domenica, 21 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Scrive Lino Rossi:
Gli intellettuali sommersi,
affogati o semplicemente assenti?
Pubblicato il 11-09-2014


Un tempo li trovavi ovunque; erano chiamati in causa per qualsiasi motivo, anche quando i loro consigli non erano utili a nessuno. Anzi, si facevano chiamare in causa. Chiamavano per essere interrogati, come gl’indovini del passato. Una voce necessaria per evitare pericoli, indicare percorsi, generare opinioni fondate.
Erano presenti come le istituzioni. Usciti dalla torre d’avorio della cultura accademica, gli intellettuali, animati dalla passione civile erano pronti a sfornare illuminazioni, stigmatizzare comportamenti inadeguati, redarguire su ciò che era lecito o non lecito fare. Soprattutto in materia di democrazia.
Com’erano belle le sirene della cultura; a guardia di ogni deriva autoritaria. E utili. Scrivevano sulle riviste, già… le riviste. Che meravigliosi strumenti: facevano pensare e sorvegliavano sullo stato di salute della società e della politica. I quotidiani riservavano agli intellettuali gli editoriali o gli articoli di spalla: sempre in prima pagina.
Ma soprattutto li trovavi seduti sui banchi del parlamento. Ogni partito cercava di farne sfoggio, specie quelli di “sinistra”, come il PCI, che li aveva coltivati come un orto felice: l’orto prezioso della critica.
Come le piante, erano organici: la linfa del partito.
Critici soprattutto sugli altri e pronti a colpire con l’arma del sapere.
Dove sono finiti questi illustri detentori della saggezza pubblica?
Qualcuno si chiede dove siano finiti i partiti: i buoni committenti della manodopera intellettuale. Quelli di oggi si presentano meglio come industrie politiche o più semplicemente come botteghe del consenso.
A che serve pensare, riflettere, investigare? È più rapido agire o annunciare di agire. Ecco allora che si fa avanti una figura nuova: il portavoce.
Non serve un giornalista: era imparentato con la cultura, lavorava in odor di critica. Meglio sostituirlo. Cosa c’è di meglio di un portavoce. Portare la voce di chi decide, o decide di decidere. Un tempo si portavano le borse: stupida deriva della prima repubblica.
Il portavoce è un professionista della parola (altrui). E poi non occorre che pensi (buona regola per una spending revew culturale). Se pensano in troppi, i costi si alzano.
E gli intellettuali? Sono tornati nella torre d’avorio dell’accademia? No. Quella è già emigrata all’estero, almeno la migliore.
Hanno iniziato a protestare e a chiedere conto della loro insignificanza sociale? Neppure.
Tacciono; portano il silenzio. Non esiste ancora il portasilenzio, ma sembra essere la professione più adatta all’uomo di cultura di oggi. Almeno in Italia.
Non tutti, per fortuna. Qualcuno si azzarda a rompere il muro di sconfitta nel quale si è rinchiusa gran parte dell’intellighenzia nazionale.
– Tecnocrate, stai zitto! Si sente rispondere.
Già il sapere è tecnocratico.
Perciò ritorna nell’angolo e lascia il posto al portavoce di turno o si affida alla rete e ai suoi maestri. Bisogna comunicare efficacemente! Si diventa portavoce di se stessi tramite la rete. Ottimi i portavoce digitali: sollecitano gli istinti tribali; fanno emozionare e mobilitano affetti nonché indignazione, quasi sempre di breve durata.
E il dissenso? Quello no: sa di pensiero.
Sta zitto tecnocrate, con quel voler giudicare.
Qui ci si emoziona tutti insieme: ascoltiamo cosa dice il portavoce…
L’intellettuale scende dalla cattedra, lasciata a un parente o giocata come pegno d’amore.
Sommerso dalla decadenza che ha contribuito a costruire, entra nella penombra, nella zona grigia.
Magari ha letto Primo Levi e si contenta dell’ignavia di cui ormai vive schiavo: mi perdoneranno – si racconta – favoleggiandosi protagonista di una novella d’appendice postmoderna pubblicata su facebook.
Sommerso e salvato.
O forse annegato.
Cercava il salvagente del partito, ma nessuno getta più nulla in suo soccorso.
Taci tecnocrate e affoga.
Morire affogato nel fango postmoderno; che finale loffio!
Meglio tacere: assenza diplomatica.
Lino Rossi

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Commenti all'articolo
  1. Mi sembra di ricordare che vi furono anni del secondo novecento in cui gli esponenti delle Università (le quali godevano di grande prestigio quali “Tempio del sapere”) forsanche per marcare la loro autonomia ma è ovviamente una supposizione. non si impegnavano per solito in via diretta nella vita politica, nel senso di assumere incarichi, anche se diversi di loro si schieravano più o meno apertamente per l’uno o l’altro partito.

    Attraverso le idee che sapevano esprimere, i più autorevoli e seguiti tra loro potevano diventare e identificarsi con la “coscienza critica” del Paese, e in tale ruolo essere ispiratori delle politica e nel contempo esercitare una funzione di “controllo e vigilanza” nei suoi confronti, atteso che questa loro posizione “esterna” poteva conferire ampi margini di “ indipendenza intellettuale”.

    In termini calcistici potevano paragonarsi ai guardalinee, ma in seguito, sempre che non ricordi male, passarono in buon numero a giocare anche la partita, attraverso l’opera di “reclutamento” da parte di quelle forze politiche che iniziarono a corteggiare “tecnici” di diverso profilo professionale, il che potrebbe avere più d’una spiegazione, pur se si tratta anche qui di semplici ipotesi.

    Da un lato quelle forze politiche sentendosi sempre più vicine alla “stanza dei bottoni” avvertivano forse la loro impreparazione a governare, tanto da cercare la spalla di figure tecniche, dall’altro canto poteva essere il modo di prevenire o smorzare gli eventuali dissensi del mondo intellettuale, inglobandolo per così dire nella sfera del “potere”, giacché nella storia non mancano esempi di insofferenza del potere verso gli intellettuali in quanto ritenuti scomodi.

    Oppure, con una traiettoria inversa, potevano semmai essere gli stessi depositari del sapere tecnico-intellettuale a voler accedere al “potere” politico, ritenendo in tal modo di poter legittimamente esprimere una qualche forma di “tecnocrazia”, ancorché dai toni più sfumati.

    Forse non si troverà mai la giusta spiegazione al riguardo, ma sta di fatto che le “voci intellettuali” sembrano essersi effettivamente ridotte, per ragioni varie o anche per semplice conformismo, e questo riduce a sua volta la capacità e la forza di “sorveglianza” verso il potere, indipendentemente dall’essere o meno d’accordo con il pensiero dell’uno o altro intellettuale, e del resto anche il sistema delle preferenze, sul versante elettorale, poteva avere un analogo effetto, così come sembra diminuita l’influenza dei corpi sociali intermedi.

    Del resto tanti equilibri della nostra società paiono essersi un po’ sbilanciati, ma c’è chi teorizza che tutto ciò può semplificare e facilitare l’azione di governo, ai vari livelli, e a questo punto non resta che vedere quale insegnamento ci darà in proposito lo scorrere del tempo, sperando di riuscire a coglierlo nei giusti tempi e prima che sia troppo tardi

    Paolo B. 15.9.2014

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