giovedì, 16 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

L’Art.18 per non parlare
delle cose serie
Pubblicato il 08-09-2014


A valle del Forum Ambrosetti, leggendo i giornali italiani ed esteri, si assiste ad una campagna mediatica che più o meno suona così: l’economia italiana va male, occorre agire con urgenza (l’urgenza è un elemento immancabile), la soluzione è la riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Il Ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi non lo esclude in un’intervista sul Messaggero, dove parla della necessità di una rivalutazione di tutto lo Statuto dei Lavoratori. Sulla stessa linea il Ministro delle Finanze Pier Carlo Padoan che, dalle pagine del Financial Times, si aspetta una accelerazione del dibattito sulla riforma del mercato del lavoro. Lo stesso Ministro riconosce poi che gli ultimi dati sul calo dell’economia italiana, meno 0,2% nel secondo trimestre 2014, hanno sorpreso persino lui. Di qui l’urgenza di approvare le riforme. Non si sottrae al dibattito Giuliano Poletti, Ministro del Lavoro, che, a margine dell’inaugurazione nel bresciano di un nuovo stabilimento in cui si produrrà rubinetteria, dichiara che l’Italia guarda al modello tedesco, non a quello americano, confermando quanto aveva annunciato il premier Renzi nei giorni scorsi. E cogliamo qui l’occasione per ricordare che il modello tedesco prevede forme di cogestione con il coinvolgimento dei lavoratori nella governance aziendale.

Dinanzi a questo disco rotto, che peraltro ha la sfumatura di un déjà-vu, vengono in mente due considerazioni, una di forma e l’altra di merito, sempre che sia possibile separare i due piani.

Primo, tutti gli attori citati non sono membri eletti del Parlamento: Renzi, Padoan, Poletti e Guidi non sono stati eletti dai cittadini italiani in elezioni politiche. Si dirà che con la legge elettorale precedente, ovvero il Porcellum, poco sarebbe cambiato, visto che non vi sarebbe stata la possibilità da parte dei cittadini di esprimere le preferenze. Ma permetteteci almeno di replicare che, con le modifiche imposte al Porcellum dalla Corte Costituzionale, se non interverrà una nuova legge elettorale, e sempre che i predetti Ministri si candidino, avremo la possibilità di riscontrarlo in futuro.

Secondo: è mai possibile che quando si dibatta sui mali dell’economia italiana si atterri sempre e solo sulla necessità di riforma dello Statuto dei Lavoratori e in particolare dell’articolo 18, che, peraltro, coinvolge principalmente i lavoratori dipendenti del settore privato. È davvero questa la panacea di tutti i mali?

È mai possibile che privando il lavoratore del diritto a non essere licenziato senza una giusta causa, si risolvano i problemi italiani? Forse l’idea della nostra classe dirigente è inseguire la Cina? Diciamo Cina, e non USA, perché gli imprenditori italiani vorrebbero massima flessibilità e minimo costo; e nel mondo anglosassone la flessibilità si paga …

Battere sempre sullo stesso tasto, indica forse mancanza di visione da parte della nostra classe dirigente?

Perché non si arriva mai a fare quanto sarebbe davvero necessario per far ripartire l’Italia? Parliamo ad esempio dell’inefficienza della giustizia. Stando al rapporto Doing Business 2013 della Banca Mondiale, in Italia occorrono 1.210 giorni per concludere una controversia commerciale tra due imprese, a fronte dei 331 impiegati in Francia e dei 394 impiegati in Germania. Secondo la Banca d’Italia il malfunzionamento della giustizia civile costa l’1% del Prodotto Interno Lordo. Sulla giustizia, dunque, possiamo dire di essere al passo con l’Occidente?

È mai possibile che non si ritenga prioritario affrontare il problema dell’evasione fiscale, che sottrae all’erario una quantità elevata di gettito e aggrava il prelievo sui contribuenti onesti, oltre a generare condizioni di concorrenza sleale tra le imprese? L’economia sommersa, in base alle ultime stime, vale in Italia tra il 17% ed il 21% del PIL, ovvero oltre 300 miliardi di Euro. Basterebbe farne emergere la metà e tassarla, per avere risorse notevoli da impiegare nella nostra economia. A questo proposito perché non incentivare seriamente i pagamenti con moneta elettronica?

Possibile poi che non ci si renda conto che, prima di immolarsi sull’articolo 18, occorrerebbe tagliare il bosco di partecipazioni in perdita degli Enti Locali, che sono ottime per dispensare posti di lavoro improduttivi e poltrone a chi non meriterebbe, ma che sottraggono ingenti risorse alla nostra economia. Lo stesso commissario alla spending review Carlo Cottarelli indica che si potrebbero risparmiare 500 milioni di Euro nel solo 2015 se si sfoltissero e semplificassero le municipalizzate da 8.000 a 1.000.

Ed inoltre, è mai possibile che, prima di pensare all’articolo 18, non si pensi ad acquisire una maggiore indipendenza energetica, soprattutto alla luce dei conflitti che direttamente o indirettamente coinvolgono Paesi nostri fornitori, come Libia e Russia? Se si decidesse di dar seguito a 40 progetti estrattivi già pronti in Italia, si sbloccherebbero investimenti per circa 15 miliardi di Euro in quattro-sei anni, per stare alle stime del Ministero dello Sviluppo economico.

Ed infine, per restare al mondo del lavoro, è possibile che non si ritenga prioritario agire sulla apertura delle professioni intellettuali, riducendo il peso di Ordini ed Albi? Qualcosa su cui anche la Francia, con il plauso del Fondo Monetario Internazionale, ha ritenuto dover puntare. Nel solco dell’abolizione del numero chiuso di accesso alle università (almeno fino al termine del primo anno), occorrerebbe dunque ridurre i tempi di praticantato e le modalità di accesso alle professioni. Quanta vitalità e quante risorse si libererebbero nella nostra economia…

Quelli che precedono sono solo alcuni esempi di riforme che, a nostro umile avviso, sono prioritarie e ben più efficaci per la nostra economia rispetto a quella della modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Riforme che ci sentiamo di suggerire ai Ministri Padoan, Guidi e Poletti. Capiamo che siano difficili, ma se si è ritenuto di chiamare alla guida dei Ministeri economici persone non elette evidentemente è perché le si è ritenute particolarmente all’altezza del compito di traghettare l’Italia fuori dalla crisi.

Barone Rosso

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