giovedì, 20 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Perché sul Jobs act sto con Renzi
Pubblicato il 18-09-2014


Leggo vari commenti sulle intenzioni legislative legate al cosiddetto Jobs act, del quale si parla oggi sulla stampa. Leggo senza sorprendermi delle reazioni dei sindacati e in particolare della Cgil della nemica Camusso e della Fiom dell’amico Landini. Leggo anche prese di posizione di qualche nostro compagno che meritano precisazioni. Cominciamo dall’inizio.

Primo punto. Lo Statuto dei laboratori, articolo 18 naturalmente compreso, nasce su iniziativa socialista e in particolare del ministro del lavoro dell’epoca Giacomo Brodolini. È una conquista importante di civiltà e di umanità. Brodolini muore l’anno prima di vedere approvata la sua legge, che il Parlamento adotta nel 1970, due anni dopo l’esplosione della contestazione giovanile e l’anno dopo il cosiddetto autunno caldo. Votano a favore Psi, Dc, Pri e Psdi, i partiti di governo. Si astengono Pci e Pli. Chiaro? Dunque coloro che provengono dalla tradizione comunista sanno oggi di difendere uno statuto che il Pci non votò. Uno dei tanti errori che poi sono stati ammessi? Diciamolo, direbbe D’Alema…

Secondo punto. Lo statuto dei lavoratori ha dunque quarantaquattro anni di vita. Non c’è una costituzione, un trattato, un ordinamento che possa esser giudicato intoccabile dopo tanto tempo. Soprattutto se inserito sul versante economico-sociale, dove le trasformazioni nell’ultimo trentennio sono state poderose, travolgenti. Alcune anche imprevedibili. Chi si rifiuta di discutere e di affrontare con spirito libero la revisione della Costituzione è un conservatore. Chi ad ogni proposta di adeguamento e di aggiornamento alza lo scudo del “Giù le mani” è o cieco o in malafede. Questo naturalmente vale ancora di più sugli ordinamenti che regolano il versante economico.

Terzo punto. Se ci occupiamo delle differenze tra il 1970 e oggi dovremmo scrivere un libro. Cito le più evidenti. E le riassumo in tre parole: terziarizzazione, finanziarizzazione, globalizzazione. Tre parole di cui nel 1970 non si conosceva neppure il significato. Sono cresciute le piccole aziende (in Italia sono il 95 per cento del totale), il capitale finanziario ha sempre più sovvertito le regole classiche del capitalismo industriale, il mercato è diventato globale e la competizione risente della diversa situazione nazionale sul costo della produzione. Anche il lavoro si è conseguentemente trasformato.

Quarto punto. Oggi pensare che un giovane si trovi un lavoro per tutta la vita è impensabile. La tutela di quel determinato posto di lavoro si trasforma sempre di più nella necessità di trovare un lavoro e di tutelare la persona affinché lavori. A me per questo è sempre sembrato che il piano Ichino, che altro non è che una moderna giurisdizione del lavoro di stampo europeo, bene si adatti alle nuove esigenze, Su questo avanzo solo dubbi attinenti ai costi pubblici dell’operazione. Che non sono chiari, ma non sono certo poco elevati. Anche l’idea di dare più spazio alla contrattazione aziendale, e meno a quella nazionale, la trovo convincente. Un’azienda del nord che produce utili può dividerli coi lavoratori, una del sud che fatica a esistere può adottare salari più bassi.

Quinto punto. Non capisco come si possa definire equo un mercato del lavoro che gira a due velocità. Per i lavoratori nelle aziende con più di 15 dipendenti scatta lo statuto dei lavoratori, anche se leggermente modificato dalla Fornero, per gli altri, che sono la stragrande maggioranza, non scatta praticamente nulla. In particolare i precari di tutele non ne hanno alcuna. Anche la Cassa integrazione valevole solo per le grandi aziende. Poi si è introdotta la Cassa integrazione in deroga più estesa, ma a discrezione, come una sorta di ammortizzatore sociale, oggi praticamente senza finanziamenti. Vi pare giusto?

Sesto punto. Se non capisco male il Jobs act, su cui il Parlamento sta lavorando sulla delega alla luce di alcuni fondamentali orientamenti, che oggi è stata approvata in commisssione al Senato, punta a un contratto unico a tutele crescenti. Questo dovrebbe valere per tutti i nuovi assunti, sia nelle grandi sia nelle piccole aziende. Ma dopo il triennio previsto che succede? E qui chi grida all’eresia vorrebbe che tornasse, ma solo per i dipendenti delle grandi aziende, l’articolo 18, ricostituendo così il mercato duale, perché esso vale solo per i dipendenti delle aziende con più di 15 dipendenti. Penso però che si dovrebbe meglio comprendere quali tutele il lavoratore dovrebbe avere dopo i tre anni. Penso che si dovrà trovare una soluzione del tipo di quella avanzata da Ichino, e cioè un sostegno al lavoratore licenziato, un periodo di formazione, poi un’Agenzia, sulla scorta dell’esperienza tedesca, che proponga un’altra occupazione che non si può rifiutare pena il venire meno del sostegno economico, ma con le perplessità già esposte sulle risorse richieste.

Settimo punto. L’Italia è l’unico paese europeo con questo diritto del lavoro. Gli altri o non l’hanno mai avuto o l’hanno cambiato negli ultimi anni. Il modello tedesco, il cosiddetto Piano Hartz, è stato voluto dal cancelliere socialdemocratico Schroeder, non dalla Merkel. A proposito di cogestione, cioè della composizione di consigli aziendali con la presenza dei lavoratori, credo che esistano le condizioni per sperimentarla anche nel nostro Paese, sapendo che una corresponsabilità dei lavoratori equivale a una minore vocazione conflittuale del sindacato. L’Italia è l’unico paese che non cresce. Il mercato del lavoro è sempre quello. Ci sarà qualche rapporto tra le due anomalie? I riformisti si devono preoccupare o no dell’aumento della disoccupazione? Della prima tutela. Del primo diritto costituzionale, che è quello del lavoro. L’Italia è oggi una Repubblica fondata sulla disoccupazione giovanile. Cosa c’è di più ingiusto?

Queste le mie valutazioni, da socialista, da riformista, da europeista. Vorrei che tutti quelli che urlano al totem violato, al tabù infranto, al valore dei principi e delle tradizioni, affrontassero laicamente questa discussione,

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Commenti all'articolo
  1. Caro direttore
    grazie per la volontà e passione, non è facile ripetere le stesse cose tutta la vita in un Paese che non ti ascolta e sa solo gridare. Il riformista ha vita dura in Italia, e si è visto.
    Gridano tutti, comunque, anche in Germania gridavano nel 2004 ero a Colonia a studiare e si facevano tavole rotonde con le sinistre antigovernative che si strappavano la pelle pur di non cedere alla Agenda 2010.
    Passo’, perchè essere di sinistra non significa essere conservatori. D’altronde Gianni me lo insegno’ già anni fa, la realtà è tridimenzionale: vi sono i conservatori, i progressisti e i “fondamentalisti” coloro cioè che rifiutano la realtà.
    Cio’ che bisogna capire qui in materia di Jobs Act è la necessità di tre fattori:

    – sussidi di disoccupazione in caso di licenziamento ( ma in Italia esistono? non mi pare)

    – contrattazione aziendale

    – Mitbestimmung (Diamo ai sindacati potere nella Governance aziendale – e non politico – e chiediamo comprensione sulle riforme del lavoro)

    Facciamo una campagna sulla Mitbestimmung.

  2. Gentile direttore: grazie! Lo dico davvero. Grazie di rispondere a tutti (anche ad un perfetto sconosciuto come me), grazie per le sue spiegazioni e per le sua schiettezza e sincerità. Grazie a questo giornale, che rappresenta la nostra storia, ma soprattutto perché è libero e qualsiasi opinione può essere discussa ma sempre accettata e perché qui …….si guarda sempre Avanti! Saluti socialisti dalle Marche.

  3. Non capisco come si possa pensare che un datore di lavoro possa licenziare a suo piacimento un lavoratore, pagandogli una penale, e che poi lo Stato si accolli il sostegno al disoccupato,

  4. Capisco che al datore di lavoro non convenga licenziare e pagare “una penale”. Ma a Marchionne cosa costa pagare, pur di licenziare un sindacalista rompiscatole? Lo ha già fatto.
    Il problema è che la cancellazione dell’art. 18 pone il lavoratore in una condizione di sudditanza (non solo psicologica).
    “Contratto unico a tutele crescenti” è un calembour, un gioco di parole, fumo negli occhi. E’ un contratto che nega o riduce le tutele previste dall’art. 18. Non è vero, sostiene Bersani, che in Europa non ci siano norme del medesimo contenuto dell’art. 18.
    La cogestione: ricordo che la propose, negli anni 70, Flavio Orlandi, Segretario nazionale del PSDI e nessuno gli diede ascolto, anzi qualcuno lo irrise.
    Cosa pensi, infine, compagno Del Bue, delle nuove norme che sostituiscono gli artt. 4 e 13 dello Statuto? Se essere riformisti significa accettare la nuova versione dell’art. 18, dell’art. 4 (introduzione di sistemi di controllo a distanza dei lavoratori) e dell’art. 13 (possibilità di demansionamento del lavoratore con consequenziale riduzione del trattamento economico), bene, io non mi sento più né riformista né socialista. Non mi arrendo all’arroganza di certo capitalismo e del mondo della finanza, ma mi batto perché la dignità del lavoratore sia garantita in tutto il mondo. Mi oppongo all’introduzione, nel nome della globalizzazione, di forme di sfruttamento selvaggio dei lavoratori anche nel nostro Paese.

  5. Quando c’è il lavoro, è il lavoratore che lascia per un lavoro più gratificante. Non possiamo,paragonare un Paese dove c’è lavoro anche per i nostri giovani emigranti con l’Italia che perde competitività e posti di lavoro. L’art.18 non serve a niente se non c’è lavoro. Se vogliamo parlare di un argomento, dobbiamo sapere di che cosa parliamo.

  6. Caro Direttore sei sorprendente forse l’ aria marina ti ha fatto effetti positivi e ti ha dato grinta….benissimo per il partito e per il nostro
    giornale….concordo pienamente la tua analisi critica e proposta…
    E’ ora di cambiare i lavoratori vanno tutti tutelati ma come dice il nupn Ministro Poletti il primo maggio deve essere la festa dei lavoratori ma anvhe degli imprenditori tutti perche’ quedto paede a bisogno di tutti!!!

  7. Che idea geniale! Licenziamento facile e costi scaricati sullo Stato, cioè sulla collettività. Cominciamo invece a chiedere agli imprenditori disonesti la restituzione con gli interessi degli enormi contributi a fondo perduto percepiti, oltre che delle agevolazioni fiscali riconosciute loro. Il problema italiano non sono i lavoratori, ma gli imprenditori che vanno a fare profitti all’estero e poi vengono a piangere e a pretendere in Italia. Queste persone hanno dignità pari a zero.

  8. Lo stato si è accollato tante volte le perdite degli imprenditori. Se le aziende vantano diversi crediti dallo stato, è anche vero che allo stato non arrivano ogni anno ben oltre cento miliardi rubati dall’evasione (della quale quasi nessuno parla mai), evasione alla quale non contribuiscono di certo i lavoratori dipendenti , pensionati o disoccupati. Nella mia valle del Metauro, un tempo chiamata la valle del jeans, la crisi del lavoro cominciò ben prima del 2007, perché il lavoro ci sarebbe anche stato, ma molti imprenditori preferirono delocalizzare (il perché è facile immaginarlo); poi la crisi globale ha dato il colpo di grazia. L’articolo in prima pagina di oggi su questo giornale (Un paese di paperoni) è assolutamente da leggere. Se non ricordo male fu proprio il nostro Bettino Craxi che, parlando di finanziamento pubblico ai partiti diceva: “Se non ci fosse, la politica dovrebbero pagarla gli imprenditori…. perché? Perché sono i primi beneficiari delle politiche economiche dei governi”. Saluti socialisti!

  9. Direttore, mi sembra come al solito una analisi lucida da vero riformista.
    Ho l’impressione che al di la delle buone intenzioni, il Governo propone di riformare tutto, per non riformare nulla, o poco e male.
    Le cose da fare sono quelle che ha elencato Leonardo.
    Non lo conosco, non so cosa faccia, ma ha le idee molto chiare.
    Siamo in una Repubblica fondata sul lavoro e le vere tutele per tutti i lavoratori, sono quelle di garantire il più possibile un posto di lavoro e per chi non ce l’ha garantire un reddito decoroso.
    Per noi Riformisti, si chiama flexsecurity.
    In questo modo l’articolo 18 del nostro Statuto dei lavoratori, non servirebbe più.

  10. Quando iniziai a lavorare (anni’50) c’erano in Italia due contratti di lavoro: uno a tempo indeterminato ed uno a tempo determinato. Il primo prevedeva il licenziamento “ad nutum”, al cenno, cioè dipendeva dalla volontà del datore di lavoro. Era più tutelato il contratto a tempo determinato, per il quale il licenziamento doveva avere una giustificazione. Io conservo ancora la mia prima macchina da scrivere (una Facit) che acquistai con i soldi ricevuti dopo una causa di lavoro per interruzione ingiustificata di un contratto a tempo determinato prima della scadenza.
    Gita gira, andava meglio allora che col “giobat”

  11. la lotta di classe è finita. sveglia compagni. il mondo è cambiato. le nazioni sono troppo piccole ed i continenti troppo in competizione. spiace dirlo, ma non c’è piu’ trippa. occorre uno sforzo collettivo tra partiti (Grosse Koalition) e tra classi (Mitbestimmung)

  12. Non ci siamo caro Direttore. Non è giustificabile che si parli dell’art.18 come “impedimento al licenziamento e al lavoro”, quando, dopo la correzione della Legge Fornero è stato reso “simile” a quello tedesco e riguarda “IL LICENZIAMENTO DISCRIMINATORIO E ARBITRARIO”. Quindi non c’entra niente con i motivi economici e la giusta causa e i giustificati motivi. Oltre l’ossessione del Centro-Destra abbiamo il FMI della Conservatrice Lagarde, che dice a Renzi: “non basta l’art.18, devi intervenire sulle pensioni” (?). Lo difendo non solo per dare valore all’intuito del Compagno Nenni e all’impegno dei Compagni Brodolini e Giugni, ma perchè si iscrive nella linea della difesa dei più deboli e della giustizia sociale, che noi Socialisti non dobbiamo mai dimenticare. Pure tra i Dirigenti Socialisti si danno picconate “ingiuste” alle conquiste Socialiste e Riformiste. Non guasta un pò più di umiltà, invece di sposare l’inaudito furore degli ultra-liberisti di Destra.

  13. Io rispondo ai compagni e agli amici perché è un mio dovere e anche un mio piacere dialogare. Poi che l’aria marina faccia bene è sempre vero. Però assicuro che anche d’inverno non cambio. Da molti inverni, purtroppo…

  14. Addirittura “l’inaudito furore ultra liberista della destra” avrei sposato? Sai è tutta la vita che i socialisti riformisti vengono accusati di essere di destra. Sai quante volte me ne sono ultra fregato? Anzi faccio un’affermazione singolare. Solo la destra socialista nella storia ha sempre avuto ragione. Da Turati, a Saragat, al Nenni del dopo 1956, a Craxi. Sulla politica non mi sono mai piaciuti i crucifige. Vuole dire far funzionare altro, non il cervello. Io chiedo solo di ragionare su un modello di tutele per i lavoratori più adeguato al mercato del lavoro di oggi. Non si risponde a chi chiede di ragionare con gli slogan. È troppo poco da riformisti….

  15. Io dico solo: Se questo Art.18 l’avrebbe solo proposto il Cavaliere Berlusconi come la si pensava in casa Socialista e del Pd, qualche volta dovremmo avere le idee chiare, oppure no!

  16. Caro Direttore era solo una battuta per affermare che il tuo articolo mi e’ piaciuto molto sotto tutti gli aspetti…
    Oggi difronte alle divisioni dentro il PD vere o solo di convenienza questo non e’ chiaro forse perche’ si vuole mantenere il piede in due scarpe…
    Non capisco Fassina del primo atto e quello del secondo atto…

    Vedremo le evoluzioni…anche il nostro partito quando affronto’ la questione della scala mobile si divise…era una riforma importante e con le parti sociali divise come oggi….
    Sono sempre piu’ convinto che difronte hai richiami Europei e della Banca Centrsle Europea sia sempre piu’ necessario un fronte Nazionale comune

  17. Caro Direttore, invece di difendere un concetto astratto, pensiamo a difendere i diritti concreti dei lavoratori e ad estendere l’art.18 a chi non lo ha. Non il contrario. Questa è la vera battaglia socialista, riformista, europeista!
    Per tua informazione il problema italiano sta nella produttività del lavoro: bassa perché in Italia sono pochi gli investimenti in ricerca e sviluppo e poche le imprese adeguatamente capitalizzate.

  18. “L’art.18 non serve a niente se non c’è lavoro” dice uno dei commentatori, ed è una posizione abbastanza diffusa tra chi vorrebbe mantenerlo tal quale.

    Vi può essere anche del vero in tali dieci parole, e in effetti oggi le opportunità occupazionali stentano a riprendere il volo anche nei settori più “fortunati”, ma la storia insegna che il presente è quasi sempre figlio del passato, e a tal riguardo ricordo bene tanti piccoli e medi imprenditori (le cui aziende andavano a gonfie vele negli anni della nostra prosperità economica, cioè prima della crisi) che avrebbero voluto allargarsi assumendo altro personale, ma erano frenati e “ingessati” dal timore di superare la “quota !5”.

    Forse se quel sistema di imprenditoria diffusa, così importante per il nostro Paese, avesse avuto allora la possibilità di consolidarsi e irrobustirsi, maggiori sarebbero oggi le prospettive di poter uscire più rapidamente dalla crisi, così da ricreare posti di lavoro.

    E’ un dubbio che naturalmente non può avere risposta, ma credo che questi precedenti dovrebbero far riflettere anche chi patrocina l’intoccabilità dell’art. 18, pur se vanno giocoforza ricercate le tutele per il lavoratore che si trova ad essere disoccupato, perché senza un minimo di stabilità economica un giovane non se la sentirà di sobbarcarsi un mutuo, o altri impegni finanziari, e dunque non aiuterà la ripresa dei consumi. Trovare la giusta ed equa soluzione al problema non è cosa semplice, ma è anche qui che si misurano le capacità dei governanti.

    Da ultimo, ha fatto bene il Direttore a ricordare, al primo punto, le posizioni dei partiti sull’art.18, sia al momento della sua approvazione con lo Statuto dei lavoratori sia nel dopo, perché c’è sempre qualcuno che ondeggia abitualmente tra sì-no-sì ma, e non vuole mai ammettere di aver sbagliato, diversamente dai socialisti liberal-riformisti che si sono sempre assunti le loro responsabilità.

    Paolo B. 20.o9.2014

  19. caro MAURO ti leggo sempre volentieri ed anche se sono ai caraibi,caldo e costo della vita digestibile per un pensionato,seguO sempre la situazione italiana. internet e RAINEWS 24.,ED ANCHE SE NON SONO SEMPRE D ACCORDO SU TUTTO,SOPRATTUTTO SULLE CRITICHE,I TUOI RAGIONAMENTI SONO FONDATI. CHI SI ASPETTA MIRACOLI,LA CONDIZIONE DI MOLTI ITALIANI E IN QUESTE CONDIZIONI AHINOI, PENSO CHE RENZI CON UN ANDAMENTO OSCILLANTE SAPPIA DOVE ANDARE E LO FA CON DETERMINAZIONE TOCCANDO INCOSTRAZIONI CHE RESISTEREBBERO A CHILI DI MASTRO LINDO. . ABBIAMO UN SOCIALISTA-SOCIALDEMOCRATICO AL GOVERNO. IO APPREZZO LANDINI,LA SUA PASSIONE E LA SUA DETERMINAZIONE,MA STAVOLTA SBAGLIA. COME HANNO SBAGLIATO ALLA FIAT PERDENDO CON LA MARCIA DEI 40.000 E COME HANNO SBAGLIATO CON CRAXI SULLA SCALA MOBILE. PERDERANNO ANCHE STAVOLTA ANCHE SE LA COSA NON MI FA FELICE

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