non è discriminatorio. Nessuna comunità – neppure quella ideale, socialista, che vagheggiamo – può reggersi in piedi se viene meno a un patto basato sulla reciprocità fra diritti e doveri. Una politica progressiva rafforza il vincolo di solidarietà che tiene unita la comunità nazionale. Ha senso parlare dei doveri del cittadino, se poi lo Stato non è in grado di far far fronte ai suoi doveri di assistenza? Un Welfare state giusto garantisce il minimo a tutti i cittadini: pensioni e assistenza sociale dignitose. Ma poi dà di più a chi più ha meritato, ovvero a chi più ha contribuito. Non regala, se non in casi eccezionali e comunque per periodi brevi, a chi non ha mai dato nulla. Il Welfare del buon Samaritano porta solo alla bancarotta.

Edoardo Crisafulli

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. L’articolo sembra scendere, meritoriamente, sul delicato e complesso terreno dei rapporti tra Religione e Stato, laddove, in metafora, il buon Samaritano rappresenta la prima e il buon Socialista incarna il secondo, cioè lo Stato, che non può permettersi di essere infinitamente caritatevole, come l’etica e la sua coscienza vorrebbero, perché così facendo sfiancherebbe le sue finanze, a danno di altre esigenze imprescindibili e inderogabili per il buon funzionamento della società.

    Nondimeno, se “la giustizia sociale non può consistere in tanti atti di generosità individuale: necessita di robusti interventi nella sfera pubblica”, come dice l’Autore, dovrebbe essere comunque lo Stato ad intervenire, secondo il concetto che ha improntato le moderne democrazie, un concetto molto “nobile”, e che “scalda il cuore”, ma che oggigiorno si scontra con un monte di “bisogni” in continuo crescendo, dai costi ormai insostenibili, e dunque il normale “mantello” non riesce più a proteggere un corpo via via ingranditosi fino a divenire “gigantesco”.

    Nel contempo, se “vanno modificati i rapporti di forza a favore dei bisognosi, intesi come categoria politico-sociale”, secondo le parole l’Autore, può succedere che il numero dei “poveri”, prossimo a diventare prevalente, o quasi, si trovi a poter indirizzare o dettare le regole, e cerchi di appropriarsi in qualche misura delle “ricchezze” di chi ancora sta meglio, tramite nuove imposizioni fiscali, col rischio che il sistema si vada progressivamente impoverendo (dopo di che non ce ne sarà più per nessuno) e che si alimenti una indesiderabile conflittualità sociale, se la politica non saprà “governarla”.

    Nel nostro Paese, per lunghi secoli, la Chiesa (in una coi corpi sociali, vedi le Confraternite sovente ad ispirazione religiosa) ha svolto preziosissimi compiti di assistenza alle categorie più disagiate, anche con l’aiuto di mecenati che erano per solito persone abbienti, cioè quei “ricchi” tanto vituperati da chi teorizza il livellamento sociale (i quali ricchi agivano per generosità, o semmai anche “per salvarsi l’anima”, ma anche questa loro eventuale “paura” ha funzionato in ogni caso da regolatore sociale).

    Tale “caritas” cristiana è durata fino a quando lo Stato, nella sua concezione laica, ha ritenuto di doverne prendere il posto, coniando il principio della “universalità” dei diritti (sanità, istruzione, protezione sociale…….), principio che oggi è costretto a rivedere causa l’incompatibilità con le risorse economiche, ma non riesce tuttavia ad assumere decisioni al riguardo, trovandosi “prigioniero” delle sue stesse regole, e delle aspettative che ha ingenerato nella popolazione, salvo lo “spremere” ulteriormente le classi medie e medio-alte con il pericolo di deprimere ancor più i consumi (il tipico caso del gatto che si morde la coda).

    Come ampiamente noto, anche il filone di pensiero socialista, a cavallo tra i due secoli passati, si è prodigato moltissimo nell’aiutare le fasce più deboli (prive di tutele sociali, e talora al limite della sussistenza) mediante le organizzazioni di mutuo soccorso, e poi con interventi della pubblica amministrazione.

    Pur tra errori e contraddizioni, di cui gli eredi di quelle idee “umanitarie” devono andare comunque orgogliosi, non mancarono all’epoca importanti risultati, anche grazie all’impegno e alla abnegazione di figure “simbolo”, che qualcuno ebbe a definire gli “apostoli” socialisti, ma da allora sono passati cent’anni e più, ed è profondamento cambiato il tessuto sociale così come i parametri dell’indigenza.

    Se oggi il cosiddetto “ Stato sociale” ritiene di poter allargare la propria “coperta” fino a soddisfare tutti i bisogni, rischia il fallimento, con incalcolabile danno per tutti, ma questo non significa rinunciare all’azione umanitaria, che può essere ricondotta anche ad altri soggetti, proprio come avvenuto in passato, nei limiti delle rispettive capacità e potenzialità, nel senso che, inevitabilmente, l’attuale modello di “assistenza universale” va in qualche modo ripensato.

    Paolo B. 28.09.2014

  2. Articolo assolutamente condivisibile. Aggiungo che per ciascun migrante lo Stato spende 30 Euro al giorno e gli dà anche argent de poche. Suggerimento per gli indigenti nostrani: fingetevi migranti e troverete vitto, alloggio ed anche qualche sfizio. Alcuni migranti arrivati a Cipro hanno chiesto di essere portati da noi, visto il trattamento. A Roma, per fare un esempio concreto, invece di accogliere migranti Marino ad esempio pensi a rifare marciapiedi, strisce e manto stradale (nel mio quartiere al Centro ormai sono invisibili). Va bene discutere di ideali, ma quando manca l’ABC… Povera Italia!

  3. Edoardo, come hai ragione !!. Se penso che per riconoscere un punteggio un po’ più alto sulla base dell’anzianità di residenza per l’assegnazione degli alloggi di edilizia popolare, a Santarcangelo ci abbiamo messo 3 anni, perchè considerato da una certa sinistra cattocomunista e pseudodemocratica un qualcosa di destra, ne dobbiamo fare ancora di strada. Anche per questo dobbiamo esistere e non mollare mai, perchè l’idea di giustizia sociale che abbiamo non ce l’ha nessuno

Lascia un commento