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Opinioni e commenti
 

E oggi si scoprono tutti riformisti
Pubblicato il 01-09-2014


In un recente ed interessante scritto, dal titolo “Parlare agli italiani”, il Segretario del PSI Riccardo Nencini, muovendo da una considerazione storica, cerca di aggiornare alla realtà di oggi il concetto di riformismo, per un verso tenendo conto del dato empirico del grande consenso ottenuto da Renzi, e dall’altro affermando per i socialisti italiani il compito di esser “partecipi del processo fondativo di una nuova storia riformista. Legati da un disegno condiviso alla sinistra riformista ma liberi, alternativi ai movimenti radicali, con un’identità marcata nelle aule parlamentari, nei comuni e nelle regioni…..A cominciare dalla legge elettorale.”

In sostanza, se non ho mal interpretato, si indica nel criterio riformista la bussola sulla quale orientare le trasformazioni di cui il Paese ha bisogno, ed in un’alleanza politica così orientata lo strumento per attuarle.

Nel rivendicare l’eredità di una tradizione importante, Nencini inizia col constatare come, nell’Italia del secondo dopoguerra il riformismo si sia espresso attraverso la presenza, l’attività, la caparbietà, di settori minoritari di diversi partiti politici ed attraverso presenze nella cultura e nella società, ma esterne e spesso distanti dai partiti politici della prima repubblica.

Verissimo. E altrettanto vero è il fatto che il PSI di quei tempi, a prescindere da ogni giudizio che si possa dare sulle sue vicende, rappresentò comunque il perno politico ed operativo del riformismo italiano del secondo dopoguerra.

Ma a ciò è doveroso aggiungere che, guardando a quegli anni, nei quali il Paese andava ammodernandosi e nei quali, pur tra errori e contraddizioni, furono introdotte riforme significative che andavano nel senso della modernità, dell’apertura della società, dell’eguaglianza e dell’allargamento dei diritti individuali, civili, sociali, dobbiamo constatare che quella funzione di perno e di polo di attrazione per il riformismo italiano che il PSI seppe svolgere, fu tanto maggiore quanto più il PSI di allora seppe svolgere un ruolo proprio e “border-line” rispetto alle due ortodossie allora imperanti, conducendo in via autonoma le proprie battaglie politiche, che più di una volta risultarono più coerenti e determinate rispetto alle posizioni del maggior partito della sinistra italiana.  E tale capacità non sempre e non necessariamente si trovò a coincidere con la presenza socialista nella famosa “stanza dei bottoni”.

Ed ancora, va aggiunta la considerazione che, ad accomunare le forze riformiste in alleanze di scopo che più volte si trovarono a non coincidere con le maggioranze di governo fu la comune propensione ad una mentalità critica, che si manifestava sia nella valutazione delle realtà politiche, sociali, economiche, che in atteggiamenti sovente eretici nei confronti delle culture politiche di origine e dei partiti di appartenenza.

Allora, ove si vogliano dare valutazioni corrette sul piano storico e, guardando alle prospettive attuali, su quello politico, occorre chiedersi di quale riformismo si sta oggi parlando, atteso che l’attuale effettiva maggioranza politica -quella del patto del Nazzareno che, con qualche distinguo e non sostanziali richieste di modifica, sinora respinte, vede il sostegno non determinante, e forse poco convinto, del PSI di oggi- si autodefinisce come riformista in riferimento a proposte ed indirizzi che non hanno nulla a che fare, nel metodo e nei fini, con la tradizione del riformismo italiano.

Trovo che sia necessaria una grande chiarezza al riguardo, atteso che, per parte loro, troppo ampi settori della sinistra italiana sembrano essersi del tutto dimenticati di questo termine (e questa non è l’ultima delle ragioni del drammatico declino della sinistra), lasciandolo in mano a coloro che hanno trovato comode e facili intese con la destra interpretando il riformismo unicamente come prassi moderata, non sostenuta da adeguati strumenti concettuali, e finalizzata nella migliore delle ipotesi ad una sorta di manutenzione ordinaria destinata alla razionalizzazione e consolidamento degli equilibri esistenti, più che alla loro trasformazione. Tant’è che oggi, cosa inconcepibile sino a vent’anni fa, si parla indifferentemente di “riformismo di destra” e di “riformismo di sinistra”.

Viene quindi naturale lo stimolo a meditare su un termine -quello di riformismo, appunto- il cui significato, non solo in Italia, è mutato profondamente nel corso degli ultimi decenni, sino ad acquisire connotazioni addirittura opposte a quelle che una consuetudine fondata sull’esperienza storica ha sempre assegnato a tale termine. Basti pensare che oggi assistiamo persino all’incongruenza semantica del gruppo conservatore al Parlamento Europeo, che si è dato la denominazione di ECRG (European Conservatives and Reformists Group).

Nella storia del pensiero politico, sotto la dizione di riformismo sono stati compresi concetti riferibili tanto al merito ed alle finalità, quanto agli strumenti ed ai metodi. Dalla Riforma protestante in avanti, in fasi storiche e con riferimento a situazioni politiche e sociali diversissime, il concetto di “riforma” e quelli connessi di riformista e riformismo sono stati sempre collegati ad idee di modernizzazione, di progresso, di liberazione ed emancipazione. Sono idee che hanno improntato il superamento del tardo feudalesimo nobiliare, dell’assolutismo regio, del potere ecclesiastico, l’affermarsi della Rivoluzione industriale, l’avvio del moderno costituzionalismo e la marcia in avanti del Terzo Stato prima e del Quarto Stato poi. L’evoluzione del parlamentarismo (basti ricordare il Reform Act del 1832), dello stato liberale, della democrazia e del suffragio universale, l’affermazione dei diritti dei lavoratori, l’avvio di forme di democrazia più avanzate in termini di diritti sociali, sono stati altrettanti filoni e tappe sui quali si sono esercitati e sono stati messi alla prova pensiero e metodi riformisti.

In epoche più recenti, riformismo ha significato apertura della società, rimozione di concezioni ed istituti giuridici risalenti ai secoli precedenti, messa in discussione delle istituzioni chiuse, generalizzazione e parificazione dei diritti civili e sociali tra uomo e donna, sviluppo ed estensione dei meccanismi di protezione sociale e del welfare, tentativi di dare concretezza ai concetti di pari opportunità e di equità. In una parola, estensione del concetto di democrazia dalla sfera civile a quella sociale. Ciò ha coinciso con la formazione dei partiti operai, lo sviluppo politico della sinistra e la sua partecipazione a pieno titolo al dibattito pubblico ed alle attività di governo.

In quanto agli strumenti ed ai metodi, poche affermazioni sono prive di fondamento quanto quella che riformismo significhi comunque e sempre avversione al radicalismo e rifiuto pregiudiziale del concetto di rivolta. Nella storia moderna, il riformismo si è caratterizzato come metodo distinto dall’azione rivoluzionaria non tanto per il rifiuto dell’azione violenta, quanto per la ricerca preventiva del massimo consenso politico, restando la rivolta come ultima ratio da adottare nei confronti di sistemi che non consentano il manifestarsi dell’azione politica.

Al riguardo, va ricordato come diverse Costituzioni, ed in Europa quella francese e quella tedesca  prevedano il diritto-dovere alla resistenza contro l’oppressione; anche nella nostra Costituente vi fu un’ampia discussione (Mortati, Lussu, Calamandrei) su questo punto, tant’è che la formulazione originaria da parte della Commissione dei 75 prevedeva (Art.50) la seguente formulazione: “Ogni cittadino ha il dovere di essere fedele alla Repubblica, di osservarne la Costituzione e le leggi, di adempiere con disciplina ed onore le funzioni che gli sono affidate. Quando i poteri pubblici violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all’oppressione è diritto e dovere del cittadino”.  Poi fu approvata la più banale formulazione espressa dall’Art. 54. (Per inciso, con la principale motivazione che la presenza di forti ed adeguate istituzioni di garanzia -proprio quelle che gli autori delle attuali riforme intendono ridimensionare- rendeva superflua la codificazione di tale ultimo diritto-dovere riservato ai cittadini, che si sarebbe potuto trovare a confliggere con tali istituzioni).

Piuttosto, a distinguere l’azione riformista da quella rivoluzionaria, sta il fatto che le concezioni ed i metodi riformisti rifuggono da fini comportanti la conclusione della storia e l’idea di sostituire al vecchio ordine un modello sociale rigidamente predeterminato e non suscettibile di evoluzione. Il riformismo porta con sé l’idea di una società in evoluzione verso nuovi, ma non definitivi, equilibri. Ed è insita alle concezioni riformiste la coerenza tra fini e metodi, per cui l’evolvere verso concezioni sociali più aperte ed avanzate non può farsi col sostituire a strutture sociali, economiche, giuridiche, tanto superate quanto rigide, nuovi modelli altrettanto rigidi; e deve invece attuarsi attraverso processi che ne consentano il progressivo riadeguamento.

A sostegno di queste affermazioni stanno la Rivoluzione Francese e quella Americana, entrambe alla radice del moderno riformismo, pur essendosi entrambe manifestate come ribellioni (un discorso a parte riguarda la parentesi del Terrore). Cosa che non può dirsi per il processo sul quale si andò formando l’Unione Sovietica, che, una volta portato a crollare il vecchio ordine, fu caratterizzato dal tentativo di progettare e costruire sin nei dettagli una nuova e definitiva società ideale, sacrificando a tale scopo ogni risorsa umana e materiale.

In termini concettuali, gli approcci riformisti possono essere considerati come affini all’evolversi dell’epistemologia e della filosofia della scienza. Alla pari dei metodi in uso nelle scienze, il metodo riformista incorpora il pensiero concettuale (teorie scientifiche per l’una ed ideologia per l’altro). E, come è andato avvenendo col definirsi del metodo scientifico, la verifica sperimentale, cioè il divenire della società e dell’economia, se correttamente e razionalmente interpretato, induce la necessità di ridefinizioni dell’apparato concettuale. Di fronte a concezioni ideologiche chiuse e, come il sistema tolemaico, tendenti a fornire ogni spiegazione all’interno di sé stesse e prescindendo dalle verifiche empiriche, l’atteggiamento riformista è dapprima galileiano, nel senso di mettere in dubbio la teoria, e poi newtoniano, nel senso di ridefinirla razionalmente in base alle constatazioni effettuate; pronto a rimetterla ulteriormente in discussione di fronte all’inevitabile manifestarsi di nuovi eventi.

Il che non significa affatto farsi fautori dell’abbandono del pensiero teorico e dell’ideologia, come alcuni sostengono e praticano: significa invece valorizzarla facendone l’uso più appropriato ed utile, non riducendola a dogma passibile solo di esegesi, ma rendendola strumento ed oggetto di pensiero critico.

E’ evidente che, nell’evolversi del pensiero e delle condizioni politiche, questa concezione del riformismo, che non esclude affatto, ma anzi richiede il supporto di un robusto apparato concettuale e del radicalismo come atteggiamento politico, dovesse naturalmente scontrarsi con le posizioni dei reazionari, dei restauratori, dei  conservatori di turno. Di coloro, cioè, che negavano l’idea stessa di trasformazione sociale in nome della difesa dei privilegi di casta e dei particolarismi o in nome della difesa degli interessi di classe, sostenendo sostanzialmente la concezione di uno Stato cui spettasse di tutelare un ordine naturale delle cose sancito dalla tradizione.

Agli avversari “naturali” dei riformisti, schierati sul fronte della conservazione, si è poi aggiunta quella parte della sinistra che, sull’onda della Rivoluzione d’Ottobre, si è mossa da concezioni massimaliste che comunque potevano mantenere un rapporto di compatibilità con la prassi riformista, all’adesione incondizionata ai principii ed ai metodi della Terza Internazionale, abbandonando il riformismo come metodo e come concezione culturale; cogliendone la natura alternativa al leninismo, allo stalinismo, alla logica del partito-guida, le concezioni ed i metodi riformisti sono stati interpretati e bollati come sinonimo di moderatismo avverso ad ogni trasformazione radicale.

Anche se i partiti comunisti dell’occidente -quello italiano in primis- nel loro pragmatismo, in più di un’occasione hanno assecondato spinte e forze riformiste, a volte anche scavalcandole nella ricerca di equilibri temporanei con le forze conservatrici, il termine “riformismo” è rimasto assente dal lessico ufficiale dei partiti comunisti, e pronunziato quasi con imbarazzo da altri; in Italia, sino agli anni del CentroSinistra. Si inscrive in questo clima la sintetica descrizione del riformismo italiano del dopoguerra, che Riccardo Nencini ha dato nell’incipit del suo scritto, evidentemente riferita ad un periodo successivo al tramonto del Partito d’Azione: “Isole comuniste, scogli liberaldemocratici, esperienze cattolico-sociali, interi arcipelaghi socialisti”.

Il distacco semantico e concettuale nei confronti del riformismo attuato da una parte della sinistra, maggioritaria in Italia, che non aveva visto negli obiettivi e nei metodi riformisti una risposta al conservatorismo ed al moderatismo, e vi aveva invece visto un’alternativa radicale alla logica del sistema binario DC-PCI, ha fatto sì che, in via del tutto inappropriata, si sia aperta la strada alla concezione di un riformismo “debole” e tale da poter rappresentare anche processi involutivi rispetto ai contenuti ed ai metodi che la storia politica ha sempre definiti come riformisti.

Così è avvenuto che, dopo il diffondersi di istanze radicalmente conservatrici in politica, fondate su un liberismo ideologizzato avverso a Keynes in economia ed a Beveridge sul piano sociale, e volte ad annullare la legittimità della sussistenza dei diritti sociali in una società moderna, quali quelle avviate dalla Thatcher e da Reagan, e seguite poi con minor coerenza da altri (tra cui la destra italiana), venissero a diffondersi sotto il nome di riformismo concezioni politiche deboli, svuotate anche dichiaratamente di pensiero, e rinunciatarie nell’azione.

In Italia, queste concezioni hanno condotto ad interpretare il termine riformismo in un senso del tutto riduttivo, unicamente come il contrario di radicalismo, rinunziando a priori ad ogni tentativo di rimuovere le arretratezze, le chiusure, l’immobilità, le iniquità del Paese e, in particolare, rinunziando a rivitalizzarne l’economia e la società. E, nella migliore delle ipotesi, cercando di attutirne qualcuno degli effetti senza rimuoverne le cause.

Sono state quindi definite come riformiste concezioni incapaci di rappresentare un’alternativa compiuta e credibile alle forze di destra, ed anzi spesso alla ricerca di intese con questa, e da questa sovente condivise. Intese che erano rivolte ad annacquare e ridimensionare i processi di liberalizzazione, democratizzazione, apertura civile, sociale ed economica che avevano caratterizzato le democrazie industriali sino agli anni ’70. Tale è stata la parabola del PD, sino ad arrivare al culmine raggiunto con l’avvento di Renzi e con il patto di mutuo soccorso del Nazzareno, che sancisce la resa culturale e politica a concezioni antiparlamentari ed antidemocratiche facenti parte del patrimonio di una destra estranea ai processi che hanno portato alla nostra Costituzione, ma del tutto estranee alla storia del nostro riformismo e della nostra democrazia.

Si sta così consumando la mistificazione dell’autoattribuirsi della qualifica di riformisti da parte di coloro che, dopo anni di denigrazioni, hanno intrapreso lo smantellamento formale e sostanziale del miglior risultato del riformismo italiano (quello vero, di cui si è detto sopra): la Costituzione della Repubblica Italiana.

Oltre venti anni sono stati così perduti in un lento ma costante e progressivo declino che si misura sul piano di tutti gli indicatori economici e sociali, sul piano della disaffezione degli elettori e del dilagare del populismo, per finire con lo sfociare nello smantellamento di alcuni pilastri istituzionali della nostra democrazia, dopo che -appunto nel corso di questo ventennio- ne erano state ampiamente corrose le basi sociali ed economiche.

Essendo questo ragionamento centrato sui metodi della politica, non intendo in questa sede entrare in ragionamenti di prospettiva politica a breve. Ma, giunti a questo punto, una domanda ed una conclusione si impongono:

La domanda, indotta dal testo che ha avviato questo ragionamento, è la seguente:

“a quale delle due concezioni di riformismo che sono state qui sopra esaminate intende riferirsi Riccardo Nencini: a quella grande tradizione riformista all’interno della quale egli rivendica giustamente la centralità dei socialisti di allora, o alla distorsione che oggi ne vien fatta, e nella quale i socialisti di oggi sono tutt’altro che determinanti?”.

La conclusione, che in effetti rappresenta la sintesi del ragionamento che qui è stato svolto, sta invece nella tesi che, se la sinistra italiana vuol riprendere la propria capacità di iniziativa e ricostruire un rapporto con i cittadini e gli elettori, deve avere il coraggio e la capacità di riappropriarsi di un’eredità, quella riformista, che le spetta e che ha caratterizzato le sue maggiori e più durature affermazioni. Il che significa saper reinterpretare criticamente, oltre che la sua storia, anche il suo modo d’essere ed il suo farsi forza politica. E saper assumere i connotati galileiani e newtoniani di cui si è detto sopra.

E’ questo l’approccio col quale il sottoscritto ha dato il suo contributo a “Iniziativa 21 Giugno”.

Gim Cassano

Alleanza Lib-Lab

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Commenti all'articolo
  1. A mio avviso possiamo considerare il riformismo sotto due aspetti, ossia quello filosofico e intellettuale, dove esprimere tutte le tesi e le ragioni per potersi definire riformisti, e quello politico, diciamo meno teorico ed astratto.

    Se la politica è lo strumento per dare le gambe agli ideali, un partito riformista che non abbia la maggioranza parlamentare, o comunque una “forza” numerica tale da poter indirizzare, o solo influenzare, l’azione di governo, deve giocoforza decidere quale “strategia” adottare, posto che il compito “nobile” della politica è appunto quello di tradurre le idee in azioni e leggi.

    E la strategia richiama a sua volta, ed inevitabilmente, il problema delle alleanze e intese politiche, per poter giusto perseguire il propria disegno riformista, a meno che un partito non decida di “isolarsi”, ma questo non mi sembra un atteggiamento della tradizione socialista.

    Capisco che si tratti di un discorso “terra a terra”, ma mi sembra ineludibile, e, per concludere, mi verrebbe da chiedere all’Autore, visto che giustamente ne parla nelle sue righe, come oggi vedrebbe realizzato il ruolo “border line” che il PSI del tempo seppe svolgere rispetto alle due ortodossie allora imperanti,

    P.B. 01.09.2014

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