martedì, 25 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

La società “addomesticata”
dei Convivialisti
Pubblicato il 05-09-2014


Convivialismo, presunta alternativa alla società utilitaristica

 

Gianfranco Sabattini

 

Un gruppo di intellettuali appartenenti a centri di ricerca di ogni parte del mondo ha redatto e sottoscritto un “Manifesto convivialista”, per rilanciare e rafforzare la proposta di superare i guasti che l’ideologia del neoliberismo senza regole ha provocato e continua a provocare sul piano sociale nelle società capitalistiche; col “Manifesto”, i convivialisti intendono promuovere “l’arte di vivere insieme (con-vivere)”, per valorizzare la relazione e la cooperazione intersoggettive e motivare gli uomini a prendersi cura degli altri e della natura, utilizzando nella comunicazione intersoggettiva il “noi” piuttosto che l’”io”.

Secondo i sottoscrittori del “Manifesto”, l’uomo non è stato sempre motivato da considerazioni economiche, in quanto sarebbe stato originariamente plasmato all’interno di un’economia non strutturata dal mercato, ma dalla reciprocità, con cui erano correntemente soddisfatti gli stati di bisogno. L’economia obbediva alla logica del dono e del contro-dono, formalizzata da Marcel Mauss e da Alain Caillé; stando a questa logica, l’atto del donare non si limitava a configurare un passaggio di beni o servizi da un soggetto ad un altro, ma coinvolgeva la totalità degli elementi valoriali che caratterizzavano l’intero sistema sociale e tutti i suoi singoli componenti; è solo con l’economia moderna, in quanto economia di mercato, che tali elementi si sono separati dalla comunità e da coloro che la compongono.

Per questo motivo, i convivialisti auspicano una rottura con i postulati deterministici e razionalistici dell’ideologia del liberismo, in quanto causa di una concezione antropologica appiattita sull’utilitarismo. Poiché il soggetto egoista razionale è il paradigma fondante dell’utilitarismo generalizzato, l’individualismo metodologico, secondo la prospettiva di analisi critica dei convivialisti, è stato assunto come epistemologia di riferimento, non solo della teoria economica, ma anche di tutte le scienze sociali, in particolare di quelle che hanno ad oggetto lo studio delle dimensioni antropologiche dell’uomo. In tal modo, il soggetto egoista razionale è divenuto l’unica dimensione dell’uomo in grado di consentirgli di valutare e di definire ciò che è “buono” e, quindi, “utile” per lui, indipendentemente dal giudizio degli altri; mentre il mercato è divenuto l’arbitro esclusivo di ciò che è soggettivamente desiderabile e il contesto all’interno del quale può essere acquistato col denaro ciò che è soggettivamente desiderabile.

In contrasto con l’utilitarismo, inteso come razionalità onnicomprensiva dell’uomo, i convivialisti valutano urgente la necessità di elaborare una concezione anti-utilitaristica dell’esistenza; con ciò essi non negano la legittimità della ricchezza e della felicità personale che con essa è possibile acquisire, ma considerano auspicabili anche altri valori e passioni in grado di spingere l’uomo nella direzione di un benessere più partecipato dell’intera società. Si ha qui quello che i convivialisti chiamano “postulato dell’interdipendenza” strutturale delle emozioni, delle passioni e dei sentimenti umani; postulato che mette in discussione la figura utilitaristica dell’homo oeconomicus.

Per superare la logica dell’uomo economico, però, occorre prospettare un disegno organizzativo della società che possa fare a meno dell’ideologia utilitaristica. Il fatto che questo tipo di organizzazione sociale non sia mai stato proposto e non sia mai stato assunto in termini di progetto politico compiuto fa sì che il discorso sull’uscita dalla società utilitaristica assuma inevitabilmente la forma negativa del disorientamento e del senso di impotenza e di impossibilità a realizzare quel progetto. Ciò comporta che l’urgenza del superamento della logica dell’uomo economico e dell’organizzazione sociale che gli è propria, al cui interno il valore della razionalità economica, dell’efficienza e della competitività sono dominanti, non viene avvertita, o quantomeno viene avvertita assai flebilmente. In conseguenza di ciò, la logica dell’uomo economico e dell’ideologia del liberismo continuerà a permeare di sé l’intera società e a connotare le dimensioni antropologiche dell’uomo.

Tuttavia, l’esperienza critica dei convivialisti, per quanto insufficiente, non può essere abbandonata, in quanto, se ciò accadesse, sarebbe smarrita ogni aspirazione a una desiderabile società alternativa a quella propriamente utilitaristica e ad accettare la logica che la sottende come logica naturale immodificabile. I convivialisti, perciò, accanto alla critica all’ideologia utilitaristica, dovranno anche approfondire il loro discorso sulla via della definizione del modello di società da essi preconizzato e, nello stesso tempo, procedere sulla via della individuazione delle procedure utili alla sua attuazione e a descrivere delle modalità del suo funzionamento; tenendo conto del vincolo che il modo in cui le procedure potranno essere individuate non potrà che essere il risultato di una volontà politica la più larga possibile che dovrà riflettere la maniera in cui tutti i componenti del sistema sociale intenderanno sé stessi in rapporto alle loro aspirazioni esistenziali, più eque sul piano economico e più sicure sul piano ambientale.

La critica dei convivialisti alla società utilitaristica, quindi, dovrà essere formulata come negazione positiva, nel senso che, pur fondata sull’individuazione degli effetti socialmente disgreganti dell’economia di mercato, essa dovrà però riconoscere che l’economia di mercato, ovunque è stata introdotta, ha contribuito ad emancipare gli uomini dal bisogno. Il senso della critica dei convivialisti dovrà anche riconoscere che all’interno della società utilitaristica è stato possibile, attraverso la regolazione e il controllo del mercato, “addomesticare” gli “animal spirit” dei comportamenti economici senza regole, e garantire, nella seconda metà del XIX secolo, l’emancipazione degli individui in tutti i campi in cui la logica del mercato li aveva privati delle proprie possibilità di autonomia e di sviluppo.

Lo Stato sociale, in ogni caso, non ha concorso a costruire una società così come la intendono i convivialisti, per cui non ha concorso a realizzare una società alternativa a quella utilitaristica; con lo Stato sociale sono state introdotte regolazioni del mercato che sono valse a costringere la società da esso plasmata a funzionare entro ambiti più ristretti e meno dannosi. Le costrizioni, però, hanno concorso solo a rimediare, nell’interesse della logica del mercato, ai guasti della decomposizione sociale; ciò perché lo Stato sociale, con la sua regolazione costrittiva del mercato è divenuto il “cane da guardia” della società utilitaristica, che ha consentito di difenderla da sé stessa nell’interesse di tutti.

Stando così le cose, si potrà parlare di una società alternativa a quella utilitaristica quando l’attuale organizzazione della società sarà trasformata, non attraverso costrizioni, ma attraverso l’introduzione di nuovi paradigmi organizzativi delle forme di produzione e di scambio, conformi alle aspirazioni soggettive di tutti a realizzare condizioni esistenziali più eque sul piano distributivo e più sicure sul piano ambientale. Ciò sarà reso possibile se il modello di società alternativo a quello della società utilitaristica sarà pensato ed attuato, non come sistema economico e sociale “addomesticato”, ma, al contrario, come sistema economico e sociale idoneo a ridurre il “dominio” che la società utilitaristica ha sinora esercitato sopra ogni aspetto della vita sociale e a consentire agli individui di vivere una vita meno condizionata dall’esistenza di squilibri distributivi e di pericoli ambientali.

Gianfranco Sabattini

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