mercoledì, 23 maggio 2018
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Opinioni e commenti
 

L’art.18 e il teatro dell’assurdo
Pubblicato il 30-09-2014


Appare davvero surreale, degno del “Teatro dell’assurdo” di Samuel Beckett, il dibattito sull’art. 18.

Il premier Renzi, che afferma l’esigenza di non discriminare i lavoratori senza “tutela reale”, la reintegrazione in caso di licenziamento illegittimo, e per questo sostiene un’operazione di riforma dei diritti per sottrazione: si tolgano a quelli che c’è l’hanno per parificarli a chi ne è privo!

L’opposizione interna al Pd, con Bersani, sostiene che la proposta del governo deve essere modificata e per questo rilancia, paradossalmente, il modello degli economisti Tito Boeri e Pietro Garibaldi, notoriamente sostenitori del “liberismo a sinistra”, che, in verità, non è molto diverso da quello del giuslavorista-senatore montiano ex-comunista Pietro Ichino: il contratto a protezione crescente, in cui le attuali tutele, differenziate a seconda del limite dimensionale di 15 dipendenti, vengono applicate dopo 3 anni. Non si capisce quale sia la differenza con la proposta Renzi-Ichino, anzi, qualcuno nell’opposizione del Pd sostiene che si potrebbe portare il periodo di non applicazione delle tutele contro i licenziamenti ingiustificati a 6 anni: già, come diceva Keynes “nel lungo periodo saremo tutti morti!”.

La leader della Cgil, a fronte dell’incertezza e sovente della confusione delle altre due confederazioni, Susanna Camusso, avverte che se sull’art. 18 Renzi interverrà per decreto-legge, “sarà sciopero generale”. Minaccia che appare poco credibile, un po’ come la maschera di legno da leone del ciabattino di Shakespeare, visto che i sindacati non hanno scioperato neanche dopo la sciagurata riforma-Fornero delle pensioni del governo-Monti.

La stampa poi, aggiunge sovente confusione. È il caso dell’ultimo editoriale su “Repubblica” di Eugenio Scalfari, che afferma, senza conoscere i profili giuslavoristici connessi, che con la riforma-Fornero non esiste più la tutela contro i licenziamenti illegittimi, ma solo quelli per discriminazione. Scalfari, come molti giornalisti, dovrebbe documentarsi, evitando affermazioni infondate, poiché la riforma voluta dal governo-Monti ha depotenziato, ma non abolito la reintegra nei casi di licenziamenti illegittimi. Per inciso, però, bisogna dire che il fondatore del quotidiano di Carlo De Benedetti nello stesso articolo, sembra colto da resipiscenza verso la storia socialista, alla quale, peraltro, è debitore di una elezione al Parlamento nel 1968. Scalfari riconosce al ministro del Lavoro socialista Brodolini di avere voluto lo Statuto dei diritti del lavoratori e alla cultura liberalsocialista di Eugenio Colorni, Ernesto Rossi e Altiero Spinelli di essere alla base dell’europeismo. Coraggio Scalfari, prima o poi arriverà, finalmente, a riconoscere i meriti di Craxi e del “Nuovo corso socialista”!

Certo, a proposito dell’art. 18, laicamente vanno dette due cose.

La prima: non è pensabile che per fronteggiare la drammatica crisi in atto, fondata sull’accoppiata recessione/deflazione, si debbano attendere, quasi messianicamente, le annunciate le misure di intervento della Banca centrale europea, e la possibile “concessione” della flessibilità sul rapporto deficit/pil solo dopo il varo di riforme, rivolte a colpire, ancora una volta, il ceto medio e le classi più deboli in Italia.

Questo sembra essere il portato dell’annunciata riforma del mercato del lavoro del governo Renzi, che dovrà esibire lo “scalpo” all’Unione europea e a Mario Draghi dell’art. 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori.

La seconda: l’art. 18 non può essere un tabù. Soprattutto i socialisti lo sanno bene, visto che, come ricordò a suo tempo un grande maestro del diritto del lavoro come Gino Giugni (con il quale chi scrive ha avuto il privilegio di collaborare sul piano accademico e su quello politico), il disegno di legge originario predisposto dal governo Rumor, su forte iniziativa del ministro del Lavoro socialista Giacomo Brodolini ed elaborato proprio da Giugni, prevedeva la reintegrazione sul posto di lavoro solo nei casi di licenziamento discriminatorio; fu in parlamento, nel mutato clima sociale dell’epoca segnato dall’affermarsi del potere operaio delle confederazioni sindacali, dopo l’autunno caldo nel 1969, che avvenne l’estensione della reintegra a tutti i lavoratori in unità produttive con più di 15 dipendenti.

Il Psi ha presentato al Senato con il segretario Riccardo Nencini una proposta di buon senso. Si tratta di un’ipotesi complessiva per l’introduzione in Italia, all’interno di un Welfare State rinnovato di tipo promozionale e non assistenziale, della flexiecurity, il modello di tutele sociali, che ha in Scandinavia il paradigma ma che è diffuso in forme varie nel resto d’Europa, in grado di assicurare sostegno al reddito in caso di disoccupazione, in sinergia con percorsi virtuosi di formazione-riqualificazione professionale e di reinserimento al lavoro. Un esempio: in Italia i senza-lavoro che percepiscono un’indennità di sostegno al reddito non arrivano al 20%, in Francia il 75%, in Germania l’80% e nei Paesi scandinavi la totalità, tranne i casi di rifiuto a passare dalla condizione di disoccupati all’immissione in azienda.

E per ciò che riguarda l’art. 18, la sua applicazione nel disegno di legge socialista avverrebbe dopo un periodo di prova pari ad un anno, statuito per legge con la riforma dell’art. 2096 del codice civile, in cui il datore di lavoro potrebbe licenziare liberamente, tranne i casi di discriminazione, se dovesse ritenere il lavoratore non funzionale alla propria azienda.

Senza una profonda innovazione del nostro sistema di ammortizzatori sociali fondati su cassa integrazione e mobilità solo per chi perde l’occupazione, la povertà nel nostro Paese, purtroppo, non potrà che salire, mentre continueranno a scendere potere d’acquisto e, quindi, i consumi e con essi produzione e competitività, a fronte di un sistema economico che continua a pretendere tasse “svedesi” a fronte di salari “greci”.

Non si comprende perché l’attenuazione delle tutele per il lavoro dipendente possa costituire un incentivo all’occupazione. La crisi sociale conseguente alla recessione globale non si fronteggia sul terreno dell’affievolimento dei diritti sociali nella regolazione dei rapporti di lavoro individuali, ma predisponendo strumenti moderni di garanzie collettive uguali per tutti.

D’altronde, anche alcune importanti organizzazioni tecnocratiche un tempo esclusivamente sostenitrici della mondializzazione finanziaria e della deregulation nel campo dei rapporti di lavoro, si pensi al Fondo Monetario Internazionale e all’Ocse, hanno di recente evidenziato che il problema per le economie più avanzate per ciò che attiene la mancata crescita, è la scarsa domanda aggregata, mancano in buona sostanza investimenti e consumi, senza i quali non si crea nuova occupazione, che, quindi, non dipende da maggiore flessibilità e conseguente precarizzazione sociale.

Maurizio Ballistreri

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Commenti all'articolo
  1. Spero di sbagliarmi, ma credo che Renzi non abbia risposte concrete e lungimiranti…e la butta sullo scontro per farsi bello agli occhi dei tecnocrati europei. Il ministro dell’economia accenna (finalmente) all’evasione fiscale, ma Renzi non lo fa mai, perché? Saluti socialisti!

  2. “La crisi sociale conseguente alla recessione globale non si fronteggia sul terreno dell’affievolimento dei diritti sociali nella regolazione dei rapporti di lavoro individuali, ma predisponendo strumenti moderni di garanzie collettive uguali per tutti.” Questa sacrosantissima verità – che deve poi concretizzarsi in politiche di reale flexicurity – si scontra, però, con la crisi finanziaria in cui si trovano i datori di lavoro. La flexicurity richiede di essere adeguatamente finanziata: non solo dallo stato, ma anche, ovviamente, dai datori di lavoro. I quali, però, non hanno la liquidità necessaria per sostenere il sistema di sicurezza sociale: la creazione della materia dal nulla è argomento per teologi e fisici quantistici, mentre per imprese e professionisti la materia (il denaro) dal nulla non si crea e può uscire soltanto se prima è entrata. Con le banche che non concedono più credito ed i clienti morosi, finisce per risultare difficile riuscire a sostenere la flexicurity. Bene, quindi (anzi: benissimo), la nostra proposta sulla flexicurity, ma dovremmo anche portare avanti una seria riforma del sistema bancario, che separi nettamente le banche d’investimento dalle banche commerciali, in modo che ognuna faccia il proprio mestiere: le banche d’investimento facciano finanza con i capitali raccolti; le banche commerciali utilizzino i capitali raccolti per erogare credito ad imprese, professionisti e famiglie. Altrimenti, non ci saranno risorse né per fare gli investimenti necessari alla ripresa, né per sostenere il necessario sistema di sicurezza sociale.

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