lunedì, 22 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

RIFORME O VOTO SUBITO
Pubblicato il 16-09-2014


RENZI-Riforme-voto
“La priorità è usare il dividendo elettorale” del 25 maggio “non per vivacchiare ma imprimere una svolta profonda”. E ancora: “Non abbiamo paura né del giudizio degli italiani né del corpo a corpo” elettorale. Ma l’orizzonte di governo è il 2018 per “portare l’Italia fuori dal pantano. Ed è nostro diritto dire che lo facciamo forti non tanto di una legittimazione elettorale, perché la legittimità la dà la Costituzione, ma rinfrancati da un consenso” che alle europee non ha avuto pari. Parole del premier Matteo Renzi intervenuto oggi alla Camera e poi al Senato per una informativa urgente sul programma e per spiegare gli obiettivi del governo nella sua agenda dei mille giorni. Il tutto nel giorno in cui, dopo Ocse e Bankitalia, anche Confindustria taglia le stime sul Pil a -0,4%, facendo dell’Italia l’unica grande economia dell’area dei Paesi industrializzati col segno meno. Nel rapporto “Scenari economici” del Centro studi di viale dell’Astronomia si legge che l’Italia neanche quest’anno uscirà dalla recessione. Il Pil calerà dello 0,4% e la ripresa viene ulteriormente rimandata nel 2015, con un aumento limitato a un +0,5%.
Le precedenti stime del Centro studi di Confindustria diffuse a giugno, indicavano infatti un aumento dello 0,2% nel 2014 e dell’1% nel 2015. Quindi previsioni che nel giro di pochi mesi sono virate sensibilmente al ribasso. Confindustria però allo stesso tempo avverte che “si può e si deve reagire tempestivamente con misure di rilancio della competitività e degli investimenti: i risultati arriverebbero rapidamente”. Il Centro studi Confindustria “punta sul ritorno alla crescita del Pil dal primo trimestre del 2015 e a tassi di incremento trimestrali dell’1,2% annualizzato”.Nel rapporto emerge un altro dato negativo: il rapporto deficit/Pil peggiorerà. E rischierà di sforare i vincoli europei, attestandosi al 3% quest’anno e al 2,9% nel 2015. Tra gli altri indicatori di bilancio emerge un saldo primario al 2,1% quest’anno e al 2% il prossimo, mentre il rapporto debito/Pil salirà al 137% quest’anno dal 132,6% del 2013 per inerpicarsi fino a quota al 137,9% il prossimo anno.Tanto basta a far dire a Renzi che “i mille giorni sono l’ultima chance per l’Italia per recuperare il tempo perduto”. Il premier afferma che le riforme sono da fare tutte insieme e rappresentano uno “strumento di crescita”. Renzi si dice sicuro del fatto che “al termine di questo percorso riusciremo non soltanto a capovolgere la storia di questa legislatura ma a rimettere in pista l’Italia”.

Non solo. Il presidente del consiglio si è detto anche disponibile “a perdere consenso per le riforme”.Come sempre Renzi parla un po’ di tutto: fisco, giustizia, diritto del lavoro, gli 80 Euro (che non mancano mai), legge sui diritti civili, riforma della Rai, un miglior utilizzo dei fondi Ue, riforma della scuola, eccetera… Ma soprattutto parla di legge elettorale sostenendo la necessità di una nuova legge da fare subito “ma non per andare elezioni (sigh!), ma perché una ennesima melina istituzionale sarebbe un affronto. Qualcuno potrà sostenere – continua Renzi – che andare a votare sarebbe meglio. Rispettiamo la presa di posizione e dal punto di vista utilitaristico magari sarebbe una buona idea, ma noi pensiamo che prima delle esigenze di un partito venga l’interesse del Paese. La legge elettorale da approvare subito è il riscatto delle Istituzioni e il riscatto di una dignità della politica che in alcuni momenti è venuta meno”. Sulla legge elettorale “siamo pronti a verificare ciò che può essere verificato, a modificare ciò che può essere modificato”, ma il premio di maggioranza non si tocca. Renzi poi indica l’orizzonte dell’azione del governo nella scadenza naturale della legislatura a febbraio 2018 a patto che il Parlamento sia in grado “di cambiare marcia e di fare le riforme necessarie”.Secondo il segretario del Psi Riccardo Nencini “il presidente del consiglio ha presentato oggi un programma di legislatura, una missione dell’Italia. L’unica cornice nella quale inserire riforme strutturali. Nessun Paese è mai morto per eccesso di riformismo. Tutti alla stanga, allora. In ordine: per gli italiani e per l’Europa”.

Per  il Psi è intervenuto alla camera il presidente dei Deputati Marco Di Lello: “I Socialisti  – ha detto – raccolgono la sfida dei mille giorni, così come lei l’ha illustrata stamattina; la sfida di un’Italia più forte ed autorevole in Europa e nel mondo, autorevolezza che guadagniamo con Federica Mogherini a Bruxelles come nel lavoro quotidiano con il Mare Nostrum; la sfida di un’Italia più forte e per riformare radicalmente il nostro Paese. Radicalmente nella convinzione che riformismo è vera pratica rivoluzionaria in una Italia restia ad ogni cambiamento.  Abbiamo arrestato la caduta in economia, ci ha detto stamattina; per tornare a crescere, nel mentre reperiamo nuove risorse, possiamo e dobbiamo utilizzare meglio quelle che ci sono. Duecento miliardi nel patrimonio di istituti e casse di previdenza, in gran parte investiti all’estero, che potrebbero finanziare infrastrutture nazionali, 800 miliardi di patrimonio pubblico troppe volte scarsamente produttivo, 40 miliardi di fondi UE parcellizzati in migliaia di micro interventi, poi inutilizzati. Ci sono poi riforme a costo zero – ha continuato Di Lello – che possono aiutare, e molto, la nostra economia: semplificazione amministrativa, lotta alla burocrazia, giustizia civile. E poi riforme, a costo zero, con tanti ricavi di civiltà: jus soli, unioni civili, testamento biologico, così come battaglia di civiltà è quella contro il giustizialismo, la gogna, l’uso smodato della custodia cautelare verso cittadini che sono innocenti fino a sentenza definitiva.

Per vincere questa battaglia, occorre essere credibili agli occhi dell’opinione pubblica, quella credibilità che non ha avuto il centrodestra, che voleva l’impunità per i potenti e la galera per i poveracci e che noi, se saremo sempre coerenti, potremo e dovremo avere. Infine una piccola riforma che lei può fare immediatamente: la nomina di una Ministra alle pari opportunità, perché, anche con queste scelte, si vince la battaglia culturale, prima ancora che politica, contro le discriminazioni e a favore della parità di genere. In queste sfide – ha concluso – Presidente, avrà i socialisti al suo fianco per mille giorni ed oltre”.

Resta sullo sfondo il problema dei conti pubblici, da sistemare in fretta per non riceve re una nuova lettera di censura e di di consigli obbligatori dalla Commissione. Come minimo serve nella Finanziaria una correzione da venti miliardi, di cui ben dodici dovrebbero saltare fuori dalla spending review del dimissionario Cottarelli. Tagliare la spesa pubblica senza incidere sui redditi e senza aumentare le tasse è un’impresa titanica, senza considerare che se si volesse rilanciare l’economia occorrerebbero altri 10 o 20 miliardi almeno.

Questa è la vera sfida che attende Renzi ed è per questo che molti pensano che alla fine, non riuscendoci, potrebbe decidere di imboccare la scorciatoia elettorale. E per questo è indispensabile una legge elettorale nuova; anzi, tagliata e cucita su misura del PD e di Forza Italia.

Redazione Avanti!

*   *   *

Uscire dalla crisi si può, tagliando la spesa per interessi

di Alfonso Siano

Il debito pubblico italiano ha toccato nel luglio scorso un nuovo massimo: ben 2.169 miliardi di Euro, 100 miliardi in più rispetto all’inizio dell’anno. In rapporto al PIL (Prodotto Interno Lordo), il debito è ormai sopra la soglia del 130%. Perché il debito aumenta, nonostante i sacrifici imposti alla popolazione? Siamo avviati dunque alla bancarotta o possiamo in qualche modo contrastare questa deriva?

La risposta alla prima domanda è semplice: il nostro debito aumenta a causa della spesa per interessi. L’Italia è il Paese con il maggiore avanzo primario di tutte le economie dell’Eurozona: in altri termini, se non si considera la spesa per gli interessi sul debito, le entrate statali superano di gran lunga le uscite. Per dare un’idea, il nostro saldo primario nel 2013 è stato pari a circa al 2,2% del PIL, su livelli assolutamente comparabili se non migliori rispetto a quelli della Germania. Se estendiamo l’analisi al lungo periodo, scopriamo che negli ultimi 20 anni l’avanzo primario italiano ha rappresentato in media il 2,1% del PIL, rispetto allo 0,2% della Germania.

Purtroppo, però, quello che lo Stato incassa con una mano, con l’altra deve utilizzarlo per pagare gli interessi sul debito: questi sono pari a circa 85 miliardi di Euro l’anno, ossia circa il 5% del PIL. Da molti anni la spesa per interessi surclassa l’avanzo primario, facendo ritrovare il nostro Paese con un deficit di poco inferiore al 3%.

Come uscirne? Storicamente sono quattro le strade per ridurre indebitamenti governativi eccessivi: crescita economica, consolidamento fiscale ovvero austerità, inflazione, default ovvero ristrutturazione del debito. Queste politiche di solito interagiscono e possono anche essere combinate fra loro.

Soffermiamoci su ciascuna di esse, guardando al caso italiano iniziando dalla crescita, purtroppo da molti auspicata, ma che in realtà tarda a manifestarsi.

Il PIL italiano ha registrato negli ultimi due trimestri valori negativi: -0,1% nel primo trimestre 2014, -0,2% nel secondo trimestre 2014. E, stando ai dati diffusi dall’OCSE, nel 2014 il PIL italiano sarà pari a -0,4%, caso unico fra i Paesi del G7. Dunque, non solo non cresciamo, ma siamo in recessione. Sul fronte crescita dobbiamo solo sperare in una rapida attuazione del piano Juncker, che prevede investimenti europei per complessivi 300 miliardi di Euro. A tale proposito sarebbe bene che l’Italia si facesse quanto meno trovare pronta con progetti ed organizzazione adeguati.

Veniamo al consolidamento fiscale: con il livello di pressione fiscale raggiunto in Italia, sarà difficile poter introdurre nuove tasse. Anche al fine di non soffocare sul nascere una eventuale crescita economica, è più corretto intervenire sulla spesa pubblica, tagliando sprechi e spesa improduttiva. Ma non sarà un compito facile. Prova ne sia la “rivolta” delle Regioni, non appena si è parlato di tagli nel settore sanitario. E dire che la sanità è una delle voci che maggiormente appesantiscono i bilanci regionali…

Eccoci all’inflazione, una leva non più nelle mani del nostro Governo, ma della BCE. Draghi ha confermato che utilizzerà tutti i mezzi possibili, convenzionali e non, per mantenere una politica monetaria accomodante: tassi al minimo storico, operazioni TLTRO, piano di acquisto delle Asset Backed Securities. Tuttavia, anche il Governatore BCE deve mettere in conto una crescente opposizione da parte della Germania e dei suoi satelliti verso politiche di quantitative easing.

Resta la strada del default o della ristrutturazione del debito. Se il default è una strada non percorribile per le conseguenze di lungo periodo che avrebbe, non è da escludere una qualche forma di ristrutturazione del debito o, almeno, di ottimizzazione della spesa per interessi.

Infatti, attualmente sullo stock di debito pubblico, pari a 2.169 miliardi di Euro, paghiamo interessi per circa 85 miliardi di Euro: vuol dire che stiamo riconoscendo a chi investe in titoli di Stato italiani un tasso di circa il 4%. Ebbene, se si osservano i rendimenti netti attuali dei BTP, vediamo ad esempio che sui titoli in scadenza nel 2024, ossia a 10 anni a partire da oggi, il rendimento netto è all’incirca pari al 2%. Dunque vi sono margini per dimezzare la spesa per interessi rinegoziando il nostro debito pubblico, ovvero rimborsando le emissioni esistenti e riemettendo nuovo debito che costi la metà per lo Stato. Si potrebbero così recuperare circa 40 miliardi di Euro, altro che spending review!

Va infine sottolineato che, se oggi è possibile in qualche modo avvantaggiarsi di spread più contenuti, lo si deve anche alla credibilità che il nostro Paese ha conquistato nel tempo riguardo la capacità di rispettare i vincoli comunitari, tra cui quello del rapporto deficit su PIL entro il 3%. Quindi, se da un lato di eccessiva austerità si muore, dall’altro occorre anche essere consapevoli che esistono mercati finanziari internazionali dai quali dipendiamo visto il nostro ingente debito pubblico: tanto più saremo in grado di convincere gli investitori che l’Italia resterà saldamente ancorata all’Euro ed onorerà i propri impegni, tanto più potremo avvantaggiarci di tassi bassi.

Certo il Ministro Pier Carlo Padoan e la dottoressa Maria Cannata del Tesoro non avranno bisogno dei nostri consigli, ma ci piacerebbe facessero quanto in loro potere per approfittare del favorevole contesto di mercato, rinegoziando gli interessi riconosciuti agli investitori e riducendo così i costi complessivi del debito pubblico.

Alfonso Siano

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Commenti all'articolo
  1. Condivido la proposta di rinegoziare gli interessi del debito pubblico, mi sembra fattibile perchè un due per cento di rendimento certo, potrebbe soddisfare i creditori.
    Ma occorre fare uno sforzo con fatti e non parole per mettere in condizioni di appetibilità gli immobili da vendere e destinare gli introiti all’abbattimento del debito.
    Rendiamoci conto che con questo enorme debito, che cresce in continuazione, non andremo da nessuna parte!

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