sabato, 23 giugno 2018
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Opinioni e commenti
 

Inps, è salito a 1.165,58 euro l’assegno Aspi 2014
Pubblicato il 25-09-2014


L’Assicurazione sociale per l’impiego (Aspi) è entrata in vigore nel 2013, in sostituzione dell’indennità di disoccupazione, e sarà pienamente operativa dal 2017, quando sostituirà anche la mobilità. In massima parte beneficiari dell’Aspi sono i lavoratori che hanno perduto il reddito da lavoro per disoccupazione involontaria (legge 92/2012, articolo 2, comma 4), compresi gli apprendisti e i soci lavoratori di cooperative. La stessa normativa descrive una eccezione alla involontarietà all’articolo 1, comma 40, che modificando la legge 604/66 sui licenziamenti individuali prevede che l’Aspi possa essere applicata anche ai casi di conciliazione presso la Dtl originata da un licenziamento per motivi oggettivi (risoluzione consensuale). Inoltre, non è escluso che possano rientrare anche le ipotesi di dimissioni per giusta causa.

Ciò che caratterizza l’Aspi è che il rapporto di lavoro sia definitivamente sciolto. Infatti, oltre all’Aspi, continua ad operare la cassa integrazione, ordinaria e straordinaria, il cui presupposto è che la prestazione lavorativa sia temporaneamente sospesa o ridotta per ragioni di mercato (ordini in calo ad esempio) o aziendali (ristrutturazione, crisi aziendale). In proposito, il provvedimento legislativo di riforma del lavoro aveva abolito in una prima versione il trattamento di cassa integrazione nell’ipotesi in cui, in una procedura concorsuale, non fosse stata disposta la continuazione dell’attività aziendale.

Poi, con modifica nel successivo decreto sviluppo, il trattamento di Cigs è stato, in via transitoria, reintrodotto, condizionandolo tuttavia a «prospettive di continuazione o di ripresa dell’attività e di salvaguardia, anche parziale, dei livelli di occupazione». Il diritto all’Aspi sorge quando ci siano almeno due anni di assicurazione e almeno un anno di contribuzione nei due anni che precedono l’inizio del periodo di disoccupazione. L’indennità viene calcolata sulla retribuzione media mensile degli ultimi due anni utile ai fini contributivi. La retribuzione contributiva è la somma di quelle voci per le quali sorge per il lavoratore il diritto all’accredito assicurativo. Una volta che siano note le retribuzioni contributive relative ai due anni precedenti, e dunque la retribuzione totale, si può calcolare la retribuzione media settimanale semplicemente dividendo la retribuzione totale per il numero di settimane contributive maturate nel biennio, corrispondenti in genere al numero di settimane di prestazione lavorativa.

Moltiplicando questo importo settimanale per 4,33, ossia per il numero medio di settimane in un mese (52/12),si ottiene la retribuzione media mensile, su cui si basa il calcolo dell’Aspi. Se questa retribuzione mensile non supera l’importo annualmente rivalutabile di 1.180 euro, l’Aspi è pari al 75% della retribuzione; al massimo quindi sarà di 885 euro, ossia il 75% di 1.180. Se la retribuzione base supera 1.180 euro, allora l’Aspi sarà data dalla somma dell’Aspi su 1.180 (885 come indicato) e del 25% di quanto eccede 1.180 (si veda a fianco). In ogni caso, l’Aspi non può superare l’importo della indennità straordinaria di cassa integrazione, che per il 2014 è di 1.152,90 euro, importo anche questo rivalutabile e ad euro 959,22 (quanto riferita al massimale più basso).

Queste regole di calcolo, descritte all’articolo 2, comma 7 della legge di riforma, danno luogo al trattamento iniziale dell’Aspi, soggetto a ridursi del 15% dopo sei mesi e di un ulteriore 15% dopo ancora sei mesi. Il trattamento iniziale dell’Aspi, così determinato, entra nel computo del contributo di cessazione del rapporto di lavoro, individuale e collettivo (fatta eccezione le dimissioni) indicato anche come contributo di licenziamento. Tale contributo, che è un importo versato una tantum all’Inps è a carico dei datori di lavoro e concorre a finanziare l’Aspi. Nell’ipotesi di licenziamento individuale, il contributo è pari alla metà del trattamento iniziale dell’Aspi per ogni 12 mesi di anzianità ed è conteggiato fino ad un massimo di 36 mesi. Quindi l’importo massimo è pari ad 1,5 volte il trattamento iniziale dell’Aspi. Dal 1 gennaio 2017, nei casi di licenziamento collettivo in cui la dichiarazione di eccedenza di personale non sia stata oggetto di accordi sindacali, il contributo in questione è corrisposto in misura pari al triplo.

Contributo di solidarietà: da calcolare sul maturato della pensione integrativa

La Corte di Cassazione con ordinanza n.18666, depositata in data 4 settembre, ha stabilito che il contributo di solidarietà dell’Inail, dovuto sia dagli ex dipendenti sia dai lavoratori ancora in servizio, è calcolato sul maturato della pensione integrativa. E’ stata pertanto accolto il ricorso dell’Inail: l’istituto era stato condannato a restituire a un pensionato le somme trattenute sulla retribuzione e si opponeva sostenendo che il contributo di solidarietà andava applicato non solo ai trattamenti pensionistici erogati agli ex dipendenti, ma anche ai trattamenti pensionistici solamente maturati. In base a quanto stabilito dall’art. 18, co 19, del DL 98/2011 «il contributo di solidarietà è dovuto sia dagli ex dipendenti sulle prestazioni integrative in godimento, sia dai lavoratori ancora in servizio e, in questo caso, è calcolato sul “maturato” della pensione integrativa al 30 settembre 1999 ed è trattenuto sulla retribuzione».

Importante da ricordare

Si definisce contributo di solidarietà quella quota di pensione richiesta dallo stesso ente previdenziale per finanziare la gestione del servizio in situazioni di disavanzo, dovuto ad esempio a un debito pensionistico.  Dal 1° gennaio 2012 e fino al 31 dicembre 2017 è istituito un contributo di solidarietà a carico dei pensionati delle gestioni previdenziali confluite nel Fondo pensioni lavoratori dipendenti e del Fondo di previdenza per il personale di volo dipendente da aziende di navigazione aerea.

La misura del contributo è fissata in rapporto al periodo di iscrizione antecedente l’armonizzazione conseguente alla legge 335/1995 e alla quota di pensione calcolata in base ai parametri più favorevoli rispetto al regime dell’assicurazione generale obbligatoria. Sono escluse dal contributo le pensioni di importo pari o inferiore a cinque volte il trattamento minimo, le pensioni e gli assegni di invalidità e le pensioni di inabilità.

Fisco, famiglie tartassate: ogni mese versano 1.277 euro

Famiglie italiane tartassate dal fisco. Su ognuna grava un carico medio annuo di quasi 15.330 euro. Tra l’Irpef e le relative addizionali locali, le ritenute, le accise, il bollo auto, il canone Rai, la tassa sui rifiuti, i contributi a carico del lavoratore, ogni nucleo famigliare versa all’Erario, alle Regioni e agli Enti locali mediamente 1.277 euro al mese: un importo che, praticamente, corrisponde allo stipendio medio percepito mensilmente da un impiegato. I conti li ha fatti l’Ufficio studi della Cgia che ha stimato il gettito di imposte, tasse, tributi e contributi previdenziali che le famiglie versano ogni anno allo Stato italiano. Nel 2013, grazie all’abolizione dell’Imu sulla prima casa, il prelievo medio annuo è sceso a 15.329 euro: ben 325 euro in meno rispetto a quanto corrisposto nel 2012.

Per l’anno in corso, purtroppo, il gettito è destinato ad aumentare ancora a causa dell’introduzione della Tasi e degli effetti legati all’innalzamento dell’aliquota Iva avvenuto nell’ottobre scorso. ”Pur essendo un Paese di tartassati – ha dichiarato il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi – i servizi che riceviamo dallo Stato spesso non sono all’altezza delle aspettative. Dalle infrastrutture alla sanità, dai trasporti all’istruzione, in molte regioni la qualità e la quantità di questi servizi è spesso inaccettabile”. Nonostante la restituzione degli 80 euro ai redditi più bassi, ha proseguito Bortolussi, “con un carico fiscale di questa portata sarà difficile rilanciare i consumi delle famiglie.

Il livello di arrabbiatura raggiunto nei confronti di un fisco sempre più aggressivo e pretenzioso, ha fatto scendere ai minimi storici la fiducia dei consumatori italiani. Con gli effetti della crisi che non accennano a diminuire e un erario sempre più esoso, i bilanci familiari rischiano di rimanere ancora in rosso, penalizzando anche quelli degli artigiani e dei piccoli commercianti che vivono quasi esclusivamente dei consumi del territorio in cui operano”. La montagna di tasse e contributi che grava sulle spalle degli italiani emerge in maniera altrettanto evidente quando si analizza la serie storica del cosiddetto Tax freeedom day. Sempre secondo i calcoli effettuati dall’Ufficio studi della Cgia, con una pressione fiscale che per il 2014 è destinata a toccare il record storico del 44 per cento, quest’anno i contribuenti italiani hanno lavorato per il fisco fino alla prima decade di giugno: precisamente l’11 giugno.

Ben 12 giorni in più di quanto avevano fatto nel 1995, quando, però, la pressione fiscale era inferiore di oltre 3 punti percentuali. ”Gli effetti legati alla rivalutazione delle rendite finanziarie, all’incremento dell’Iva, che nel 2014 si distribuisce su tutto l’arco dell’anno, all’introduzione della Tasi e, soprattutto, all’inasprimento fiscale che graverà sulle banche, compensano abbondantemente il taglio dell’Irap e gli 80 euro lasciati in busta paga ai lavoratori dipendenti con redditi medio bassi. Al netto delle modifiche che potrebbero essere introdotte nella nota di aggiornamento al Def che sarà presentata nelle prossime settimane, la stretta erariale di quest’anno è destinata a salire di 0,2 punti percentuali in confronto al livello raggiunto nel 2013”.

Carlo Pareto

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