martedì, 19 giugno 2018
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Opinioni e commenti
 

Immigrati, non possiamo
accoglierli tutti
Pubblicato il 25-09-2014


Questa crisi economica crudele e devastante ci ha messi con le spalle al muro: mentre scarseggiano le risorse per far fronte alle emergenze, l’immigrazione ha raggiunto livelli quasi insostenibili. C’è il rischio che si scateni una guerra fra poveri: i nostri disoccupati–esodati-cassintegrati-pensionati con pensioni da fame da un alto; gli immigrati-profughi-rifugiati dall’altro. La peggior destra – quella xenofoba, con ascendenze leghiste e post-fasciste – soffia sul fuoco sperando di guadagnar consensi. La guerra tra poveri è utile anche ai poteri forti dell’economia: distrae dalla lotta contro il capitalismo finanziario ipertrofico e sregolato, primo responsabile di questa crisi. Chi milita nel campo democratico – o, semplicemente, chi si reputa una persona civile – deve reagire con intelligenza alla demagogia: al disoccupato di casa nostra dobbiamo contrapporre il banchiere e lo speculatore, che hanno lucrato sui prodotti finanziari tossici, e il grande evasore fiscale, che viene meno ai suoi doveri civici.

Turati aveva ragione: il riformismo è incisivo, cambia davvero le cose, quando poggia  su un’alleanza tra ceto medio e lavoratori. Il problema è che gli obiettivi riformisti – crescita economica sana ed equilibrata, più democrazia, più equità sociale – sono difficilmenti realizzabili in questo momento. Solchiamo acque agitatissime, e tutte le formule appaiono astratte a chi rischia di annegare. Camminiamo su una polveriera sociale che è sul punto di esplodere. La rabbia c’è, è palpabile. La classe media è sull’orlo di una crisi di nervi: rischia il capitombolo nella scala sociale. Chi si trovava già in basso, è scivolato ancora più giù: vive al di sotto della soglia della povertà. Il nuovo proletariato, che è in espansione, si allontana dalla politica o tende a radicalizzarsi (Nulla di nuovo sotto il sole: i poveri di etnia europea in America li chiamano, brutalmente, “white trash”, e il Ku Klux Klan e lì che recluta la sua manovalanza). In questa situazione incandescente, l’immigrato, lo straniero, è un eccellente capro espiatorio. I razzisti fanno circolare sui social media panzane colossali: il nostro Governo distribuirebbe ai neoimmigrati, ai profughi di cui si parla in questi mesi, spillatico a iosa, cellulari di ultima generazione, capi d’abbigliamento firmati, e altre amenità. Le cose non stanno così: il Governo dà 30 euro al giorno alla struttura che accoglie il rifugiato, e soli 2 euro e 50 al giorno al rifugiato, perché provveda da sé alle piccole spese.

Questi discorsi squallidi non vengono a galla finché le risorse abbondano, e ce n’è per tutti. Chi sfrutta la rabbia della gente per uno squallido tornaconto elettorale, è un miserabile. Però un paradosso in effetti c’è: una marea di pensionati e di disoccupati italiani si sentono abbandonati dallo Stato, eppure noi dobbiamo aiutare i profughi, i rifugiati, gli immigrati nullatenenti – perché il diritto internazionale e le leggi della decenza così ci obbligano a fare. Ma come si può giustificare l’accoglienza (sacrosanta) a 900 euro al mese per i profughi a chi, cittadino italiano, figlio di italiani, ha perso un lavoro o non lo trova, e non gode di un reddito di cittadinanza?

La sinistra è stata presa in contropiede da questa crisi. Finché i soldi c’erano, bastava allentare i cordoni della borsa. Oggi il modello social-democratico/keynesiano è in sofferenza perché l’economia arranca. E la sinistra continua a parlare un linguaggio vecchio, ideologico. Gli intellettuali e i dirigenti politici sono ancora convinti che tirando per il bavero della giacca il banchiere, lo speculatore, l’evasore fiscale, le casse dello Stato si riempiranno di dobloni sonanti. Ma non è così, per due motivi: a) gli speculatori e i grandi evasori si mimetizzano bene e non è facile acciuffarli, visto che la finanza non ha più né patria né confini; b) anche se tutti gli italiani pagassero le tasse fino all’ultimo centesimo, non avremmo risorse sia per i disoccupati di casa nostra che per gli immigrati che arrivano a ondate sempre più massicce sulle nostre spiagge.

Un recente articolo sull’International New York Times, testata liberal e progressista, racconta come il problema dei rifugiati stia mettendo a dura prova il Welfare state generosissimo della Svezia e della Norvegia. (Hugh Eakin, “Syrian refugees, Nordic dilemma”, International New York Times, 20-21 settembre 2014). La Svezia, Paese social-democratico fino al midollo, ha già accolto ben 40.000 profughi siriani selezionati dalle Nazioni Unite, e ne accoglierà altri 80.000 circa nei prossimi mesi. Grandi e nobili, gli svedesi. E tuttavia c’è chi comincia a domandarsi se un modello di Welfare state concepito nel Novecento per piccole comunità omogenee possa reggere l’onda d’urto dell’immigrazione di massa. Non c’è solo un problema di compatibilità economica: ci sono anche le reazioni preoccupate di chi teme uno stravolgimento della propria identità. I social-democratici svedesi hanno vinto le ultime elezioni, e ce ne rallegriamo; ma l’estrema destra xenofoba si è attestata su un ragguardevole, e preoccupante, 13%.

Siamo tutti figli del mito progressista di orgine marxiana: un capitalismo col vento sempre in poppa produce ricchezze illimitate. I soldi ci sono, basta toglierli a chi ne ha troppi. Quando c’è una crisi di liquidità, vuol dire che i capitalisti, come Paperon de Paperoni, hanno ammassato a nostra insaputa fortune immense. Ma è così solo in pochi casi. Il New Labour di Blair questo l’aveva capito: non è demonizzando i ricchi che si risolve il problema delle crisi economiche ricorrenti: occorre, piuttosto, puntare a un nuovo modello di sviluppo. E non c’è crescita equilibrata, socialmente equa, se non in una economia solidale. La crescita, in ogni caso, è una necessità. La teoria di Latouche sulla decrescita felice è un abbaglio: la scienza e la tecnica ci consentiranno, un giorno, di sfamare anche 15 miliardi di persone.

Un giorno, appunto. Intanto però le risorse si assottigliano e ogni Governo è obbligato a fare scelte dolorose. Viviamo in tempi infelici: da un lato assistiamo, impotenti, a un’ecatombe: migliaia di disperati – fra cui donne incinte, bambini, anziani – in fuga da guerre, violenze, miseria, annegano nel Mediterraneo. La nostra coscienza si indigna. Urliamo in coro: l’Occidente opulento non fa abbastanza! Dall’altro lato è riesplosa la questione sociale. Per la prima volta, la crisi non ha guardato in faccia a nessuno: in questi anni il suicidio è stato un male interclassista – si sono tolti la vita sia pensionati e disoccupati, che imprenditori in bancarotta. Finché avremo connazionali – nostri fratelli – che si suicidano perché sono finiti sul lastrico, dovremo scervellarci per escogitare soluzioni concrete. Il problema è politico: che fare, qui ed ora? Anzittutto continuiamo a fare del nostro meglio per sradicare la povertà nel mondo potenziando la cooperazione allo sviluppo. Poi dovremmo distinguere fra i rifugiati politici e gli immigranti in cerca di lavoro. Accogliamo pure la nostra quota di profughi, se possibile selezionati dalle Nazioni Unite. Ma per quanto riguarda i migrant workers occorre essere molto più selettivi. L’immigrazione non può essere incontrollata, priva di regole.

Ogni comunità si regge su un giusto equilibrio tra un ‘sano’ egoismo nazionale  e l’ideale della solidarietà internazionale. Il vero patriota non è un nazionalista: vuole aiutare i popoli in difficoltà. Ma come potrà farlo se non tiene in ordine i conti di casa sua? Non è generalizzando la miseria che si crea la ricchezza. Smettiamolo dunque una buona volta con la retorica dei diritti senza doveri. E stabiliamo il principio per cui gli italiani, purché in regola con il fisco, hanno un diritto di priorità nell’assistenza sociale. Non abbandoniamo i nostri connazionali nelle fauci dei demagoghi. Il fenomeno dell’immigrazione clandestina va contrastato, perché non giova anzitutto agli immigrati. La Seconda Repubblica non ha saputo affrontare questo problema. Abbiamo sentito solo proclami ideologici, da una parte e dall’altra: alla retorica xenofoba (“buttiamoli in mare: sono tutti delinquenti”) ha corrisposto la retorica dell’accoglienza, di stampo catto-comunista (“dobbiamo aiutarli tutti”). La solidarietà verbale abbonda ai Parioli, nelle dimore dei radical-chic. È aria fritta per chi non arriva al fine del mese. È ora di dire – per quanto ci pianga il cuore – che non possiamo accogliere tutti a braccia aperte. Non perché non vorremmo, ma perché non siamo in grado di farlo.

Edoardo Crisafulli

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Commenti all'articolo
  1. “Il problema è che gli obiettivi riformisti – crescita economica sana ed equilibrata, più democrazia, più equità sociale – sono difficilmente realizzabili in questo momento”.

    Ho enucleato questo concetto del testo per partire da qui verso una ulteriore considerazione, che non mi sembra stonata e fuori luogo.

    Ci troviamo oggi nel bel mezzo di una miriade di problemi apparentemente irrisolti, e da affrontarsi in tempi rapidi pena il rischio di non riuscire più a risollevare le sorti del Paese.

    Del senno di poi sono pieni i fossi ma, probabilmente, questa “ situazione incandescente”, per usare le parole dell’Autore, poteva essere in qualche modo evitata o mitigata se le criticità venivano affrontate per tempo, con piglio e decisione ma anche con gradualità, alla maniera riformista per intenderci, anziché dover sottostare a quei “proclami ideologici” che hanno imbalsamato il sistema, facendogli perdere efficienza e competitività, proclami che oggi sembrano essere “figli di nessuno” perché nessuno pare volersene assumere la paternità (quando noi sappiamo bene a chi sia da attribuire, e quale danno abbia arrecato).

    Orbene, se in questo momento la politica riformista è difficilmente realizzabile, perché siamo arrivati tardi e dobbiamo pertanto andare in fretta, onde recuperare il tempo perduto e non peggiorare oltre la nostra economia anche i riformisti sono chiamati a “schierarsi” e a prendere posizioni chiare, e a sostenerle, come altre volte è successo nel corso del novecento.

    Possono esservi per un riformista comprensibili riserve, sul piano etico e della coscienza, quando si affrontano questioni delicate, come giustappunto il tema immigrazione, ma non ci si può sottrarre dal “fare scelte dolorose” posto che “viviamo in tempi infelici”, sempre prendendo a prestito le parole dell’Autore, dai quali dobbiamo far tutto il possibile per uscirne, ben consapevoli che se la nostra economia affonda prevalgono giocoforza gli “egoismi” e resta poco spazio anche per quella solidarietà che vorremmo un po’ tutti praticare, o poter riprendere, nella misura che a ciascuno è consentita (principio, quest’ultimo, che vale per i singoli ma anche per lo Stato, se vuole “saltarci fuori”) .

    Paolo B. 25.09.2014

  2. Analisi più che giusta. Solo un appunto: se tutti pagassero le tasse ci sarebbero circa 180 miliardi in più all’anno nelle casse pubbliche, ci sarebbero più risorse per sanità, scuola, stato sociale, si potrebbe abbassare la pressione fiscale a tutti, tagliare solo gli sprechi (e non i servizi) e anche fare la giusta accoglienza. Saluti socialisti!

  3. Certo sig. Bravi! In Italia è facile evadere le tasse, chissà perchè non c’è la fila di imprenditori stranieri che vorrebbero fare impresa da noi, forse perchè metà delle più grandi imprese italiane hanno chiuso battenti o delocalizzato all’estero? Lei stima in 180 miliardi l’evasione fiscale in italia, allora probabilmente prima della crisi sfiorava i mille miliardi? Ma di cosa sta parlando? 40.000 posti di lavoro persi solo nell’ultimo mese e mi parla ancora di evasione fiscale? E’ evidente che lei non ha mai fatto impresa in italia e le consiglio di astenersi dal criticare quello che non può capire.
    Buonagiornata

  4. circa l’ultimo commento sull’evasione fiscale: c’è un elemento di verità. Allora: l’evasione fiscale è un problema storico italiano; ma è anche vero che, in questo momento, non circola contante. E le imprese non hanno accesso al credito. In questo momento, la lotta all’evasione fiscale bisogna farla con intelligenza. Distinguendo, appunto, fra imprese che creano lavoro ed evasori puri. Esempio: sappiamo che i gioiellieri e altre categorie di commercianti dichiarano, in media, cifre irrisorie. Se per un gioiellere è imperativo dover evadere le tasse per sopravvvivere, allora io chiedo che questo diritto, quello di evadere, venga esteso a tutti i lavoratori a busta paga e ai pensionati, che devono vivere con 1-1500 euro al mese. Detto questo, ripeto, dobbiamo sostenere le imprese garantendo loro sgravi fiscali. Il problema non sono le imprese (anzi: sono una risorsa), bensì altre categorie.

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