mercoledì, 15 agosto 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

LA GRANA DELL’ISIS
Pubblicato il 08-09-2014


ISIS-terroristi

Sarà il ministro degli Interni, Angelino Alfano, a riferire alla Camera domani alle 15 (martedì 9 settembre) sul tema “del terrorismo internazionale di matrice religiosa”. Seguiranno gli interventi delle altre forze politiche (per il PSI, l’on. Pia Locatelli) e subito dopo il ministro replicherà al Senato (alle 18). Il tema è tornato, purtroppo, di scottante attualità per l’offensiva dell’Isis, accompagna da violenze terrificanti contro civili innocenti e ostaggi occidentali.

Il tutto in nome di una visione religiosa dell’oltranzismo sunnita, che non solo nega la libertà di credere diversamente, ma persegue lo sterminio di chiunque osi mettere in discussione la loro visione dell’Islam. Nemici mortali e dichiarati sono così, non solo i non-credenti e i credenti in religioni differenti, ma anche i musulmani sciiti e quelli sunniti moderati.

Nato agli inizi del secolo con un deciso riferimento all’Iraq (Mesopotamia), ha più volte cambiato nome e per un certo tempo ci si è riferito ad esso, per la sua alleanza con Osama Bin Laden, come ‘Al Qaeda in Iraq’. Dal 2013, in seguito all’esplosione della rivolta contro Assad cui ha partecipato attivamente ha preso il nome di Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, conosciuto anche come Stato Islamico dell’Iraq e di al-Sham, abbreviato in ISIS o ISIL, dove la ‘s’ deriva dalla parola araba Shām, con riferimento al ‘Levante’ o meglio alla ‘Grande Siria’.

Condannato da tutti, senza praticamente eccezioni, l’Isis continua a generare forti preoccupazioni nella stragrande maggioranza dei Paesi mediorientali, in gran parte dell’Africa, dell’Asia, in Europa e negli Usa. È sufficiente dare un’occhiata alla cartina di questo ipotetico ‘Califfato’ per avere la misura delle smisurate ambizioni di questo movimento terroristico. A differenza di al Qaeda, l’Isis raccoglie movimenti radicali differenti, con gruppi e gruppuscoli di diversi Paesi, sotto le sue bandiere nere con lo scopo dichiarato di distruggere l’ordine politico, sociale ed economico esistente nell’area e imporre un autonominato Califfo nella persona di Abu Bakr al-Baghdadi, sostanzialmente promettendo in cambio a tutti gli aderenti la vittoria nei rispettivi Paesi.

Fino a oggi l’Isis ha goduto di appoggi dichiarati e non, finanziato da regimi che hanno immaginato di utilizzarlo a loro vantaggio. Oggi, a detta degli USA, si conosce anche il nome di alcuni di essi come il fund raiser per la Siria, Hajaj al-Ajmi, uno sceicco del Qatar. Questo emirato ha una lunga storia di aiuti, sotto diverse forme, armi comprese, ai talebani in Afghanistan, ad Hamas a Gaza, alle milizie libiche e ai Fratelli Musulmani in diversi Paesi dell’area. Ma ‘donatori’ del terrorismo si trovano anche in altri Paesi della regione, come l’Arabia Saudita. Anche chi compra il greggio a prezzi scontati (30/40 dollari al barile anziché 100) dall’Isis che controlla pozzi di petrolio in Siria e Iraq, finisce per finanziare, consapevolmente, il terrorismo internazionale.

Allora, così come è avvenuto per la lotta alla mafia, seguire il cammino dei soldi, chiudere le vene che portano le indispensabili risorse ai terroristi con la bandiera nera, si rivela come il sistema migliore e alla lunga forse il più efficace per eliminare il problema alla radice.

*   *   *

Ma ora tutti prendono le distanze

di Melissa Aglietti

Dura presa di posizione da parte dei governi della Penisola Arabica, che criticano apertamente i metodi violenti dell’ISIS e mettono in guardia Europa e Usa riguardo a possibili attentati. Aspre condanne nei confronti di quella che è stata definita come “la forza terroristica più ricca al mondo” erano giunte anche dal Gran Mufti Abdul Aziz Al-Sheikh, la più alta autorità giuridica sunnita in Arabia Saudita, che aveva descritto il Califfato islamico come “il nemico numero uno dell’Islam”, in nessun modo legato alla fede islamica.

Abu Bakr al-Baghdadi

Abu Bakr al-Baghdadi

Un radicale cambio di rotta da parte degli Stati del Golfo Persico, accusati dal governo sciita iracheno di essere fra i maggiori finanziatori dello Stato Islamico, che potrebbe danneggiare le casse dell’organizzazione. Dopo la rottura con Al-Qaeda, avvenuta nel 2013, l’ISIS ha continuato a crescere economicamente mediante donazioni private provenienti da Arabia Saudita e Qatar. I finanziamenti (del valore anche di centinaia di migliaia di dollari) sarebbero transitati illegalmente in Kuwait grazie alla mancanza di opportune norme anti-riciclaggio nel sistema bancario del Paese.

Se il contributo alla jihad costituisce un obbligo del Corano, l’instabile quadro politico del Medio Oriente e la perdita di credibilità degli Stati Uniti hanno certamente giocato un ruolo di primo piano nella fornitura dei finanziamenti. La crisi siriana ha radicato nei Paesi della Penisola Arabica la convinzione di poter raggiungere i propri obiettivi politici tramite i gruppi sunniti di opposizione al regime di Bashar al-Assad. A questo, si è poi aggiunta l’indignazione della Lega Araba nei confronti delle stragi perpetrate dall’esercito lealista, portando perfino alla nascita di false organizzazioni umanitarie che avevano in realtà lo scopo di raccogliere fondi per lo Stato islamico.

Ma se i finanziamenti del Golfo hanno costituito la principale fonte di approvvigionamento economico di un ISIS ancora in fase di affermazione, oggi la politica economica dell’organizzazione terroristica punta all’auto-finanziamento. Adottando una metodologia simile ai racket di stampo mafioso, lo Stato islamico sta pericolosamente diventando sempre più autonomo rispetto a finanziamenti provenienti dall’esterno. Rapimenti, estorsioni, rapine, contrabbando e perfino vendita di opere d’arte le attività più redditizie, alle quali si aggiunge il controllo di quasi tutti i giacimenti di petrolio siriani e di alcuni impianti in Iraq.

Inoltre, il rovinoso disfacimento dell’esercito iracheno ha permesso all’ISIS di appropriarsi delle ricche città di Mosul e Tikrit, oltre di numerosi arsenali di armi pesanti di eredità statunitense. Come se non bastasse, ulteriori introiti deriverebbero dalla tassazione delle popolazioni sottomesse. Fondamentali, secondo indiscrezioni, sarebbero stati i rapporti con il regime di Assad. Damasco, nel disperato tentativo di rimanere a galla nel complesso quadro siriano, è accusato di aver trattato con i jihadisti, fornendo armi e elettricità in cambio di petrolio. E poi ci sono gli insospettabili: oggi i maggiori finanziamenti esterni sembrano provenire dai Paesi del Sud-est asiatico. Una politica economica quella dell’ISIS che si riflette nei suoi crescenti successi militari, e che sembra portare a risultati che la meno organizzata Al-Qaeda aveva soltanto potuto immaginare.

Melissa Aglietti

 

Per saperne di più:
AD Analisi Difesa – Da al-Qaeda all’Isis. l’eredità di Bin Laden sigla per sigla
NY Times – Qatar’s Support of Islamists Alienates Allies Near and Far – di David Kirkpatrick

 

 

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento