domenica, 27 maggio 2018
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Opinioni e commenti
 

Investimenti ‘greenfield’,
un’opportunità da stimolare
Pubblicato il 26-09-2014


Investimenti-GreenfieldSia la teoria neoclassica della crescita, sia quella della crescita endogena hanno assunto a loro fondamento il ruolo propulsivo degli investimenti diretti esteri (IDE), considerati un fattore strategico per la crescita e lo sviluppo economico di un Paese; al tema, Sergio Mariotti e Marco Mutinelli hanno dedicato uno studio, apparso sul n. 2/2014 di “Economia e Politica Industriale”, col titolo “Investimenti diretti esteri greenfield in Italia, 1998-2012”.

Secondo la teoria neoclassica, gli investimenti diretti esteri concorrono all’aumento dell’accumulazione del capitale all’interno dei Paesi che li attraggono, rendendo la loro base produttiva più efficiente, attraverso il trasferimento di tecnologie avanzate; secondo la teoria della crescita endogena, invece, gli IDE sono il “vettore”, espresso dalle tecnologie avanzate, degli “spillover” (effetti positivi) sull’accumulazione di nuovo “know how” produttivo.

Considerati i loro effetti trainanti, sugli IDE sono stati effettuati, nell’ultimo quindicennio, numerosi studi empirici volti a verificare l’esistenza delle loro presunte “relazioni virtuose” con la crescita. Da questi studi non è sempre emersa l’esistenza di una correlazione positiva degli IDE con il fenomeno della crescita economica; nel complesso, sottolineano Mariotti e Mutinelli, solo il 43% delle regressioni ha evidenziato un coefficiente positivo e statisticamente significativo (cioè dotato di un adeguato grado di fiducia), mentre nel 40% dei casi è risultato non-significativo e nel 17% negativo e significativo.

L’“inconclusività” dei risultati degli studi empirici è dovuta, per i due ricercatori, soprattutto alla eterogeneità dell’aggregato IDE, nel senso non sono state considerate le due categorie di investimenti che lo compongono: gli investimenti “greenfield”, letteralmente “a prato verde”, nel senso di un loro impiego in nuove attività produttive, e quelli che sono stati impiegati per l’acquisizione, attraverso partecipazioni azionarie, del controllo proprietario da parte di imprese multinazionali di attività produttive preesistenti. Le due categorie di IDE, strutturalmente diverse, hanno impatti differenti sulla crescita economica: gli investimenti greenfield generano nuovi “asset”, mentre quelli che si traducono in partecipazioni azionarie concorrono a creare solo una modificazione nella struttura proprietaria degli “asset” già esistenti.

In altre parole, gli investimenti greenfield contribuiscono ad aumentare il capitale fisico, mentre le partecipazioni servono, di solito, ad aumentare la l’efficienza delle attività produttive partecipate. Per questo motivo, i governi dei Paesi che attraggono investimenti diretti esteri assumono atteggiamenti in genere favorevoli verso gli investimenti greenfield, ma di tendenziale chiusura verso l’assunzione di partecipazioni azionarie da parte delle multinazionali estere, per il timore che le decisioni manageriali di queste ultime possano causare perdite di posti di lavoro, di risorse locali e di sovranità nazionale su attività produttive considerate strategiche.

Con riferimento a tutti i “nuovi insediamenti produttivi e/o di R&S (anche limitrofi ad attività preesistenti, ma non corrispondenti al solo ampliamento di queste ultime)” che le imprese multinazionali estere hanno realizzato nei comparti dell’industria manifatturiera italiana nell’arco di tempo compreso tra il 1998 e il 2012, Mariotti e Mutinelli hanno stimato che gli investimenti greenfield hanno pesato sul totale per l’88,40%, mentre quelli in attività di R&S per l’11,60%. La caduta, nell’arco di tempo considerato, è stata marcata e la contrazione del numero delle iniziative è stata stimata pari al 68% circa del totale; la diminuzione degli investimenti greenfield non è stata diversa dalla diminuzione degli IDE complessivamente considerati, stimata pari al 66% del totale.

Secondo Mariotti e Mutinelli, l’andamento negativo degli IDE complessivi (quelli realizzati in nuovi asset e quelli realizzati in cambiamenti del controllo proprietario di asset preesistenti), piuttosto che derivare dalle propensioni delle multinazionali estere a preferire gli investimenti greenfield rispetto a quelli partecipativi in attività produttive già esistenti, è stato originato dal forte deterioramento dell’attrattività del Paese che, non solo la crisi attuale, ma anche il declino complessivo che ha caratterizzato l’evoluzione complessiva dell’economia nazionale a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale, hanno posto l’Italia “al margine dei grandi flussi mondiali di investimento”.

Altre caratteristiche degli investimenti greenfield effettuati in Italia ed evidenziate da Mariotti e Mutinelli, riguardano la provenienza: quelli che hanno avuto origine da “soggetti esteri con casa-madre in Europa” (UE 15) sono stati pari al 61,70% del totale, seguiti da quelli di soggetti con casa-madre negli USA (17,80%) e da quelli con casa-madre in Asia (8,10%), per lo più di origine giapponese, considerato che Cina e India hanno incominciato lo “shopping industriale” in Italia solo negli ultimi anni. Dal punto di vista della destinazione per comparto di produzione, Mariotti e Mutinelli hanno sottolineato come essi si siano orientati prevalentemente verso i comparti della filiera chimico-farmaceutica e verso quelli dei computer e dei prodotti elettronici ed ottici; infine, dal punto di vista della loro destinazione geografica, il totale degli IDE (in identica misura per nuovi asset e per partecipazioni azionarie in asset preesistenti) si sono localizzati prevalentemente nelle regioni del Nord-Est del Paese, meno in quelle del Centro e ancora meno nel Sud e nelle Isole.

Mariotti e Mutinelli concludono il loro articolo osservando che il quadro descrittivo della posizione dell’Italia rispetto agli IDE ed alle loro componenti principali dovrebbe suggerire “spunti e stimoli per le agende di lavoro sia dei ricercatori, che dei policy-maker”, risultando utili soprattutto a questi ultimi per formulare valide politiche pubbliche in funzione del tentativo di invertire il declino secolare dell’economia nazionale. Gli investimenti greenfield, infatti, dovrebbero meritare un’attenzione particolare, considerando che chi li effettua potrebbe svolgere una funzione suppletiva dell’imprenditorialità nazionale, cui il declino è in parte imputabile, essendo da tempo orientata a preferire le certezze della sua propensione a “catturare” rendite, piuttosto che a produrre profitti.

Gianfranco Sabattini

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