domenica, 20 maggio 2018
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Opinioni e commenti
 

La rivoluzione degli ombrelli incombe su Pechino
Pubblicato il 29-09-2014


Umbrella-revolutionNon ci saranno ombrelli che tengano, se si scatena la tempesta da Hong Kong ne sarà investita in pieno anche Pechino, una delle maggiori sfide politiche per la Cina dalla rivolta di piazza Tienanmen di 25 anni fa. I manifestanti per la democrazia continuano a presidiare il centro di Hong Kong, uno dei maggiori hub finanziari mondiali, resistendo ai lanci di lacrimogeni e alle cariche della polizia.
Tutto è partito nel più pacifico dei modi, dal referendum del 20 giugno, un referendum informale, quando, dopo dieci anni in cui Pechino continuava a promettere riforme democratiche, concesse a Hong Kong di procedere con le votazioni per la carica di un proprio esecutivo. Ma le autorità cinesi esclusero la partecipazione di candidati nominati dai cittadini, affidando invece la scelta dei contendenti a una commissione ristretta di 1.200 personalità leali alla Cina, da lì i primi tumulti e proteste e la nascita di un comitato per libere elezioni #OccupyCentral (dal nome del distretto finanziario) che annunciò subito battaglia e in una dichiarazione sostenne di non avere “altra scelta” se non quella di impegnarsi nella disobbedienza civile.

Detto fatto: nelle ultime 48 ore decine di migliaia di manifestanti, per la maggior parte studenti, hanno bloccato il centro finanziario protestando e chiedendo a Pechino una democrazia piena, con la libertà di eleggere i candidati alle elezioni. Una protesta immensa che ha visto notti di scontri tra manifestanti e Polizia in tenuta antisommossa che ha ricorso all’uso massiccio di lacrimogeni, al punto che le nuvole bianche dei lacrimogeni hanno circondato i centri commerciali e alcuni dei grattacieli.

Su internet le agitazioni di Hong Kong sono state chiamate Umbrella Revolution, in riferimento agli ombrelli utilizzati dai manifestanti per proteggersi dallo spray al peperoncino.

Nonostante gli scontri e l’annuncio da parte cinese di non essere intenzionati a concedere libere elezioni, i manifestanti non hanno lasciato le strade e hanno dormito ai bordi delle vie.

La protesta sta facendo breccia nel mondo del lavoro: mille operatori sociali, membri della “Confederazione dei sindacati” (organizzazione che ha aderito a Occupy), sono andati al Politecnico per solidarizzare con gli studenti. Secondo un comunicato sciopereranno fino a quando il movimento non otterrà il suo scopo. Intanto, i dipendenti pubblici che lavorano nella sede del governo ad Admiralty (vicino all’area Central) hanno ricevuto una mail che dice loro di tornare a casa, fatto che può essere interpretato come una misura precauzionale in vista di possibili nuovi scontri nelle prossime ore. Non solo, anche il mondo finanziario è corso ai ripari, oggi circa 17 banche hanno annunciato la chiusura fino a nuovo avviso di 29 filiali situate nelle zone calde delle proteste.Ciò nonostante l’autorità monetaria di Hong Kong ha assicurato un’iniezione di liquidità affinché il prestito interbancario continui inalterato.

La borsa ha aperto in calo e a perdere sono soprattutto le azioni di un settore che tradizionalmente fa da padrone a Hong Kong, l’immobiliare.
Per quanto il mondo occidentale stia cercando di ignorare i fatti a Hong Kong l’esito economico e sociale delle proteste è arrivato al punto che Usa e Regno Unito hanno espresso preoccupazione per la situazione, ma Hua Chunying, portavoce del ministero degli Esteri cinese ha redarguito le “altre nazioni straniere” nel restare fuori dagli affari di Hong Kong, perché si tratta di un affare interno della Cina. “Hong Kong è la Hong Kong cinese, una regione amministrativa speciale della Cina, e gli affari di Hong Kong sono in tutto e per tutto affari interni della Cina”.

Ma la Cina adesso può solo correre ai ripari, lo stesso Parlamento del distretto di Hong Kong (solitamente agli ordini cinesi) sta reagendo, l’opposizione chiede le dimissioni di Leung Chun-ying (a capo del Governo) mentre il Governo continua a sostenere che la situazione è sotto controllo.

Se la situazione precipiterà, l’assioma “un Paese, due sistemi” sarà valido per Hong Kong quanto per Pechino, entrambi sotto lo stesso ombrello e sotto lo stesso cielo.

Maria Teresa Olivieri

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