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Opinioni e commenti
 

Popper tra liberalismo e socialismo
Pubblicato il 20-09-2014


Karl Raimund Popper è stato uno di pochi filosofi che nel ventesimo secolo hanno resistito alle “seduzioni del totalitarismo di destra e di sinistra”; ciò, sin dal rientro dall’emigrazione, nel 1946, alla London School of Economics, gli ha consentito di maturare un prestigio e un’autorità morale, tali da indurre molti leader politici a recarsi da lui per riceverne consigli. “Dunque, un Popper che dà consigli ai leader politici di diverso orientamento democratico… è un leader liberale o socialdemocratico?”; è questa la domanda che Dario Antiseri, cultore di Popper ed anche di Friedrich August von Hayek, pone nell’articolo “Popper, il potere sotto controllo”, pubblicato sul tabloid del “Corriere” del sette settembre scorso.

L’interrogativo, secondo l’autore dell’articolo, alimenta una polemica, iniziata da tempo, sulla quale “l’epistolario tra Carnap e Popper getta una luce decisamente chiarificatrice”. Per capire il senso della polemica conviene, seguendo con qualche semplificazione l’esposizione di Antiseri, coglierne i passaggi più significativi.

Popper, poco dopo la pubblicazione dell’opera famosa, “La società aperta e i suoi nemici”, ne invia una copia a Rudolf Carnap, professore di logica all’Università di Chicago; questi non tarda a rispondere, comunicando a Popper di aver trovato la sua analisi “estremamente interessante”, chiedendogli nel contempo “in quale misura egli ritenga possibile e utile la pianificazione in campo economico e politico”. Inoltre, nella sua risposta, Carnap esprime la propria sorpresa nel constatare l’apprezzamento di Popper nei confronti di Hayek, le cui opere sono molto lette negli Stati Uniti ed elogiate dai difensori della libera impresa e del capitalismo sfrenato, mentre tutti i militanti di sinistra lo considerano un reazionario.

L’idea di un Hayek reazionario è respinta da Popper, in quanto egli ritiene che l’economista austriaco, pur sostenendo la pericolosità del socialismo e del tentativo di far funzionare una società senza mercato, non è però un difensore del capitalismo sfrenato, per ammansire il quale sostiene la necessità di un sistema di “previdenza sociale” e di una politica di stabilità dell’economia. Ciò non ostante – secondo Popper – tutti i militanti di sinistra lo considerano un reazionario, anche se costoro sono poi disposti a sacrificare ogni forma di controllo sui governanti, a condizione che essi siano sufficientemente di sinistra.

Successivamente, Carnap torna ad insistere, chiedendo a Popper da che parte stia sulla questione “socialismo contro capitalismo”, informandolo anche di aver parlato del suo libro famoso con Hayek e di aver trovato questi non disposto a credere che l’autore de “La società aperta e i suoi nemici”, dopo la sua militanza socialdemocratica in gioventù a Vienna, possa essere ancora considerato un socialista. Inoltre, Carnap chiede a Popper se sia d’accorso con lui nel credere che, per regolare il capitalismo e garantire una più equa distribuzione del prodotto sociale, sia necessario nazionalizzare la maggior parte dei mezzi di produzione, considerato che ciò non sarebbe affatto incompatibile con la tesi di fondo del suo libro.

Nella sua seconda risposta a Carnap, dopo aver premesso che in ambito politico si deve essere “meno religiosi e più concreti”, Popper si dichiara, né a favore, né contro la nazionalizzazione, precisando – afferma Antiseri – che il “pericolo principale del socialismo è quell’elemento utopico e messianico” che lo predispone al totalitarismo; è questa la convinzione per cui Popper, condivide – sono sue parole – “le convinzioni dei liberali che la libertà sia la cosa più importante in campo politico”, sicuro, però, che “la libertà non possa essere conservata senza migliorare la giustizia distributiva, vale a dire senza migliorare l’uguaglianza economica”; sono queste le ragioni per cui si devono “abbandonare le credenze dogmatiche e semireligiose”, per raggiungere nel campo della giustizia sociale un atteggiamento più razionale, condivisibile da liberali e socialisti. Queste affermazioni, secondo Antiseri, costituiscono il nucleo teorico del liberalismo di Popper, nell’ambito del quale la parola liberale non denota una persona che militi all’interno di qualche partito, ma solo un uomo che dia importanza alla libertà individuale, quando però tale libertà sia fondata sul miglioramento continuo dell’uguaglianza economica.

Al riguardo, si deve osservare che il modo in cui Popper intende la libertà individuale è profondamente diverso da quello di Hayek; per quest’ultimo la giustizia distributiva realizzata all’interno della sua società liberale non va al di là di una giustizia sociale ridotta e svilita a puro e semplice intervento caritatevole residuale dell’organizzazione istituzionale, orientata soltanto al sostegno di “malati, vecchi, handicappati fisici e mentali, vedove e orfani”; per contro, la giustizia distributiva della società aperta di Popper prefigura una giustizia sociale fondata su un’“ingegneria istituzionale” per così dire sistemica, ovvero endogenizzata, con l’inserimento nell’organizzazione istituzionale di automatismi che presidiano in modo continuo e costante il miglioramento dell’uguaglianza economica posta a presidio della libertà. Si tratta di due modi irriducibili l’uno all’altro di intendere la libertà, che ripropongono all’interno della tradizione liberale la polarizzazione sinistra-destra, nel senso che la libertà popperiana è quella propria della tradizione liberale del repubblicanesimo, mentre quella hayekiana è quella propria della tradizione liberale delle origini.

Il liberalismo si è eretto a presidio della libertà contro le interferenze dello Stato o di altre entità, mentre si è aperto molto meno nei riguardi della necessità di garantirla con la forza della legge astratta e universale dello Stato, quando i suoi fruitori, cioè gli uomini, fossero stati costretti ad accettare condizionamenti, a causa della loro minorità economica ed esistenziale. Quando il liberalismo ha lottato per affermare la libertà, non ha potuto appellarsi a un concetto di libertà come assenza di interferenza, come invece ha fatto il repubblicanesimo, aprendosi agli ideali di giustizia e di uguaglianza propri del socialismo democratico e riformista.

In tal modo, non deve meravigliare che Hayek, nel suo colloquio con Carnap, stentasse a credesse che Popper potesse essere ancora socialista; ciò avrebbe implicato l’accettazione di una filosofia sociale che richiedeva un’organizzazione istituzionale dotata di automatismi posti a presidio della realizzazione di crescenti e stabili livelli di libertà di tutti, attraverso il perseguimento di un’uguaglianza economica il cui intendimento era precluso al pensiero sociale di Hayek. Questi, come molti osservano, era sostenitore di un antisocialismo senza alcuna specificazione, che l’ha costretto a vivere sino all’ultimo dei suoi giorni in una condizione di “autismo intellettuale”, rendendolo incline a pensare che fosse umanamente impossibile organizzare una società fondata sui principi di una socialdemocrazia emendata dalle “restrizioni filosofiche del materialismo storico”, attraverso un controllo del potere politico, reso possibile invece dall’ingegneria sociale prefigurata da Popper.

Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. Perchè, per tanti decenni non siamo riusciti a chiarire la differenza tra l’essere liberale e l’essere liberista e la differenza tra il comunismo e il socialismo. In questa lacuna ho trovato la ragione della non crescita dei consensi del Partito Socialista Italiano. Inoltre,il non aver spiegato che il socialismo partiva dall’uomo per soddisfare la sue nobili esigenze, mentre il comunismo utilizzava l’uomo per affermare una religione, andava creando una presunta superiorità culturale. nei cipputi a pagamento.

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