sabato, 19 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

La casa di via Palestro:
ricordi e identità italiane
Pubblicato il 01-09-2014


La-casa-di-via-PalestroIdealmente il libro “La casa di via Palestro” forma un trittico omoaffettivo con i due lavori precedenti: “Zamel” e “Il servo di Byron”. Se nel primo, sorta di docufiction, l’autore analizzava la condizione dell’omosessualità nelle sue varie declinazioni tra romanzo e denuncia sociale, e nel libro successivo la dipendenza tra il poeta del Manfred e il suo servo, qui ci troviamo di fronte ai ricordi di Franco Buffoni che crea un mélange in cui ormai è maestro: “Mi attraggono la leggerezza – e persino la banalità e la stupidità – delle nostre scelte calate nei racconti e nelle storie. Talvolta nella Storia. Indipendentemente dal genere letterario”.

Con questo testo Buffoni dà una definizione precisa del suo operato e criticamente pone le basi per una categoria che potrebbe essere applicata anche ad alcuni autori del passato, come Lalla Romano: “dopotutto che altro ho fatto in questo libro se non cercare di ricostruire una verità fattuale dentro la verità emotiva dei ricordi…” Siamo dalle parti di Proust, e non solo.

Ma di cosa parla “La casa di via Palestro”? Tramite brevi racconti, che in realtà costituiscono, atipicamente, dei capitoli di un romanzo breve, Buffoni ripercorre la storia sua, personale, di autodeterminazione e di identità, attraverso quella della sua famiglia e dell’universo di Gallarate dalla fondazione della “Casa del Popolo” e successivamente dall’avvento del fascismo sino agli anni Sessanta e Settanta, dipingendo l’Italia di allora come di oggi.

Al centro di tutto, il paese, una casa, quella che dà il titolo all’opera, un teatro fondato nel 1920 dalle associazioni operaie e oggetto di un attacco fascista due anni dopo, divenuto sede della Società pugilistica di Gallarate. E in mezzo la vita, la madre e i suoi amori abbozzati, i padri mancati del poeta, le famiglie ebree e fasciste del luogo, esistenze scandite dal dover essere e dalle convenzioni di matrice cattolica. Tutto ciò viene dipinto attraverso una tensione emotiva e una vis ironica, prettamente lombarde e, in primis, la precoce sensibilità laica, che contraddistingue il poeta fino ai nostri giorni.

E ancora lo scontro col padre, con la religione imposta che permea tutto il testo, un logos che è un dialogo costante di destrutturazione di false morali. Vi è anche e soprattutto il ricordo, la memoria, che salva ogni cosa, della collina dei padri gesuiti e l’amata zia, suora carmelitana, la stessa che compare nella raccolta “Suora carmelitana”, contraltare poetico di questa ultima fatica.

Vi è un’umanità composita e spietata, un’Italia di allora poco lontana da questa nostra, un affresco impietoso e giusto di quello che eravamo e siamo. Una battaglia, quella di Buffoni, civile e fondamentale condotta con sarcasmo e intelligenza di cuore: “Io appresi della guerra, del fascismo e dei lager mentre combattevo/subivo (prima subivo, poi combattevo) la mia guerra privata e d’identità come omosessuale. Fu – quella privata guerra – il mio strumento essenziale di conoscenza del mondo”.

Andrea Breda Minello

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