martedì, 16 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Nuova tassa in busta-paga:
il contributo di solidarietà
Pubblicato il 17-09-2014


Costo-lavoroDa settembre – secondo quanto si legge nella circolare n. 100 dell’Inps sulla riforma Fornero, recentemente diffusa, – si comincerà a pagare il contributo sul fondo di solidarietà residuale per i lavoratori non coperti dalla cig (nelle imprese con oltre 15 dipendenti). Il contributo dovuto è pari allo 0,50% sulla retribuzione (1/3 a carico del lavoratore) e sulla busta paga di settembre verranno tolti, in un’unica soluzione, tutti gli arretrati da gennaio 2014.

L’articolo 3 della Legge 28 giugno 2012, n. 92 – ricorda infatti l’Inps – ”ha la finalità di assicurare ai lavoratori dipendenti da imprese operanti in settori non coperti dalla normativa in materia d’integrazione salariale una tutela in costanza di rapporto di lavoro nei casi di riduzione o sospensione dell’attività lavorativa per cause previste dalla normativa in materia di integrazione salariale ordinaria o straordinaria”. In pratica per le aziende che non sono coperte dalla cassa (come ad esempio quelle commerciali fino a 50 dipendenti) arriverà uno strumento di tutela in caso di sospensione dell’attività lavorativa. Ma la protezione sarà prefigurata per un periodo più breve di quello della cassa integrazione guadagni.

Si potrà ricevere l’assegno per soli tre mesi (prorogabili in via eccezionale fino a 9). Il Fondo – si legge nella circolare – ”ha l’obbligo del bilancio in pareggio e non può erogare prestazioni in carenza di disponibilità”. Il fondo che dovrebbe sostituire di fatto le prestazione corrisposte con la cassa in deroga (per la quale, in via di eliminazione a fine 2016, non sono previsti contributi da aziende e lavoratori) si finanzia con ”un contributo ordinario dello 0,50% prelevato direttamente dalla retribuzione mensile imponibile ai fini previdenziali dei lavoratori dipendenti (esclusi i dirigenti), di cui due terzi posti a carico del datore di lavoro e un terzo a carico del lavoratore. Il contributo avrebbe dovuto essere versato dall’inizio del 2014 ma le modalità sono arrivate soltanto ora e a settembre non solo si cominceranno a pagare gli arretrati (per una retribuzione lorda di 2.000 euro mensili circa 30 euro sono dovuti dal lavoratore e 60 dall’impresa) ma l’Istituto avrebbe dovuto chiedere anche l’1% di mora sul dovuto a partire dal 7 giugno.

La norma, infatti, – come più volte ribadito – avrebbe dovuto essere applicata dal gennaio scorso ma, come ha recentemente chiarito il direttore generale dell’Istituto, Mauro Nori, in una apposita nota, “nessuna mora sarà dovuta per chi corrisponderà entro novembre il contributo ordinario per i fondi di solidarietà residuale relativi ai periodi gennaio-settembre”. E’ previsto inoltre un contributo addizionale totalmente a carico del datore di lavoro che ricorra alla sospensione o riduzione dell’attività lavorativa, calcolato in rapporto alle retribuzioni perse nella misura del 3% per le imprese che occupano fino a 50 dipendenti e del 4,50% per le imprese che occupano più di 50 dipendenti. Dal 2020 il sistema peraltro diventerà ancora più ”a consumo”, ha in proposito sottolineato il segretario confederale Uil Guglielmo Loy, con la possibilità per l’azienda di recuperare attraverso le prestazioni ai lavoratori sospesi solamente le somme già versate.

Inps, pensioni in regime di totalizzazione

La totalizzazione consente l’acquisizione del diritto ad un’unica pensione di vecchiaia, di anzianità, di inabilità o ai superstiti a quei lavoratori che hanno versato contributi in diverse casse, gestioni o fondi previdenziali e che altrimenti non avrebbero potuto utilizzare tutta o in parte la contribuzione versata. Dal 1° gennaio 2012, è possibile cumulare i periodi assicurativi non coincidenti, anche inferiori a tre anni, al fine del conseguimento di un’unica pensione.

Sono in particolare interessati all’operazione in questione i lavoratori che hanno versato contributi in casse o fondi pensionistici diversi e che non vogliono, perché troppo onerosa, o non possono, perché non prevista dalle norme vigenti, richiedere la ricongiunzione dei contributi in un unico fondo di previdenza. La totalizzazione può essere utilizzata da tutti i lavoratori dipendenti, autonomi e liberi professionisti. Possono inoltre esercitare la facoltà prevista e totalizzare i periodi assicurativi, per ottenere un’unica pensione, i lavoratori iscritti: a due o più forme di assicurazione obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti; alle forme sostitutive, esclusive ed esonerative dell’assicurazione generale obbligatoria; alle forme pensionistiche obbligatorie, agli appositi albi o elenchi gestiti dagli Enti previdenziali privatizzati; alla gestione separata dei lavoratori parasubordinati; al fondo di previdenza per il clero secolare e per i ministri di culto delle confessioni religiose diverse dalla cattolica.

Può essere liquidata anche una pensione in regime di totalizzazione con sola contribuzione Inps (ad es. con contribuzione da lavoro dipendente e/o da lavoro autonomo con versamento nella gestione separata). La prerogativa di totalizzazione può essere praticata anche dagli aventi titolo alla successione per la liquidazione della pensione ai superstiti di assicurato, pure se quest’ultimo sia deceduto prima di aver acquisito il diritto alla quiescenza. Ai fini del perfezionamento dell’anzianità contributiva necessaria per far scattare il titolo al trattamento previdenziale in totalizzazione sono utili anche i periodi contributivi versati all’estero in Paesi comunitari e in Paesi legati all’Italia da convenzioni bilaterali di Sicurezza Sociale.

Resta la facoltà di richiedere l’applicazione delle disposizioni concernenti il cumulo dei contributi già previste dalle norme di legge in vigore, per le seguenti tipologie di lavoratori: autonomi (artigiani, commercianti, coltivatori diretti e imprenditori agricoli professionali), che possono ottenere la pensione sommando i contributi corrisposti nelle gestioni speciali dei lavoratori autonomi con quelli pagati all’Inps nel fondo pensioni lavoratori dipendenti per attività lavorativa subordinata; che hanno svolto attività fuori dai confini nazionali (in paesi dell’Unione Europea o convenzionati) e che possono sommare, gratuitamente, i contributi accreditati all’estero con quelli risultanti all’Inps per maturare il diritto a pensione; assunti dopo il 31.12.1995 (pensioni con sistema di calcolo contributivo) che possono sommare i versamenti effettuati all’Inps, in due o più gestioni; titolari di posizione assicurativa all’Inpgi (giornalisti), all’Inps nella gestione lavoratori dello spettacolo o per altra attività lavorativa subordinata.

Riguardo alle esclusioni dal beneficio di cui si tratta, la totalizzazione non può essere richiesta se il lavoratore: è già titolare di una pensione diretta liquidata in uno dei fondi di previdenza dove ha corrisposto i contributi; ha richiesto e accettato la ricongiunzione dei periodi assicurativi (leggi 29/1979 e 45/1990) in data successiva al 3 marzo 2006. La titolarità di pensione diretta a carico di una delle gestioni previdenziali in cui è stata versata contribuzione è causa ostativa anche se la richiesta di totalizzazione riguarda altre gestioni diverse da quella in cui stata concessa la prestazione.

Lavoro, assenze per malattia e licenziamento

Confermato il licenziamento di un lavoratore assenteista “tattico” anche se non ha superato i giorni massimi previsti dalla legge. Proprio recentemente la Cassazione ha depositato la sentenza 18678 che affronta un argomento di costante attualità nel mondo del lavoro: quello della conciliazione tra esigenze produttive e organizzative dell’impresa con le assenze per malattia dei lavoratori, soprattutto quando queste ultime si caratterizzano per la brevissima durata (pochi giorni per ciascuna assenza) e siano «a macchia di leopardo».

Nel caso affrontato dalla Corte il lavoratore è stato licenziato poiché – come risultato dalle deposizioni dei colleghi di lavoro all’esito dell’istruttoria svolta nei precedenti gradi di giudizio – era solito comunicare le assenze per malattia «all’ultimo momento»; peraltro, di norma, gli eventi morbosi si manifestavano «quando doveva affrontare il turno di fine settimana o il turno notturno» con conseguente «difficoltà, proprio per i tempi particolarmente ristretti, di trovare un sostituto». Una condotta che si commenta da sé e che, con tutta evidenza, ha causato gravissime disfunzioni per l’organizzazione produttiva dell’impresa datrice di lavoro. Ratificando la correttezza della sentenza resa in appello, i giudici di legittimità escludono, innanzitutto, la fondatezza della tesi del lavoratore, secondo cui il recesso doveva essere censurato poiché egli non aveva superato il periodo di comporto, prefigurato dall’articolo 2110 del Codice civile ovvero dalla contrattazione collettiva applicabile.

Rimarca, infatti, la sentenza che «le assenze del lavoratore, dovute a malattia, vengono in rilievo sotto un diverso profilo», poiché «per le modalità con cui (…) si verificavano (…) le stesse davano luogo a una prestazione lavorativa non sufficientemente e proficuamente utilizzabile dalla società, rivelandosi la stessa inadeguata sotto il profilo produttivo e pregiudizievole per l’organizzazione aziendale così da giustificare il provvedimento risolutorio». In pratica la Suprema Corte si concentra sul concetto di «scarso rendimento», vale a dire sulla conseguenza della condotta del dipendente, il quale, violando le regole della diligenza nell’esecuzione della prestazione, non adempia esattamente l’obbligazione lavorativa.

Si tratta, probabilmente, di un riferimento atecnico, poiché nel caso esaminato la prestazione resa dal dipendente sarebbe divenuta scarsa proprio in conseguenza delle ripetute assenze, peraltro susseguitesi a brevi intervalli di tempo l’una dall’altra; ma si potrebbe anche parlare, però, di ampliamento del principio dello “scarso rendimento”: e, sotto tale profilo, la sentenza risulterebbe di particolare interesse.

Carlo Pareto

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Commenti all'articolo
  1. Io non ho parole… e jn piu ti tolgo i soldi in arretrato che gia ha i speso… e io di risposta tagliero per un totale d doppio… perfetto me ne togli 10 e io non ne spendo 20 o 30… dovremmo accordarci tutti… un bello sciopero delle spese. .. ma tanto fra un po saremo forzati… ma perché no ai dirigenti?

  2. Purtroppo paghiamo la totale incapacità dei nostri polititici nel governare.Gente strapagata per fare cosa? Mandare al tracollo un intera economia. Di sicuro non vado ad “ingrassare ” l’economia di questo paese tantomeno con il tfr. E ovviamente spenderò sempre meno soldi.Un governo ormai così bravo a fare il gioco delle tre carte.VERGOGNA

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