lunedì, 18 giugno 2018
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Opinioni e commenti
 

I nuovi equilibri tra le
aree valutarie mondiali
Pubblicato il 03-09-2014


Valute mondoLa Cina accusa gli Stati Uniti di destabilizzare l’area asiatica del Pacifico, per via della sua crescente presenza militare. Gli USA, al contrario, affermano che le loro iniziative sono finalizzate a realizzare una ristrutturazione delle loro relazioni internazionali, in funzione dei cambiamenti, non solo economici, intervenuti in gran parte dei Paesi dell’area del Pacifico; le loro iniziative, pertanto, non devono essere considerate in alcun modo rivolte contro la Cina.

La polemica tra USA e Cina va tuttavia inquadrata nel più ampio dibattito riferito alla nuova “dottrina strategica” dell’amministrazione Obama, denominata “Pivot to Asia” (Impegno per l’Asia); questa ha come scopo il progressivo riallineamento della presenza degli USA nella vasta area del mondo che va dal Medio Oriente all’Asia, in funzione della tutela dei propri interessi politici ed economici. Ma quali sono i reali motivi che “surriscaldano” i rapporti tra le due sponde del Pacifico, da spingere gli USA a spostare il focus della loro attenzione dal Medioriente all’estremo Oriente?

Se si considera che i rapporti economici tra USA e Cina sono cresciuti esponenzialmente dall’inizio degli anni Settanta, dopo l’avvio della “Ping Pong Diplomacy”, che ha segnato l’inizio della distensione nelle relazioni tra Stati Uniti e Cina e che ha aperto la via al Presidente americano Richard Nixon per la sua visita in Cina nel 1972; e se si considera anche che gli Usa hanno favorito l’ingresso della Cina a fare parte dell’”Organizzazione Mondiale del Commercio” (WTO), i “buoni rapporti” tra USA e Cina possono a ragione essere considerarsi la “variabile strategica” sulla quale il potente Paese asiatico ha fondato la propria strategia per realizzare il suo “grande balzo in avanti” sulla scena mondiale.

Ciò può valere a giustificare la pretesa degli USA di intensificare la propria maggiore attenzione nei confronti dello scacchiere asiatico come loro urgenza di lasciarsi alle spalle le vetuste “dottrine” del passato e di superare, in particolare, quella angusta e di basso profilo dell’era Bush, incentrata prevalentemente sul Medio Oriente e sulla guerra al terrorismo di Al Qaeda, a scapito di una più responsabile attenzione verso l’Asia, tesa ad intessere più forti rapporti strategici di mutuo vantaggio con i propri alleati storici, come Giappone, Taiwan e Australia, con alleati più recenti, come Vietnam e Indonesia, e con la sempre più vicina India.

Tutte queste iniziative, però, sono considerate dalla Cina azioni finalizzate al suo contenimento, o quantomeno a limitare la propria libertà di manovra nei confronti dei propri vicini. Negli ultimi tempi in realtà, la Cina ha offerto più di un’occasione per indurre molti Paesi asiatici a considerare le sue iniziative destabilizzanti e aggressive, sino ad indurli a considerare per loro conveniente il rinnovato interesse strategico americano per il Sud-Est asiatico. Ciò in considerazione del fatto che gli USA costituiscono oggi l’unica potenza economica e militare in grado di contrastare eventuali minacce da parte di Pechino; questa ragione giustifica anche perché, nella fase attuale, la maggioranza dei paesi limitrofi alla Cina preme affinché Washington mantenga e intensifichi il suo impegno ad essere attivamente presente nell’area.

Per i motivi esposti, considerare la dottrina americana “Pivot to Asia” esclusivamente rivolta al controllo della Cina è una lettura semplicistica e riduttiva della politica americana nell’area del Pacifico, che limita la comprensione effettiva delle più generali ragioni del maggiore interesse che l’Estremo Oriente riveste oggi per gli USA rispetto ad altri scacchieri mondiali. L’intera area è una regione vastissima, eterogenea nella sua composizione etnica ed identitaria, che presenta sfide politiche ed economiche di forte interesse strategico per Washington, indipendentemente da ogni possibile valutazione che di tale interesse può essere compiuta da Pechino.

Questioni, quali la proliferazione nucleare nella penisola coreana e il controllo della sicurezza delle rotte marittime nel Mar Cinese Meridionale sono di una rilevanza primaria per la preservazione degli interessi economici e strategici, non solo degli Stati Uniti, ma di tutti i Paesi e di tutte le aree economiche integrate nel mercato mondiale. La dottrina “Pivot to Asia” deve perciò essere considerata la decisione più recente e articolata di rispondere a quelle sfide e il definitivo segnale che gli USA vogliono continuare ad essere uno degli attori centrali nello scacchiere estremo-orientale.

Entro questa logica deve essere ricondotto l’interesse che l’America ha per la conclusione dei negoziati relativi alla firma del “Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) (Trattato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti) e del “Trans-Pacific Partnership (TPP) (Trattato Transpacifico per il libero commercio); entrambi i trattati, ancora in corso di negoziazione, sono finalizzati a realizzare delle aree di libero scambio tra i Paesi firmatari. Il primo dovrebbe integrare sul piano commerciale e degli investimenti i Paesi dell’Unione europea e gli Stati Uniti d’America, mentre il secondo dovrebbe integrare, sempre sul piano commerciale e degli investimenti, dodici Paesi insistenti sull’area del Pacifico (Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malaysia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Vietnam e Stati Uniti).

I due trattati hanno assunto un significato particolare, soprattutto dopo che Vladimir Putin, in conseguenza delle sanzioni occidentali adottate contro la Russia dopo l’annessione da parte di Mosca della Crimea, ha firmato con Pechino consistenti contratti di fornitura di risorse energetiche. Secondo molti osservatori occidentali, l’accorso russo-cinese è stato concluso alle condizioni economiche volute da Pechino e la Russia di Putin è stata costretta ad accettare il prezzo imposto dalla sua controparte cinese, non solo per annullare o compensare le conseguenze delle sanzioni dei Paesi occidentali, ma anche per fare fronte alle sue difficoltà interne, espresse soprattutto, oltre che dal fatto d’essere un Paese quasi totalmente dipendente dal esportazioni di risorse energetiche, da una corruzione endemica incontrollabile e dal non essere uno Stato di diritto; fatti, questi, che hanno sempre frustrato l’aspirazione della Russia, dopo il crollo dell’URSS, ad integrarsi nelle aree valutarie dell’occidente (dollaro ed euro), per poter trasformare la propria moneta, il rublo, in un possibile fondo di riserva di valore per gli investitori esteri al riparo da ogni pericolo.

John C. Hulsman, membro permanente del “Council on Foreign Realations” (Consiglio sulle Relazioni Estere) per un organismo statunitense che partecipa alla definizione della politica estera degli USA, nell’articolo “E’ in Asia che l’America si gioca il primato mondiale”, apparso sul n. 8/2014 di “Limes”, sostiene che l’accorso che Mosca ha concluso con la Cina sulle forniture energetiche indica solo che “una Russia all’angolo, in declino ma ancora importante” è stata costretta dalle sanzioni occidentali a scegliere di voltare le spalle all’Occidente e di accettare il ruolo di junior partner di una Cina in ascesa.

Dato il peso che i due grandi paesi euroasiatici rivestono, se la svolta segnata dall’accordo russo-cinese dovesse consolidarsi, secondo Hulsman, i Paesi occidentali ad economia di mercato e garanti dei diritti propri degli Stati democratici dovranno adattarsi di vivere in un mondo molto diverso rispetto a quello sinora esistito. Ciò che, per Hulsman stupisce è la posizione della Germania, che, a causa dei suoi momentanei interessi per il mercato cinese, manca di valutare le possibili conseguenze negative dei potenziali mutamenti che l’accorso russo-cinese può rappresentare sul piano dei rapporti tra le diverse aree valutarie del mondo, manifestando una sostanziale estraneità ai problemi strategici di natura geopolitica per la cura dei quali sarebbe opportuno una sua più interessata partecipazione.

La partecipazione sarebbe oltremodo opportuna, non solo perché la Germania si trova ad essere partner egemone all’interno dell’area valutaria europea dagli incerti destini, ma anche perché, così operando, essa risulta di fatto leader di un’Europa che conta sempre meno nel mondo e che, “concentrando quasi tutta la sua attenzione sulla crisi esistenziale che attanaglia il continente europeo” dallo scoppio delle crisi del 2007/2008, manifesta di aver deciso con noncuranza al possibile ruolo di “braccio destro” critico che potrebbe svolgere nei confronti degli USA nel momento in cui questi ultimi sono impegnati nel ribilaciamento dei rapporti tra le nuove aree valutarie che tendono ad emergere nel mondo economicamente sempre più globalizzato.

Un impegno più partecipato e responsabile della Germania nella stabilizzazione dei rapporti tra le nuove possibili aree valutarie potrebbe prendere corpo soprattutto se essa decidesse di svolgere un ruolo proporzionale al suo peso economico, quasi a somiglianza di una “divisione del lavoro” strategico-diplomatico, affiancando gli USA nel portare a conclusione le trattative per i trattati TTIP e TPP, in modo utile a consentire alle due potenze economiche occidentali decisioni e comportamenti aconflittuali in funzione della responsabilità che compete loro in virtù appunto della loro forza economica, considerando che sono gli intereressi economici a determinare la necessità di riproporre su nuove basi i rapporti internazionali tra le diverse aree valutarie esistenti o in via di formazione.

Il senso di responsabilità internazionale degli USA e della Germania dovrebbe essere rinforzato dalla consapevolezza che, così come gli USA possono fare affidamento sul fatto che la Cina non sarà tanto disposta “a sacrificare i suoi traguardi economici per sottrarre all’America la leadership in Asia orientale”, a scapito della sua ascesa economica, ugualmente gli altri partner della Germania dell’Unione Europea non saranno tanto disposti a rinunciare ai possibili vantaggi che possono ricavare da una Berlino impegnata, non a “bacchettare” i Paesi poco virtuosi nella gestione dei loro conti pubblici, ma propensa ad assumersi il peso della responsabilità necessaria per garantire condizioni di governance vantaggiose per un mondo sempre più interdipendente, ma rispettoso dei diritti civili e politici; fatto ques’ultimo non del tutto indipendente dalle possibilità future di crescita e sviluppo in presenza di condizioni di stabilità, di pace e di certezze per tutti.

Gianfranco Sabattini

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