martedì, 21 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Isis, è sfida senza precedenti
Pubblicato il 09-09-2014


Isis-terroristiL’Italia, con altri nove Paesi della Nato nell’ultimo vertice che si è svolto a Newport, ha deciso di dare il suo contributo per combattere la minaccia dell’Isis di cui ha riferito il ministro degli interni Alfano in un’informativa alla Camera. Il terrorismo di matrice religiosa dell’Isis – ha spiegato – “veste anche abiti europei, lanciando una sfida senza precedenti alla sicurezza globale. L’Italia e Roma, come culla della cristianità, sono un obiettivo “non secondario” dell’Isis anche se al momento non ci sono “evidenze investigative di progettualità terroristiche nel nostro Paese”. Per i socialisti è intervenuta Pia Locatelli nel dibattito che ha fatto seguito alle parole del ministro.

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ISIS: il giallo dei finanziamenti e le dure condanne dal mondo Arabo

di Melissa Aglietti

Dura presa di posizione da parte delle potenze della Penisola Arabica, che criticano apertamente i metodi violenti dell’ISIS e mettono in guardia Europa e Usa riguardo a possibili attentati. Aspre condanne nei confronti di quella che è stata definita come “la forza terroristica più ricca al mondo” erano giunte anche dal Gran Mufti Abdul Aziz Al-Sheikh, la più alta autorità giuridica sunnita in Arabia Saudita, che aveva descritto il Califfato islamico come “il nemico numero uno dell’Islam”, in nessun modo legato alla fede islamica.

Un radicale cambio di rotta da parte degli Stati del Golfo Persico, accusati  dal governo sciita iracheno di essere fra i maggiori finanziatori dello Stato Islamico, che potrebbe danneggiare le casse dell’organizzazione. Dopo la rottura con Al-Qaeda, avvenuta nel 2013, l’ISIS ha continuato a crescere economicamente mediante donazioni private elargite dai ricchi sceicchi di Arabia Saudita, Qatar e Kuwait. Fra questi lo sceicco Hajaj al-Ajmi, accusato dal governo di Washington di aver finanziato l’ala siriana di Al-Qaeda.  In un discorso del 2012 (ancora disponibile sul web) circa le condizioni del popolo siriano, Ajmi esorta i suoi ascoltatori a fornire supporto economico a chi investe nella jihad e non alle organizzazioni umanitarie filo-occidentali. E questo costituisce solamente un esempio di come stati quali il Qatar, considerato uno dei principali alleati degli Stati Uniti nel mondo arabo, abbiano per anni raccolto fondi destinati al fondamentalismo islamico. I finanziamenti (del valore anche di centinaia di migliaia di dollari) sarebbero transitati illegalmente in Kuwait grazie alla mancanza di opportune norme anti-riciclaggio nel sistema bancario del Paese e ad una giurisdizione definita dagli stessi agenti statunitensi del Tesoro come “permissiva”. Se il contributo alla jihad costituisce un obbligo del Corano, l’instabile quadro politico del Medio Oriente e la perdita di credibilità degli Stati Uniti hanno certamente giocato un ruolo di primo piano nella fornitura dei finanziamenti. La crisi siriana ha radicato nei Paesi della Penisola Arabica la convinzione di poter raggiungere i propri obiettivi politici tramite i gruppi sunniti di opposizione al regime di Bashar al-Assad. A questo, si è poi aggiunta l’indignazione della Lega Araba nei confronti delle stragi perpetrate dall’esercito lealista, portando perfino alla nascita di false organizzazione umanitarie che avevano in realtà lo scopo di raccogliere fondi per lo Stato islamico.

Ma se i finanziamenti del Golfo hanno costituito la principale fonte di approvvigionamento economico di un ISIS ancora in fase di affermazione, oggi la politica economica dell’organizzazione terroristica punta all’auto-finanziamento. Adottando una metodologia simile ai racket di stampo mafioso, lo Stato islamico sta pericolosamente diventando sempre più autonomo rispetto a finanziamenti provenienti dall’esterno. Rapimenti, estorsioni, rapine, contrabbando e perfino vendita di opere d’arte le attività più redditizie, alle quali si aggiunge il controllo di quasi tutti i giacimenti di petrolio siriani (capaci di fornire dai 30.000 ai 70.000 barili al giorno) e di alcuni impianti in Iraq, settimo produttore al mondo secondo il blog Vox. Il commercio illegale dell’oro nero a prezzi stracciati in Iran, Kurdistan e Turchia frutterebbe all’organizzazione milioni di dollari al mese. Inoltre, il rovinoso disfacimento dell’esercito iracheno ha permesso all’ISIS di appropriarsi delle ricche città di Mosul e Tikrit, oltre di numerosi arsenali di armi pesanti di eredità statunitense, e di arrivare a minacciare Erbil, capitale della del Kurdistan iracheno, sede di decine di compagnie petrolifere occidentali, come ricorda il sito The intercept. Come se non bastasse, ulteriori introiti deriverebbero dalla tassazione delle popolazioni yazide e cristiane sottomesse.                                                                                                             Fondamentali, secondo indiscrezioni, sarebbero stati i rapporti con il regime di Assad. Damasco, nel disperato tentativo di rimanere a galla nel complesso quadro siriano, è accusato di aver trattato con i jihadisti, fornendo armi e elettricità in cambio di petrolio. Ma i militanti dell’ISIS non sono interessati a mantenere al potere Assad. Come ricorda il governatore iracheno della città di Tuz Khormato nel nord del paese, “ i militanti dell’ISIS vendono il petrolio a chiunque sia interessato”. “Necessitano di soldi per armi e munizioni”– aggiunge. E poi ci sono gli insospettabili: oggi i maggiori finanziamenti esterni sembrano provenire dai Paesi del Sud-est asiatico. Una politica economica quella dell’ISIS che si riflette nei suoi crescenti successi militari, e che sembra portare a risultati che la meno organizzata e violenta Al-Qaeda aveva soltanto potuto immaginare.
Melissa Aglietti

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L’intervento di Pia Locatelli

“Da sempre la religione è stata usata per giustificare i crimini più atroci. Nella storia c’è una lunga scia di sangue e di violenza a cui tutte le religioni hanno dato il loro contributo, giustificando ogni ignominia in nome del loro dio.

Oggi per terrorismo religioso si intende soprattutto il terrorismo islamico, con il rischio di includere in una generalizzata condanna l’islam moderato, che per fortuna è la assoluta maggioranza, ma anche quell’islam che, pur essendo fondamentalista nel credo, non mira allo scontro violento o all’imposizione del proprio credo.

Per questo motivo non dobbiamo parlare di terrorismo religioso, ma semplicemente di terrorismo.

Le azioni di quell’esercito criminale chiamato IS vanno oltre lo stesso terrorismo. Si tratta di pura macelleria perpetrata non contro un esercito, ma contro donne, bambini, giornalisti, cooperanti. Le immagini che vengono diffuse sono di un’atrocità tale da farne quasi sospettare l’autenticità.

Come combattere un nemico del genere con il quale non può esserci nessun dialogo e nessuna trattativa? Tra le tante risposte possibili, c’è quella economica. Così come è avvenuto per la lotta alla mafia, o al terrorismo, è necessario capire chi finanzia il Califfato, da dove arrivano i flussi finanziari che permettono loro di acquistare armi e fare nuovi adepti, e soprattutto a chi è venduto il petrolio di cui sono in possesso. Cosa quest’ultima non difficile da tracciare, visto che o si tratta di oleodotti o di autocisterne.

Si parla sempre più spesso del Qatar, ma anche di alcuni paesi dell’ex blocco sovietico, che avrebbero fornito gli armamenti. Tra questi anche paesi che fanno parte dell’Unione europea, secondo alcune fonti giornalistiche, ovviamente da verificare.

Sono questi i canali da ricercare e da chiudere e non, come sostengono alcuni colleghi,  quelli che consentono a migranti e profughi di fuggire da quell’orrore e da quella barbarie. Noi questi richiedenti asilo, questi migranti abbiamo il dovere di accoglierli”.

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