venerdì, 14 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Obama: guerra al terrorismo, non all’Islam
Pubblicato il 25-09-2014


UE-Obama-datagateNew York, 24 settembre – È una vera e propria chiamata alle armi, quella che emerge dal discorso di Obama durante la prima giornata del dibattito generale in una Assemblea Generale nuova di zecca (la sala è stata appena terminata dopo la ristrutturazione per i danni causati dall’uragano Sandy). Una chiamata che prende in causa i musulmani di tutto il mondo, e specialmente i giovani musulmani, a cui si chiede di ribellarsi, per primi, all’ISIS in nome della “religione d’amore” che è l’Islam. I giovani musulmani, continua il Presidente americano, vengono da una tradizione di innovazione, di costruzione, di dignità della vita umana. Per questo devono rigettare senza incertezze le teorie dell’ISIS, che si nasconde dietro un “falso Islam”. L’America, continua, non sarà mai in guerra contro l’Islam, perché l’Islam ha contribuito a rendere grande l’America. Una dichiarazione che solo un paio di anni fa sarebbe stata fonte di enormi critiche ma che oggi viene salutata da un’approvazione praticamente unanime.

Mentre Ban Ki-Moon apre il dibattito sottolineando come “ogni anno, in questo periodo, questa sala si riempe di speranza. Ma quest’anno questa speranza è più oscura”, Obama si lancia in un accorato appello di civiltà. “Questo – afferma – è il momento migliore della storia per nascere”, più possibilità di ricevere un’educazione, di viaggiare, di cambiare la propria posizione sociale di nascita, di trovare cure efficaci, ma nello stesso tempo, nuove e preoccupanti minacce.

Dobbiamo agire globalmente e smetterla di agire secondo regole scritte per un altro secolo, chiede il Presidente degli Stati Uniti, che decide di giocarsela sull’unione dei popoli per cercare di scacciare una minaccia sempre più pressante. E di giustificare politicamente l’intervento americano in Siria e Iraq di pochi giorni fa, sul quale deve ancora riferire al Congresso e la cui legittimità a livello di diritto internazionale è decisamente farraginosa.

È una settimana di imbarazzi alle Nazioni Unite, con la minaccia del terrorismo che costringe vecchi nemici a nuove e inedite alleanze e richiede equilibrismi retorici di prim’ordine per giustificare i nuovi schieramenti e seppellire il passato. E lo è soprattutto per gli Stati Uniti.

Il discorso degli americani, tuttavia, non lascia molto spazio all’interpretazione su quelli che saranno i prossimi passi da compiere “L’ISIS va distrutto. Non esiste alcuno spazio di negoziazione perché l’unico linguaggio che questo tipo di gente può capire è la forza”. Anche se per il momento, Obama assicura, non si invieranno truppe, ma si sosterranno i governi sovrani di Siria e Iraq. Cioè si porterà avanti l’imbarazzante alleanza con Assad, già alla base dei raid di due giorni fa.

Anche Renzi, sentito alla fine del discorso del Presidente americano, concorda con la posizione di Obama e sottolinea come questa non sia una guerra di religione, ma il tentativo di bloccare un genocidio. Per l’Italia, però, la priorità assoluta e un’altra, e Renzi lo ripete in ogni occasione come un mantra, la Libia.

Durante il suo intervento al Council on Foreign Relations, il Presidente del Consiglio ha  tenuto a sottolineare come l’interesse per la Libia non sia più dovuto ad una necessità energetica, visti i nuovi accordi di approvvigionamento che l’Italia ha preso con alcuni Paesi africani (innanzitutto, Mozambico, Angola e Congo) ma soprattutto alla paura della minaccia terrorismo. L’errore dell’intervento in Libia si ripercuote ancora sull’instabilità della governance attuale e la mancanza di una politica europea condivisa non fa che peggiorare la situazione.

Nel suo intervento Renzi si è concentrato soprattutto sulle riforme interne, che devono servire a creare un Paese più veloce, moderno e attrattivo per gli investitori stranieri. Cinque i punti principali: Riforma della Giustizia, del Senato, della pubblica amministrazione, legge elettorale, ma soprattutto riforma del mercato del lavoro. Il tutto riassumibile nel concetto chiave di provvedere a una nuova ‘narrazione’ del Paese, interna ma soprattutto esterna.

Ridurre il numero delle leggi che regolano il mercato del lavoro e puntare sulla semplicità, più attrattiva per gli investitori esteri. Questa la ricetta di Renzi per il rilancio dell’Italia, che non si deve più vedere come proiettata solo nel passato e nel presente, ma soprattutto nel futuro. “Se riusciamo a cambiare l’Italia – ha affermato –  l’Italia sarà il cambiamento che salverà l’Europa” che mai come oggi ha bisogno di una guida unitaria e di una politica interna ed estera comune.

Costanza Sciubba Caniglia

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