domenica, 21 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Lady Pesc e le ambizioni Usa in Europa
Pubblicato il 06-09-2014


Poco più di un mese fa, il sottoscritto sosteneva che la candidatura della Mogherini avesse pochissime possibilità di essere accolta. E per due ragioni. Perché era stata presentata pubblicamente e in modo ultimativo, in un ambiente dove tutto è parlato. E, in secondo luogo, perché non apriva alcun dibattito sulla politica estera dell’Unione.

Detto in altro modo: o la candidatura del nostro attuale ministro degli esteri era un obbiettivo in sé, ma allora andava gestita in modo riservato. Nel caso, invece, fosse funzionale – a prescindere dal suo esito – ad un riesame del ruolo e degli obbiettivi della politica estera europea, le ragioni che imponevano questo riesame andavano enunciate con chiarezza.
Aggiungo ora che, sia nell’uno che nell’altro caso, la proposta non era affatto pretestuosa. Perché la Mogherini è persona seria e competente e soprattutto perché esprime – sullo scacchiere russo come su quello mediorientale – una visione che l’Europa avrebbe tutto l’interesse a fare propria.
E però il nostro scenario non teneva conto di un dato fondamentale, del fattore R; insomma del modo in cui il nostro Presidente del Consiglio fa e concepisce la politica.
Per dirla in sintesi, Renzi è l’“uomo del qui e dell’ora”. Cè una battaglia e la si vince. C’è un obbiettivo immediato e lo si raggiunge. Combattendo, con tutti i mezzi, allo scoperto, anzi sotto gli occhi della folla ed esibendo lo scalpo del nemico sconfitto e irriso. Ma a questo risultato si sacrifica tutto il resto: il disegno complessivo, il futuro, la spesso tragica complessità dei problemi, gli effetti collaterali delle proprie scelte. Un universo immenso e gravido di pericoli che è totalmente assente dallo schermo.
Così in Italia. Così anche in Europa.
Qui Renzi ha vinto la sua battaglia. Usando tutti i mezzi a propria disposizione: la necessità di “rispettare l’Italia”, il fatto che il Pd, con il suo 41% fosse diventato punta avanzata e legittimo rappresentante del movimento socialista europeo e, da ultimo l’autopromozione e “interlocutore speciale” della Merkel.
Ma a quale prezzo? E in quale contesto?
Il prezzo è sotto gli occhi di tutti. Al posto di una socialista, la Ashton, un’altra. La prima svolgeva con garbo il ruolo di ambasciatore itinerante dell’Unione. La seconda vorrebbe dirigerne la politica estera e, quindi, contribuire in modo significativo alla definizione della politica europea in generale. Programma ottimo e condivisibile ma, come diceva De Gaulle, “vasto”. Ma, a fronte di questo, come corrispettivo di questo, due esponenti di centro-destra alla guida dell’Ue e della Commissione.
Era così anche cinque anni fa, ma con i Popolari con circa ottanta seggi più dei socialisti; oggi, con uno scarto ridotto a circa venti seggi, i loro rappresentanti sono, ad un tempo, più forti e, politicamente parlando, più assertivi. Lo è, molto probabilmente, Juncker; lo è, sicuramente, il polacco Tusk, perfetto interprete della “Europa baltica”, questa volta in un’ottica antirussa. In quanto, poi, alla politica economica, il ruolo di Moscovici sarà fatalmente indebolito non solo dalla crisi della leadership francese, ma anche dalla presenza al suo fianco di agguerriti guardiani dell’ortodossia.
Per venire poi al contesto, Tusk non arriva certo solo. Ad accompagnarlo, il vociare irresponsabile della stampa, delle cancellerie e degli stessi dirigenti Nato. Si riparla di “mondo libero”; si prospettano spedizioni militari a soccorso dell’Ucraina minacciata da novelli Hitler orientali; si evoca il 1939; si invoca l’entrata di Kiev nella Nato; si auspicano, contro i nuovi barbari, cortine, questa volta di cemento (Poroshenko dixit) e, in un conflitto tra due gangster politici, di cui la popolazione dell’Ucraina orientale paga inascoltata da tutti, tutti i prezzi, si continua irresponsabilmente ad alimentare il fuoco, trastullandosi con le sanzioni di cui, qui e oggi, è l’Europa a pagare le conseguenze.
Unirsi per difendere il mondo libero dalla minaccia di una nuova guerra mondiale. Su questi fondamenti e contro questi pericoli rinacque l’Europa occidentale dopo la seconda guerra mondiale; scelta avallata dai suoi cittadini.
Riproporre oggi questi temi è, insieme, una farsa e un inganno. Nessun pericolo di guerra; nessuna crociata all’orizzonte. L’obbiettivo da raggiungere è molto più modesto ma, insieme, molto più discutibile. Si vuole ricompattare l’Europa intorno alla leadership americana: politicamente con la rinuncia ad una politica estera indipendente; economicamente con la sostituzione degli Usa alla Russia nel rifornimento di materie prime e con la totale liberalizzazione degli scambi transatlantici, militarmente con il rilancio della Nato e la sua avanzata sino alle frontiere dell’Urss. Obbiettivi legittimi, ma a condizione di discuterne apertamente. Il che, proprio non è.
Sappiamo, comunque, che questa non è la linea della Mogherini. Né del nostro ministero degli esteri. Speriamo, quindi, che la sua posizione venga allo scoperto. E che sia difesa da chi di dovere. A partire dalla scelta del nuovo ministro.
Alberto Benzoni

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Commenti all'articolo
  1. Analisi puntuale e stimolante. Pericoli di un aggravamento dei problemi dell’Ucraina e soprattutto dei comportamenti di Putin nella forzatura dei confini, sono reali e guai a sottovalutarli. Le sanzioni sono il percorso per favorire il difficile lavoro diplomatico per evitare il fuoco delle armi. Insieme ci sono i costi che l’Europa dovrà sostenere per conto dell’Ucraina. Importante è la scadenza delle prossime Elezioni di ottobre se si faranno o meno anche nella zona contesa dai ribelli a Doneisk e contorni.

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