martedì, 22 maggio 2018
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Opinioni e commenti
 

L’intervista opinabile
del presidente del Senato
Pubblicato il 29-09-2014


Mi sono chiesto se l’intervista del Presidente del Senato Pietro Grasso al Corriere della Sera (edizione del 24 settembre 2014; intervistatore Aldo Cazzullo) sulla riforma della giustizia in gestazione costituisca un vulnus alle regole del galateo istituzionale. A me – purtroppo e a malincuore – è sembrato che all’interrogativo si debba dare una risposta affermativa. Ma forse sbaglio, perché nessuna voce critica si è levata, sulla stampa e negli stucchevoli dibattiti televisivi, a rimarcare l’inopportunità di questa esternazione.

Il titolo dell’intervista era questo: “La riforma della giustizia non sia fatta contro i magistrati”. Mi pare allora legittimo questo quesito: è giusto e conforme alle regole del galateo istituzionale che la seconda carica dello Stato, arbitratore del processo legislativo, interloquisca in modo criticamente specifico sui contenuti di una legge che verrà presto all’esame del Senato? Il Presidente Grasso si dimostra consapevole del rischio di questa “esondazione” dal proprio alveo e mette, per così dire, le mani avanti: “Non posso entrare nel merito: il presidente del Senato non deve soltanto essere imparziale; deve anche apparire imparziale”.

Ma questa aurea regola è poi contraddetta, o almeno insidiata, dal contenuto dell’intervista, che è ben riassunto nel titolo del servizio. In buona sostanza, il Presidente del Senato addita il pericolo incombente che la riforma della giustizia elaborata dal Governo sia “fatta contro i magistrati”. Siamo alle soglie di una difesa d’ufficio di quella Magistratura di cui il dott. Grasso ha fatto parte fino a quando è stato eletto Presidente del Senato. Eppure il ministro della Giustizia, Andrea Orlando ha maneggiato questa materia incandescente con garbo ed equilibrio, al riparo del rischio paventato dal Presidente Grasso. Certo, ha detto, e non poteva non dirlo, che la crisi del funzionamento della giustizia costituisce una delle ragioni, non secondaria, della cessazione degli investimenti stranieri in Italia.

Senza ricordare poi la lapidaria constatazione di Piero Calamandrei: giustizia denegata e ritardataria equivale a non- giustizia. Ebbene, il Presidente del Senato afferma sul punto una sua verità: semmai la responsabilità è degli avvocati, che svolgono la loro funzione all’insegna del principio “causa che pende, causa che rende”. Mi sarei aspettato una difesa d’ufficio della categoria da parte dell’avvocato professore Guido Alpa, guida nazionale dell’Avvocatura. Non c’è stata. Aggiunge poi il Presidente Grasso: serve “Il numero chiuso agli esami di abilitazione”. Quest’ultimo suggerimento può anche esser condiviso, ma spetta al Presidente del Senato il ruolo di promotore di emendamenti al testo del Governo?

Lo stesso rilievo vale per le ferie dei magistrati. Ma ancor più irrituale è l’approccio complessivo dell’intervista, che può riassumersi nella denuncia del grave rischio incombente: che il Governo e la maggioranza vogliano fare la riforma “contro i magistrati”: quod Deus et Senatus avertant. Sono stato per parecchi anni membro dell’Assemblea di Palazzo Madama. Non sono animato da spirito polemico nei confronti del Presidente Grasso: è stato un valoroso magistrato, ha onorato la toga in trincea. Ma non posso fare a meno di domandarmi se i suoi predecessori che ho visto all’opera (Fanfani, Malagodi, Cossiga, Spadolini) avrebbero rilasciato l’intervista che l’ex magistrato Grasso ha concesso ad Aldo Cazzullo. Propendo per la risposta negativa.

E vengo allora alla questione che sta a monte, di valenza politico-istituzionale. Non basta esser stato un bravo magistrato per essere scelto, ancorchè privo di esperienza sia politica che istituzionale, a ricoprire l’altissimo incarico di Presidente del Senato, per il quale serve proprio una sperimentata esperienza politica ed una pratica dei regolamenti parlamentari.

E’ già di per sé una anomalia il passaggio sempre più frequente dalla Magistratura alle liste elettorali del PCI-PDS-DS ed ora del PD, con elezione pressochè garantita al Parlamento. E’ una prassi della Seconda Repubblica, che, in questo caso, comporta un’implicita auto-delegittimazione della classe politica: una sorta di confessione di essere priva, al proprio interno, dei talenti meritevoli di ricoprire la prima e la seconda carica dello stato; dal che consegue la decisione di affidare lo scettro ad un “papa straniero”.

Fabio Fabbri

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