domenica, 27 maggio 2018
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Opinioni e commenti
 

Ius soli,
confrontiamoci senza tabù
Pubblicato il 17-09-2014


Roberto Saviano (“Così gli immigrati ci salveranno”, Espresso, 4.09.14), dice bene: è ora di applicare fino in fondo lo ius soli. Oggi lo straniero nato in Italia può richiedere la cittadinanza solo se nel nostro Paese ci è vissuto legalmente, e senza interruzioni, fino alla maggiore età (Legge 5 febbraio 1992 n. 91). Un compromesso ragionevole, fra chi vuole mantenere il sistema attuale e chi darebbe la cittadinanza al primo vagito, mi pare quella di anticipare i tempi. Io concederei la cittadinanza a tutti i bambini nati in Italia che hanno concluso la scuola elementare, purché l’abbiano frequentata dall’inizio alla fine. Oppure a tutti i ragazzi che hanno frequentato una scuola o una università italiana per cinque anni di fila. Toglierei l’obbligo della presenza continuativa in Italia, dalla nascita fino all’inizio del corso di studi.
Lo ius soli, regolato per bene, è un diritto di civiltà. La sinistra, unita, deve impegnarsi in questa battaglia. Sono certo che i conservatori più illuminati si unirebbero a noi. Battersi per lo ius soli è indice di intelligenza più che di buon cuore: “I diritti immettono nel circuito democratico energie nuove” (così Saviano). Decine di migliaia di bambini di origine araba, africana e asiatica siedono nei banchi di scuola a fianco dei nostri figli; presto avranno l’italiano come lingua madre, e un domani, si spera, lavoreranno in Italia – daranno manforte all’economia nazionale e l’ormai asfittica INPS, che stenta a pagare le nostre pensioni, riceverà una bella boccata d’ossigeno.
So far so good. C’è altro da dire, però. Navigando sul sito del Ministero degli Interni, il nostro sistema pare ben congegnato ed efficiente, almeno a livello della comunicazione. In tutta franchezza, poi, le norme italiane sulla cittadinanza non mi sembrano assurdamente restrittive in tutti i casi contemplati. Bisogna allargare le maglie in un solo caso: quello degli stranieri nati in Italia, appunto. In altri casi, sarebbe meglio restringerle. Io introdurrei, fra i requisiti per la cittadinanza, il possesso di una certificazione linguistica-culturale, concepita appositamente per i nuovi immigrati (e calibrata sul livello B2 del Framework europeo). Una discreta padronanza della lingua italiana – unita alla conoscenza di qualche ‘pillola’ culturale e di educazione civica – è essenziale per integrarsi in Italia. Mi pare lapalissiano. È un buonismo falsamente caritatevole quello che relega gli immigrati in un ghetto linguistico. Un cittadino a pieno titolo deve conoscere a fondo il Paese in cui vive.
Dobbiamo porre anche il tema scabroso dell’alfabetizzazione democratica, per chi proviene da culture in cui i diritti civili e di libertà non esistono. Scabroso perché temiamo, sbagliando, di ledere i diritti alla diversità culturale. Il multiculturalismo, nella sua versione più ragionevole, è una gran cosa, ci arricchisce. Nelle varianti estreme, produce una serie di comunità-monadi estranee e indifferenti le une alle altre. Così non si rafforza la comunità democratica. Integrazione significa accettare le regole e i doveri di una liberal-democrazia qual è l’Italia. E implica il diritto-dovere di parlar bene la lingua del Paese che ti accoglie. In realtà, lo Stato garantisce già corsi di lingua italiana per gli immigrati, a costi contenuti o gratuiti. Ma sono poco frequentati. Ovvio che sia così: non c’è l’incentivo.
Non credo che questa mia proposta passerebbe: piacerebbe, forse, al popolo della sinistra; non agli intellettuali-Soloni che vogliono rappresentarlo. Per costoro, ogni paletto è visto come una discriminazione che confligge con l’ideale di un’accoglienza incondizionata.

Edoardo Crisafulli
dal blog della Fondazione Nenni

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Commenti all'articolo
  1. L’argomento è robusto e complesso, e richiede certamente più spazio, anche perché il riassumerlo può ingenerare equivoci, ma tento comunque di esprimere un concetto di fondo, quale semplice cittadino, non più giovane, che ha visto trasformarsi profondamente il tessuto sociale del proprio Paese, e ne ha preso ovviamente atto, ma continua a credere nel primato (non supremazia) della cultura autoctona di una Nazione, la nostra come qualunque altra, e resta pertanto legato al sistema di principi e valori di un tempo, che ne connotavano “anima” e identità, come da quanto mi risulta succede in molte parti del mondo.

    Con questa premessa sono poi dell’avviso che solamente un Paese con una forte e decisa impronta identitaria possa aprirsi a chi viene da fuori (sempreché ovviamente il fenomeno non divenga incontrollabile) senza il timore che la “contaminazione” culturale arrivi a snaturarlo, anzi con la possibilità di tradurla in un arricchimento, e in questo modo va a realizzarsi una reciproca e graduale integrazione.

    Ma ciò si verifica per solito nei Paesi “conservatori”, intesi per quelli che hanno saputo mantenere in maniera convinta e salda, e senza lasciarsi sedurre dalle sirene del “nichilismo”, i propri costumi e le proprie tradizioni, civiche e anche religiose, quelle via via tramandate nel corso delle generazioni, e non mi sembra che sia il caso nostro, stando almeno a quanto accaduto negli ultimi decenni, ma potrei anche sbagliarmi.

    Senza una robusta identità del Paese ricevente pavento che il multiculturalismo possa provocare attriti e tensioni, e possa alla fine impoverire un po’ tutti, e se per noi è divenuto una necessità perché darà “manforte all’economia nazionale” la quale ne “riceverà una bella boccata d’ossigeno”, per usare le parole dell’Autore – ed in effetti il nostro Paese sembra attraversare una fase di declino, in parte forsanche per nostra responsabilità – andrei comunque piano a parlare di “grande opportunità” come affermano i suoi sostenitori, e anzi userei ancora cautela e prudenza per il bene comune (cioè per noi di casa e per chi viene da noi). Non si tratta di avere dei “tabù” ma, almeno io credo, di guardare il problema nella sua interezza, senza naturalmente ritenere di essere nel giusto.

    Paolo B. 17.09.2014

  2. ringrazio per il commento. certo, il tema è complesso. bisogna affrontarlo senza isterismi. credo che le posizioni alla Fallaci (legittime, non da demonizzare) siano controproducenti. Comunque: verissimo che il multiculturalismo, per funzionare, deve inserirsi in un paese con identià, e ben strutturato. Ma io credo che l’identità su cui pigiare non dev’essere quella ”cristiana”, ma quella ”pagana” del pluralismo, dlel’illuminismo, della democrazia liberale, dello Stato laico: chi viene da noi è integrabile se accetta le regole del gioco e i principi della nostra civiltà. la religione deve rimanare un fatto privato, anche se ovviamente è giusto che la religione abbia anche spazi pubblici. intendo dire che non dobbiamo affrontare la questione in termini religiosi, ma politici, nella tradizione del socialismo liberale. la mia bussola sono gli scritti di Luciano Pellicani.

  3. Credo che per le moderne democrazie, in particolare quelle europee visto che apparteniamo a questa parte del pianeta, l’identità di un Paese possa essere considerata alla stregua dei confini nazionali, nel senso ad un certo punto della rispettiva storia va fatto il “punto zero”, occorre cioè prendere atto dell’ assetto territoriale
    esistente al momento dato, senza volerlo rimettere più in discussione, salvo reciproche intese coi confinanti, perché diversamente ricadremmo nel clima conflittuale che ha segnato per secoli i rapporti fra gli Stati, e che per l’Europa dovrebbe essersi concluso col secondo conflitto mondiale

    Mi sembra possa dirsi altrettanto per la nostra identità nazionale, anch’essa passata attraverso tante ostilità, e che è sorta pure dai Concordati tra Stato e Chiesa, ossia i Patti Lateranensi del 1929 e la revisione del 1984, e che ormai dovrebbe costituire uno dei valori consolidati e inamovibili della nostra società.

    Dico dovrebbe perché temo che il nostro spirito identitario non sia tanto saldo e radicato da poter reggere anche il confronto col multiculturalismo, e ciò potrebbe pure dipendere dal fatto che una parte del Paese non ne è mai stata molto convinta (per paura di essere tacciata di conservatorismo, rispetto alle posizioni più “avanzate” e progressiste).

    E’ vero che taluni valori possono anche apparire troppo “statici”, e in essi può esservi pure qualcosa di retorico, ma ho l’impressione che al fuori dal perimetro dei valori vi sia una sorta di “vuoto” che mette a rischio la tenuta di una società, e può trascinarla verso una perenne “instabilità” perché viene a mancare ogni ancoraggio.

    E’ un po’ come se, per liberarci di un passato ingombrante e scomodo, si abbattessero i vecchi edifici che ce lo ricordano, semmai per sostituirli con altri di tipo più moderno e “neutro”. Potremmo anche averne dei vantaggi, ad esempio sul piano tecnologico e urbanistico, ma si trasformerebbe il volto di quel quartiere rendendolo irriconoscibile, e omologabile di fatto a tanti altri, il che è l’opposto della identità.

    L’argomento è come già dicevo di grossa portata, e lungi da me la pretesa di essere nel giusto, ma anche su questi temi difficili c’è il diritto-dovere di avere un’opinione.

    Paolo B. 19.9.2014

  4. grazie Paolo. Sono certamente d’accordo sul fatto che abbiamo bisogno di valori. Nella sinistra c’è molto nichilismo, relativismo, e questo non è un bene. Io credo però, e qui mi ripeto, che l’identità che noi dobbiamo far valere è quella dell’illuminismo, dei valori laici, non quella cristiana-religiosa, che, per carità, è fondamentale, ma rischia di posri sullo stesso piano delle altre culture per cui la relgione è l’alfa e l’omega. Ovvio che gli islamici devono rispettare la cultura cristiana. Ma a me preme che imparino a convivere con noi, e noi a convivere con loro, sulla base di valori comuni: la democrazia liberale, lo Stato laico, l’idea di diritti e doveri.

    cari saluti,

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