mercoledì, 22 agosto 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Job act. Di Lello: sì, ma non per scardinare l’articolo 18
Pubblicato il 19-09-2014


Lavoro Prima MaggioIl job act di Matteo Renzi va avanti. La Commissione Lavoro del Senato ha approvato la delega lavoro e il Job act approderà martedì in aula. Il voto favorevole arriva all’indomani della presentazione dell’emendamento che introduce il contratto unico di lavoro a tutele crescenti. L’obiettivo del governo è arrivare a un’approvazione delle legge delega da parte del Parlamento entro la fine di ottobre per poi poter iniziare a scrivere i decreti delegati che dovrebbero completare la riforma avviata a marzo per la prossima primavera.

Anche gli otto componenti del Pd in Commissione Lavoro al Senato hanno votato sì alla delega sul lavoro. Invece Sel e 5 Stelle hanno abbandonato i lavori della Commissione mentre i parlamentari di Forza Italia si sono astenuti. E mentre il ministro del lavoro Giuliano Poletti si è detto davvero “soddisfatto per l’approvazione della delega, giunta a conclusione di un lavoro efficace e positivo della Commissione Lavoro del Senato che ha consentito di apportare miglioramenti su punti significativi del provvedimento”, nel Pd non sono mancate le tensioni per un provvedimento che ha fatto venire tanti mal di pancia nel partito. Mal di pancia evidenti tanto che il presidente Matteo Orfini ha commentato polemicamente che “i titoli del job act sono condivisibili. Lo svolgimento meno: ne discuteremo in direzione, ma servono correzioni importanti al testo”.

Anche l’ex segretario Pd Luigi Bersani non è stato tenero: “È assolutamente indispensabile che il governo dica al Parlamento cosa intende fare nel decreto delegato sul lavoro, perché si parla di cose serie. Io mi ritengo una persona di sinistra liberale – ha affermato – penso ci sia assoluta necessità di modernizzare le regole del lavoro dal lato dei contratti e dei servizi. Ma leggo oggi sui giornali, come attribuite al governo, delle intenzioni ai miei occhi surreali. In alcuni casi si descrive un’Italia come vista da Marte”. Per Marco Di Lello, capogruppo del Psi alla Camera, “l’approvazione in Senato del job act è una buona notizia per l’Italia e toglie argomenti alle polemiche sulla scarsa produttività del Parlamento. Nel merito – ha aggiunto Di Lello – apprezziamo la proposta di ‘tutele crescenti’ a condizione che non la si usi come grimaldello per scardinare le garanzie dell’art 18, figlie della cultura socialista, utili oggi più di quaranta anni fa”.
Pippo Civati, è intervenuto lanciando un’idea. Già ieri aveva detto che su alcuni aspetti della riforma del mercato del lavoro come l’articolo 18 si fa molto rumore per nulla mentre sul lavoro c’è molto da discutere. E oggi ha rilanciato proponendo un referendum interno al Pd sull’articolo 18: “Vediamo le carte – ha scritto sul suo blog – verifichiamo per una volta l’orientamento dei nostri elettori non sulle persone, come il segretario-premier chiede spesso di fare (l’ultima volta quando si trattava di digerire Juncker), ma sulle cose da fare. Andiamo a chiedere alla nostra famosa base (senza paura, giusto?) cosa pensa dell’articolo 18”. Ha poi aggiunto: “Abbiamo anche una proposta alternativa di riforma del lavoro: una che non preveda di scannarsi sui diritti dei lavoratori, che cambi davvero le cose e che anche questa si potrebbe approvare domani mattina, accontentando chi proprio sul lavoro ci chiede di fare in fretta, non solo l’Europa, ma anche chi l’emergenza la vive in prima persona perché il lavoro non ce l’ha”.

Intanto i partiti si preparano. Ieri sera si è svolta una riunione dei parlamentari della
minoranza del Pd membri delle commissioni Affari costituzionali di Camera e Senato. Presenti Pier Luigi Bersani e Gianni Cuperlo. Nell’incontro, convocato per fare il punto sull’iter parlamentare della riforma costituzionale e della legge elettorale, sono state riepilogate le modifiche necessarie ai due testi. Ed è stata sottolineata la necessità di farli marciare in parallelo, per garantire coerenza al sistema.

E mentre si scalda il dibattito si apprende che la procura di Genova ha indagato Tiziano Renzi, padre del presidente del Consiglio Matteo, per bancarotta fraudolenta. Una indagine che era stata aperta tempo fa e riguarderebbe il fallimento di una società di distribuzione di giornali. “E poi dicono che in Italia gli orologi non funzionano”, ha commentato su twitter Fabrizio Cicchitto.

Redazione Avanti!

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento