giovedì, 16 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Il  Jobs  Act  tra  realtà
e  rappresentazione
Pubblicato il 30-09-2014


Come è noto, il Jobs Act non è che l’ultima, in ordine di tempo, tra le tante leggi sul lavoro varate dalla seconda repubblica. Leggi tutte finalizzate all’obbiettivo della flessibilità: maggiore libertà di licenziare, maggiore libertà di creare nuove forme contrattuali secondo le esigenze dell’impresa; e, a fronte di questo, nuove tutele economiche per i disoccupati e nuovi strumenti di formazione e di orientamento nella ricerca dell’occupazione.
Come è noto, queste riforme non hanno avuto gli esiti sperati. E per tante  ragioni: non ultime tra le quali la mancanza delle risorse necessarie all’avvio della “flexsecurity”e l’assenza di qualsiasi politica  industriale.
Come è noto, i sindacati confederali, hanno anche perso, in questo periodo, gran parte della loro autorità e del loro ruolo. Prima, nel campo contrattuale e poi, e sempre più rovinosamente, in quello della mediazione politica. Così da inghiottire, nell’insieme, le ricette dei governi, salvo ad alzare le barricate su questioni simboliche (come quelle dell’art.18).

Questo per dire che, se il nostro Presidente del Consiglio avesse veramente voluto varare una efficace riforma del mercato del lavoro e, nel contempo, affermare una nuova cultura riformista, avrebbe dovuto auspicare un confronto di merito sulla sua proposta. Un confronto in cui la questione dell’art.18 sarebbe stata irrilevante.
E invece l’ex sindaco di Firenze ha deciso sin dal principio di buttarla in rissa. Decidendo che il sullodato articolo (cui attribuiva, sino a qualche tempo fa, scarsissima importanza) era, viceversa, fondamentale: perché “le imprese devono avere il diritto di licenziare”; accentuando, al di là della decenza, la contrapposizione tra “garantiti e non garantiti” (quasi che i primi fossero nemici oggettivi dei secondi); dichiarando in anticipo di considerare qualsiasi discussione sulla materia una pura perdita di tempo; e, infine, esibendosi a fianco di quel Marchionne che non avrebbe “chiesto” (bontà sua) nulla all’Italia: se non la possibilità di gestire a suo piacimento, e solo con chi ci stava, i rapporti di lavoro all’interno della Fiat.

Ora, perché buttarla in rissa? La risposta è semplice: perché a Renzi serve la rissa. In un’ottica che è, e rimane, quella del rottamatore. E del rottamatore della sinistra tradizionale e di tutto il suo universo di riferimento. In questa guerra, gli avversari, anzi i nemici, vengono preventivamente ridicolizzati (così da svalutare le loro motivazioni e ignorare i loro argomenti) e costretti, l’uno dopo l’altro, ad affrontare lo scontro con le armi e sul terremo prescelti dal premier. Nel caso specifico,  il Nostro ha  agitato il drappo rosso dell’art. 18. La Cgil è cascata nella trappola. E, oplà, il gioco è fatto. E fatto nel senso che Renzi avrà, come è sempre avvenuto sinora, partita vinta sull’avversario di turno: e sul terreno dei rapporti di forza e nel consenso dell’opinione.

Ma a che prezzo; e per costruire che cosa?
Sul primo punto ci si consentirà di esprimere una qualche preoccupazione. Quando si contesta il Parlamento (e, in generale ogni organismo elettivo) come luogo di inutili dibattiti, quando si rifiuta la complessità e la mediazione in nome della sacralità del principio di maggioranza, si minano alla base le regole e la stessa credibilità della democrazia liberale. E fermiamoci qui.

Sul secondo punto, Renzi sarà chiamato, e assai presto, a pagare le conseguenze di una visione in cui la “pars destruens” (ereditata dalla cultura nuovista della seconda repubblica) fa assolutamente premio sulla capacità costruttiva.

Così è più che probabile che l’ex sindaco di Firenze possa portare a termine la distruzione totale della sinistra tradizionale; e con il consenso della maggioranza degli italiani. Ma per sostituirvi  un modello basato sul rapporto fiduciario tra un leader e il suo popolo. Un modello che, in definitiva, può affermarsi solo in presenza di risultati. Più voti e quindi più potere per il partito (e per ora ci siamo); ma soprattutto più lavoro e più benessere per gli italiani: e qui non ci siamo proprio.
E non ci siamo perché per uscire dalla crisi c’è assoluto bisogno, qui e ora, del concorso dell’Europa. E perché il nostro Presidente del Consiglio ha completamente sbagliato l’approccio con la medesima.

Siamo partiti con voce grossa e pugni sul tavolo. Denuncia  (mai troppo specifica…) del nemico di turno. E, a coronare il tutto, le mirabilie del semestre europeo. Oggi, di tutto questo non c’è più traccia. E il concorso dell’Europa rimane legato al previo corrispettivo delle riforme; pagamento la cui cambiale è garantita solo dalla firma di Renzi e dallo scalpo di D’Alema e della Camusso.

Ora, nulla fa pensare che questa sarà accettata; insomma che il nostro Paese possa uscire, nel futuro prevedibile, dalla stretta mortale dell’austerità. E allora il quadro diventerà assai più complicato e gravido di pericoli. Anche perché all’interno del medesimo avremo Renzi, Berlusconi, Grillo e la troika. Ma non una sinistra degna di questo nome.

Alberto Benzoni

 

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Commenti all'articolo
  1. Ottima e condivisibile analisi, ma il ruolo dei Socialisti non può essere quello del sostegno a priori senza neppure essere coinvolti e riconosciuti pur nella nostra marginalità. E’ giustamente descritto come un populista che è al difuori della nostra tradizione e di quella Riformista. Si fa forte dei ricatti di portarli alle elezioni anticipate per fargli votare quello che lui vuole. E’ un gioco a poker e basterebbe andare a vedere perchè alle elezioni si andrebbe con il proporzionale puro e lo scenario non sarà migliore dell’attuale. Dimostriamo un pò di dignità.

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