venerdì, 14 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Religione, i rischi
della consuetudine
Pubblicato il 04-09-2014


Avremo il tempo per valutare cosa c’è e cosa non c’è nella scuola renziana. Sicuramente non ci sono suggerimenti per arredi e suppellettili. In particolare l’onnipresente crocefisso sopra la cattedra.

Quale simbolo di una tradizione nazionale, l’esposizione del simbolo nelle scuole e nei tribunali fu resa obbligatoria in Italia, a partire dal 1923, da un regime totalitario che predicava un’etica anticristiana, anche se siglò un concordato con la Chiesa cattolica per confermare il cattolicesimo come religione di Stato, considerandolo una espressione della tradizione italiana e un prodotto storico della romanità. Il duce che volle l’esposizione obbligatoria del crocifisso nelle scuole sosteneva che l’impero romano era stato il presupposto storico del cattolicesimo, perché se fosse rimasto in Palestina, affermava il duce, la religione di Cristo sarebbe stata soltanto “una delle tante sette che fiorivano in quell’ambiente arroventato… e molto probabilmente si sarebbe spenta senza lasciar traccia di sé”.

Una interpretazione così arbitraria che perfino il papa Pio XI ne rimase contrariato definendola eretica. Sappiamo che l’Italia è un Paese complicato, ufficialmente laico, ma con la Costituzione che contempla l’articolo 7 (onore ai socialisti che nella fase costituente vi si opposero), dove il Vaticano non viene considerato come è uno Stato estero, ma la controparte dei partiti e della Rai emanazione politica…

Noi italiani siamo abituati ad avere il parere dei preti su tutto: dalla ricerca sugli embrioni alla corretta interpretazione della famiglia passando per i frequentatori dei salotti pomeridiani della tv che danno volentieri il loro parere perfino sulla chirurgia estetica, tanto che se per caso un giorno un religioso dovesse raccontarci di transustanziazione o altri simili misteri lo prenderemmo per un simpatico buffone.

Abituati come siamo a vedere croci e crocefissi disegnati e scolpiti ovunque – specialmente se abitiamo a Roma – ci siamo pure convinti che non ha nessun valore religioso, ma è il simbolo della cultura italiana, come la pizza, la tazzina di caffè, i politici corrotti.

L’incredibile sta nel fatto che anche la Chiesa cattolica è convinta che sia un simbolo dell’italianità così come l’ora di religione a scuola altro non è che una ora di etica italiana, promuovendo in questo modo la cattolicità a uno stile di vita e chi non ci si riconosce, chi non trova che il giusto posto per una croce non sia la scuola pubblica, respinge un pezzo fondamentale dell’identità nazionale. Da non cattolica, ma inattaccabile cittadina, che rispetta qualsiasi concezione filosofica purché sia esercitata nel privato e non diventi una branca della politica, sono convinta che quando si accredita che un simbolo religioso rappresenta la tradizione, l’abitudine, la consuetudine, addirittura l’identità, quando si sostiene che se non ti piace non lo guardi tanto non significa niente, vuol dire che non c’entra con la religione, e che presto finirà come finiscono le usanze. Una mattina ci sveglieremo e ci accorgeremo che imbiancando i muri dei tribunali, delle scuole, degli uffici pubblici, non è stata riappesa l’immagine, e constateremo che era una cosa che non serviva, inopportuna, come oggi la mia cartella di pelle verde delle elementari sarebbe fuori epoca sulle spalle dei ragazzini che utilizzano zainetti colorati.

Su questo modo di trattare uno dei loro simboli religiosi, i cattolici tacciono. È forse un segno che sono molto meno numerosi di quel che si pensa? Del resto non si sono levate voci di protesta per la ridicola partitella per la pace per cui il mediaticissimo papa in carica, il furbo gesuita travestito da agnello francescano, ha dato il calcio di inizio. Una fede che rinuncia alla preghiera per sostituirla con banalità per acchiappare tutti, fa riflettere.

Tiziana Ficacci

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